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Pilota bruciato vivo in un video shock. L’Isis rilancia lo spettacolo della morte

Lo Stato Islamico punta nuovamente sulla strategia hollywoodiana della barbarie attraverso esecuzioni diffuse online. Ma è il segnale di un'ennesima minaccia reale per l'Occidente o un modo per nascondere la realtà di un esercito del terrore che rispetto al passato si è indebolito?

Il video diffuso è di quelli tremendi e brutali che non si vedevano più da qualche tempo. È il ritorno dell’Isis che in un filmato della durata di 58 minuti mostra l’esecuzione di un prigioniero, un pilota siriano. Il montaggio è in stile hollywoodiano come tanti altri in passato di analoga ferocia disumana. Lo Stato Islamico rilancia la sua sfida del terrore per provare a lasciarsi alle spalle i duri colpi che gli sono stati inferti in questi mesi e per farlo ha scelto di uccidere nel modo più animalesco un prigioniero catturato un anno e mezzo fa nella zona di al Qalamun, a Ovest della capitale siriana Damasco. Il titolo del video, “Fiamme della Guerra”, è il grido di battaglia che esorta a nuovi attentati i seguaci dell’Isis e per mostrare e dimostrare che l’Isis non è finito la vittima prescelta di questo film della barbarie è Azzam Eid, un maggiore dell’esercito originario di Hama. Nel filmato si vede la vittima vestita con una tuta rossa e legata con una catena ad un albero, mentre urla di dolore prima che il suo corpo sia carbonizzato. Il video è tradotto in diverse lingue e mostra altre immagini di decapitazione: tra queste, lo sgozzamento di militari siriani e iracheni catturati. Nel filmato sono incluse anche immagini che si riferiscono a combattimenti avvenuti in passato in Siria e in Iraq,

ANALOGIE CON LA GABBIA DI RAQQA. Il nuovo filmato evoca quello diffuso, sempre dai media dell’Isis, nel gennaio del 2015 in cui si vedeva il pilota giordano Muath al-Kaseasbeh dato alle fiamme in un gabbia al centro di Raqqa, poche settimane dopo l’abbattimento del suo caccia F-16. Un’analogia voluta o forse l’assenza di nuova creatività nella sceneggiatura dell’orrore. Nelle ultime settimane, nonostante la disfatta in Siria e Iraq, si sono moltiplicati i proclami dell’Isis e le immagini di propaganda inserite online sui siti e le pagine social del terrorismo islamico. I sostenitori del gruppo, secondo il Site, il sito di monitoraggio dell’estremismo islamico sul web, hanno lanciato appelli per attacchi durante le festività nelle principali capitali europee.

Muath al-Kaseasbeh
Il pilota giordano Muath al-Kaseasbeh dato alle fiamme in un gabbia al centro di Raqqa (2015)

NUOVA SFIDA O BLUFF MEDIATICO? A questo punto c’è da chiedersi e c’è da comprendere se l’Isis stia realmente rilanciando la sfida del terrore o se invece il ritorno dei video del terrore siano un modo di impatto mediatico planetario per nascondere la realtà dei fatti di uno Stato Islamico indebolito rispetto a qualche anno fa. Per tornare a fare paura l’Isis si riaffida nuovamente a dei video ben curati, con sofisticati effetti speciali. Audio ben strutturato e coniugato con un altissima qualità nelle definizioni delle immagini. Il tutto confezionato con dei software all’avanguardia. L’isis manda in onda il film della violenza elevata all’ennesima potenza e per farlo si serve evidentemente di veri professionisti informatici, esperti di propaganda ai massimi livelli.

L’OCCIDENTE OSCURA I VIDEO DELLA MORTE. Sono passati ormai tre anni da quando venne divulgato in rete il video della decapitazione del giornalista americano James Foley. Quelle orrende sequenze dense di terrore e di morte fecero il giro del globo ed ottennero l’effetto mediatico che l’Isis voleva ottenere: inorridire il mondo. “Jihadi John”, il boia, l’uomo nero con il viso coperto, divenne presto l’emblema ed il simbolo indiscusso della violenza incarnata dalla fazione terroristica di Al Baghdadi. Da allora di video cosi terribili ne sono stati concepiti e diffusi molti altri ma, per ovvie ragioni i media occidentali hanno deciso di non darne più notizia per non prestarsi al ruolo di megafono del terrore che l’Isis vuole diffondere.

James Foley
Il giornalista americano James Foley prima della decapitazione (2014)

I LUOGHI DELLA FOLLIA. Raqqa e Mosul, ma anche Afghanistan, Indonesia, Tunisia, Libia ed Egitto, è qui che vengono girate le immagini della morte che poi corre sul web con i rituali più bestiali che vengono accompagnati dal sottofondo di chi inneggia alla “jihad” ed alla “lotta agli infedeli” per proteggere la “terra dell’Islam”. Nel 2014, 2015 e 2016 di questi video ne sono stati prodotti una quantità tanto innumerevole quanto spaventosa, poi si è registrato uno stop o comunque una flessione che appare la cartina di tornasole delle difficoltà con cui si muove e si sviluppa la macchina della propaganda jihadista rispetto al passato.

LA TUTA DELLE TORTURE. L’elemento ricorrente di questi video del terrore è la tuta arancione dei prigionieri, le stesse usate dagli americani per vestire i prigionieri del carcere iracheno di Abu Ghraib ed è questa la vendetta di Abu Mas Al Zarqawi, che nel segno di quelle medesime tute arancioni ripropone ora le torture eseguite dall’Isis. Uomini decapitati, prigionieri giustiziati a colpi di coltello o pistola, annegamenti e sentenze eseguite con ogni mezzo intriso di sete di sangue: queste ed altre ancora sono le tecniche ormai note dei miliziani dell’Isis, assassini che si servono di un sedicente messaggio religioso che strumentalizza il Corano ed il credo musulmano dandone un’immagine distorta per foraggiare altri interessi. E’ la trappola dell’Isis, protesa alla ricerca di nuove cavie umane da asservire a strumenti di morte nella spirale brutale di nuovi (video)messaggi di sangue.

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