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Reato di tortura: non abbiamo imparato nulla da Bolzaneto

Severa valutazione dell’Onu sul testo legislativo esitato dal parlamento italiano lo scorso luglio

Errare è umano, perseverare è diabolico. Un’arte in cui la classe dirigente italiana sembra essersi specializzata nel corso degli anni nella migliore delle università. Lasciamo perdere i rilievi delle opposizioni che, si sa, in ogni democrazia parlamentare fanno il loro lavoro in maniera spesso strumentale. Ma come si è potuto ignorare i rilievi e le perplessità di chi, nel concreto, le leggi deve applicarle nel nostro sistema giuridico? In merito alla normativa sulla tortura, molto tempo prima della sua definitiva approvazione, gli stessi magistrati che seguirono i delicatissimi processi per i fatti della Diaz e di Bolzaneto, accaduti durante il G8 di Genova, affermarono il suo essere confusionaria e d’impossibile applicazione.

LEGGE PASTICCIATA E STANGATA ONU. La chiarezza interpretativa è, da sempre, il principale attributo delle norme giuridiche. Scriverne una col deliberato intento di annacquarne i contenuti rendendo impossibile l’opera dell’interprete della legge, giudice o avvocato che sia, è certamente cosa immorale. Che il tema sia delicatissimo nel nostro paese, rimanendo aperte le ferite del G8 di Genova o quelle di altri casi come quello di Stefano Cucchi, è cosa risaputa. Tra chi difende a prescindere l’operato delle forze dell’ordine e chi le condanna per partito preso, è difficile trovare un punto di equilibrio. Eppure bisognava cercarlo, questo equilibrio, e costruirlo attraverso il dialogo democratico. Un imperativo morale nei confronti di chi è stato vittima di tortura nel nostro paese e nei confronti di categorie specifiche, come quella delle forze dell’ordine, che necessitano di direttive più chiare da applicare in certi casi anche a tutela della propria immagine e della propria onorabilità. Gli strali della critica si sono appuntati, in particolare, sulla scarsa valutazione dell’impatto psicologico della tortura e sulla necessità che sia formata da atti reiterati per venire riconosciuta come tale. In questa prospettiva, il comitato ONU contro la tortura ha definito il testo prodotto dal parlamento italiano “sostanzialmente inapplicabile”. Una doccia gelata per un paese che era stato già più volte condannato e censurato dagli organismi comunitari per la mancanza di una normativa adeguata in materia.

LA POSIZIONE DELLE FORZE POLITICHE E SOCIALI. Tra una definizione “sensibilmente ridotta” del termine “tortura”, come sottolinea il comitato ONU, e l’assenza di considerazione dello scopo per cui la tortura è perpetrata, il testo di legge voluto principalmente dal PD assomigliava allora, e assomiglia tanto più adesso, ad un altro spot elettorale volto ad accreditare il partito di Renzi come forza politica paladina dei diritti civili. In realtà, come hanno sottolineato la stragrande maggioranza delle opposizioni, dalla sinistra ai 5 stelle, a parte sdoganare l’utilizzo del termine “tortura” in sé in una sfera pubblica pavida e avvolta da tanti pregiudizi, l’intervento normativo del PD non sembra presentare meriti ulteriori. Coro di valutazioni negative, seppur con sfumature diverse, da Amnesty International, che sottolinea quantomeno l’importanza che la parola “tortura” sia entrata semanticamente nel glossario normativo italiano, l’associazione Antigone e la famiglia Cucchi. Restiamo con l’amaro in bocca per l’ennesima occasione persa dalla classe dirigente del paese per riaffermare il valore dei diritti civili in quella che ne dovrebbe essere la patria culturale.

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