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Kim e Trump, nemici con la stessa sete di guerra: prepariamoci alla resa dei conti

Il dittatore della Corea del Nord esaspera lo scontro per annichilire con il terrore del suo potere eventuali opposizioni al regime nel suo Paese. Il Tycoon sente il fiato sul collo del Russiagate che potrebbe travolgere la sua presidenza e vuole lo scontro finale per spostare l'attenzione politica e mediatica

La contesa volge al punto di non ritorno. La Corea del Nord ha un nuovo missile balistico intercontinentale capace di “colpire tutto il territorio” americano, dalle Hawaii a New York, montando una “testata nucleare ultra larga”: la sfida agli Usa è pronta grazie all’innovativo vettore Hwasong-15 lanciato nella notte e in grado di coprire “950 km e l’altitudine di 4.475 km”, con risultati considerati tra i più importanti mai raggiunti. Lo scontro tra Corea del Nord e Stati Uniti non è mai stato così vicino come in queste ore e la prospettiva che si delinea con impietosa chiarezza è quella della resa dei conti tra due Paesi e due leader politici che rappresentano due mondi distinti e distanti anni luce l’uno dagli altri eppure mai come adesso accomunati dall’identica sete di guerra che unisce Kim e Trump. L’annuncio del “successo storico”, al termine di un’operazione presenziata dal leader Kim Jong-un, è stato fatto dai media del Nord mercoledì 29 novembre alle 12.00 di Pyongyang (4.30 in Italia) con tanto di “scheda tecnica” e di ufficializzazione della posizione di “Stato nucleare”. Dettagli non casuali, voluti e dediti a far capire la portata della minaccia bellica che la Corea prepara. Trump dialoga col presidente cinese Xi Jinping, annuncia sanzioni ancora più restrittive verso la Corea del Nord ma nella sua testa sa già dove vuole arrivare Kim e sa altrettanto bene dove intende arrivare anche lui.

IL PUNTO DI NON RITORNO. «Ora la guerra è più vicina», sono le parole pesanti e inequivocabili pronunciate dall’ambasciatrice americana all’Onu Nikki Haley, durante il consiglio di sicurezza sulla Corea del Nord. Mentre pochi minuti prima, durante un comizio in Missouri, Donald Trump era tornato ad attaccare sul piano personale il dittatore di Pyongyang, Kim Jong-un, deridendolo e descrivendolo come un “cagnolino malato”. «The little rocket man», il piccolo uomo-missile, ha ripetuto davanti ai suoi calorosi sostenitori. Il silenzio del presidente americano dopo l’ennesimo lancio di un missile balistico (che Seul valuta un nuovo modello dell’Hwasong-15) da parte del regime nordcoreano è durato dunque poche ore. E ancora una volta le sue parole rischiano di alimentare una guerra di offese e di insulti che va avanti da mesi e che non favorisce di certo la realizzazione di quel canale diplomatico che con enorme fatica Rex Tillerson e i vertici del Dipartimento di stato stanno tentando di aprire.

L’OBIETTIVO DI KIM E TRUMP. Al Tesoro americano si studiano nuove sanzioni finanziarie che appaiono più uno stimolo ad ulteriori provocazioni di Kim che una reale soluzione in grado di arginare il dittatore. Al Pentagono si valuta l’ipotesi di un blocco navale e alle Nazioni Unite rinviano la decisione di nuove misure punitive verso Pyongyang, con i Quindici del Consiglio di sicurezza che per il momento insistono sulla piena e rigorosa attuazione delle sanzioni già prese negli ultimi mesi. Tutto e il contrario di tutto nelle convulse fasi di una vicenda che volge verso le conseguenze estreme, dove le parole e la diplomazia sembrano destinate ad inchinarsi alla follia scriteriata di chi vuole soltanto la guerra. Kim sta spingendo l’acceleratore verso le conseguenze estreme, la sua è una prova di forza verso gli Usa ma soprattutto un atto “muscolare” nei confronti del suo stesso Paese e di chi potrebbe pensare di opporsi al suo regno, un modo esasperato di annichilire forme politiche o civili di contestazioni al regime. Trump per adesso replica verbalmente e si concentra sulle sanzioni, ma in fondo anche lui vuole andare allo scontro finale perché sente il fiato sul collo del Russiagate, un vento gelido che potrebbe presto diventare un uragano in grado di spazzare via la sua stessa presidenza se i contorni dello scandalo dovessero rivelarsi talmente gravi come sembra. Ecco perché la storia, specie quella americana, insegna che quando uno scandalo sta per travolgere il Paese, serve un evento di altrettanto dirompente impatto politico e mediatico per spostare altrove l’attenzione e compattare l’America. Peccato che in questo caso non si parli di un gioco ma di una guerra, con tutti gli annessi e connessi.

AD UN PASSO DAL CONFLITTO. L’ultimo esperimento missilistico di Pyongyang, che ha dimostrato di avere un “supermissile” in grado di colpire ovunque gli Stati Uniti, «è un’azione che avvicina il mondo alla guerra, non lo allontana», ha tuonato l’ambasciatrice Haley. «Anche se è un conflitto che gli Usa non cercano – ha aggiunto l’ambasciatrice Usa – e se ci sarà una guerra, il regime nordcoreano sarà completamente distrutto». Il programma nucleare nordcoreano è un timer che sta per segnare l’ora della guerra. Auguriamoci di no, ma va messo in conto che la resa dei conti finale potrebbe presto diventare realtà.

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