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Cannabis legale: il bigottismo e l’ipocrisia di un’Italia che preferisce eludere la questione

Il dibattito sulla legalizzazione delle droghe leggere continua a non trovare un punto d’arrivo tra resistenze e mancanza di coraggio da parte della politica

Soldi, sono tanti quelli che girano attorno al business delle droghe leggere in Italia, montagne di soldi, miliardi di euro secondo le recenti stime Istat. È parecchio anche il denaro che spendiamo ogni anno per la repressione, circa 2,5 miliardi di euro. Chi viene sorpreso a coltivare cannabis in casa, rischia oggi fino a 6 anni di reclusione in un paese che soffre ormai da anni per il sovraffollamento delle carceri e che proprio su questo tema si è trovato ad essere più volte richiamato dall’Unione Europea.

IL DIBATTITO PARLAMENTARE. A dire la verità, a seguito dell’ennesima spinta dal basso che aveva portato alla raccolta di 67.000 firme grazie all’iniziativa dell’Associazione Luca Coscioni, anche in questa legislatura si è provato a dare al tema una cornice normativa. Tra ostruzionismi parlamentari, rinvii, proposte di modifica e, infine, lo stralcio totale dalla proposta di legge di tutto quanto riguardasse la legalizzazione della cannabis per lasciare spazio soltanto all’utilizzo terapeutico della stessa, anche quest’ennesimo tentativo ha trovato la stessa fine dei precedenti. E’ morto nel silenzio bigotto ed ipocrita delle segreterie dei maggiori partiti italiani, PD e centro-destra in particolare. L’Italia continua a remare contro-tendenza nonostante gli esempi virtuosi di diversi paesi, come l’Olanda, che grazie a processi normativi di legalizzazione sono riusciti a recuperare ingenti risorse fiscali da destinare agli investimenti, registrando al contempo una stabilizzazione del livello dei consumi. Una prova plastica di come l’etica proibizionista produca esattamente gli effetti opposti rispetto a quelli che si prefigge. Le dimissioni, avvenute lo scorso settembre, del relatore della proposta di legge, Daniele Farina (Sinistra Italiana), sono emblematiche del non-dibattito andato in scena grazie al comportamento del PD e del centro-destra, della vigliaccheria di chi preferisce eludere una realtà diffusa in maniera capillare nelle nostre società piuttosto che affrontarla in maniera responsabile. Il fallimento di quest’ennesimo tentativo legislativo rappresenta così un enorme regalo alle mafie che sulle droghe leggere fanno affari miliardari solo in Italia. Non solo, la mancanza di una normativa di settore, come documentano diversi reportage, non ultimo quello realizzato dal FattoQuotidiano per la rivista mensile “Millennium”, incide in maniera estremamente pericolosa sulla qualità di ciò che viene quotidianamente venduto nelle nostre strade. Analisi laboratoriali su alcuni campioni di cannabis comprata nelle maggiori città italiane hanno rivelato come sovente vengano mischiate all’erba sostanze pericolosissime per il nostro sistema nervoso, in certi casi sono state trovate addirittura tracce di cocaina. Senza dimenticare infine le contraddizioni in cui si dibatte il “confronto” sulle droghe leggere. Viviamo in un paese che legittima e lucra sull’uso di sostanze alcoliche, del tabacco e del gioco d’azzardo, tutte pratiche suscettibili di creare dipendenze molto più devastanti e pervasive per i membri di una comunità rispetto all’utilizzo della cannabis, fermo restando che l’eccesso di qualsiasi sostanza conduce inevitabilmente a conseguenze irreparabili per chiunque.

I NUMERI DI UN FENOMENO DIFFUSO. Il consumo di cannabis in Italia non è un fenomeno di nicchia. Dati dell’European monitoring centre for drugs and drug Addiction confermano che, nella fascia d’età che va dai 15 ai 34 anni, l’Italia è il terzo paese per utilizzo di Cannabis dietro Francia e Danimarca. Quasi un ragazzo su tre ne fa uso regolarmente e sono molti di più coloro che dichiarano di averla provata almeno una volta. Lo scorso marzo, il presidente dell’ANAC, Raffaele Cantone, si esprimeva così sull’argomento: “Mi pongo una domanda, anche se non sono in grado di dare una risposta: una legalizzazione di una droga controllata, anche nelle modalità di vendita, non potrebbe avere effetti migliori rispetto allo spaccio che avviene alla luce del giorno nella totale e assoluta impunità e che riguarda amplissime fasce della popolazione giovane?”. Faccio mie le sue perplessità. Come si può pensare, di fronte a questi numeri, di continuare con l’attuale linea repressiva, ampiamente fallimentare, di fronte ad un fenomeno che è capillare e pertanto incontrollabile con i mezzi che abbiamo utilizzato finora. Urge un’assunzione di responsabilità reale da parte della politica italiana affinché si possa finalmente modernizzare un settore lasciato totalmente in balia delle mafie e si possa far emergere un’industria che vale miliardi di euro, risorse che sarebbero utilissime per lo Stato col maggior debito pubblico in Europa dopo la Grecia. Sempre con le parole di Cantone, “Il proibizionismo riempie le carceri”. Mi permetto di aggiungere che il proibizionismo riempie anche le tasche dei trafficanti, riempie gli organismi dei nostri ragazzi di sostanze impure, mischiate con i peggiori additivi chimici se non con altre droghe ben più pericolose come la cocaina. Il proibizionismo ci rende schiavi di una morale a fasi alterne, austera con le droghe leggere, sorniona con l’utilizzo di alcolici e con la pratica del gioco d’azzardo. Nel nostro paese avremmo forse bisogno di qualche “dose” in meno di moralismo e di qualche “grammo” in più di sano realismo.

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