Politica

De profundis Alfano & company: la scissione annunciata del (non) partito stampella

Angelino Alfano si fa da parte mentre era già sulle orme della debacle politica di Gianfranco Fini. Alternativa Popolare si scioglie come in passato avvenne per Futuro e Libertà. Adesso "liberi tutti" e caccia aperta a una poltrona con Renzi e Berlusconi

Angelino Alfano non si ricandida, i suoi colleghi si dividono tra chi andrà con Renzi e chi con Berlusconi e addio ad Alternativa Popolare. Se non fosse per il recente annuncio del ministro agrigentino che ha deciso di non correre alle Nazionali, verrebbe da chiedersi dove stia la vera novità. Tutto come da copione e tutto preventivabile. La fine degli alfaniani è una storia ampiamente prevista da tanti italiani, che ricalca con altre dinamiche ma identico epilogo il tramonto di Gianfranco Fini. L’anatema berlusconiano ha cancellato dall’agone politico l’allora presidente della Camera, che aveva osato sfidarlo, e a distanza di qualche anno è andata allo stesso modo per l’ex delfino del Cavaliere che aveva tentato di fare un percorso autonomo sino a tradire per entrare nel Governo di Renzi e Gentiloni (diversamente noto anche come Renzi-bis). Non poteva andare oltre e rimanere in auge Alfano, che dopo aver lasciato Berlusconi ha provato a fondare un partito che, di fatto, non è mai stato un partito perché non ha i voti per essere considerato tale. E la batosta delle Regionali in Sicilia ha messo il punto esclamativo sull’illusione che aveva Alfano di raccogliere i numeri per restare in corsa e provare a galleggiare. Da qui l’annuncio fatto a Porta a Porta. Meglio lasciare ora, da ministro a fine legislatura, che prendere un altro schiaffo elettorale ancor più sonoro alle Politiche di marzo 2018, quando Ap non avrebbe mai visto neppure col binocolo il 5% o il 3% e probabilmente non avrebbe superato neppure il 2%. Alternativa Popolare di Alfano come fu ai tempi Futuro e Libertà di Fini, la storia si ripete, la storia non mente mai.

L’EPILOGO DI UN’ILLUSIONE. La spaccatura, più volte nascosta e rinviata, si è consumata come un film che vai a vedere al cinema ma di cui sai già il finale prima di sederti in sala. La scelta di Alfano di farsi da parte ha sancito il classico “liberi tutti” in cui ognuno ha avuto carta bianca per accasarsi altrove e cercarsi nuovi spazi. C’è chi andrà nel centrodestra per schierarsi al fianco di Forza Italia e chi rimarrà nel centrosinistra e magari entrerà nel Partito Democratico. Beatrice Lorenzin è già stata con Berlusconi dal 2009 al 2013 nell’allora Partito delle Libertà ma non ha mai avuto la visibilità che le ha dato Renzi e allora non è casuale la sua scelta di sostenere Matteo Renzi nella corsa alle Nazionali, e c’è già chi la vede prossima a traghettare nel Pd. Fabrizio Cicchitto ha difeso per tanti anni il Cavaliere come l’ultimo dei baluardi e la sua seconda casa era ormai quella di Arcore ma ha deciso di non farsi prendere dalla “sindrome di Lassie” – politicamente parlando – e la sua idea è quella di sostenere il centrosinistra, magari con una lista di appoggio. C’è poi il coordinatore Maurizio Lupi che insiste nel tentare la strada solitaria, puntando a superare la soglia del 3%: una speranza che rischia di infrangersi contro la dura legge ineludibile dei numeri. Roberto Formigoni e l’ala lombarda hanno già fatto la valigia per tornare nella famiglia di Forza Italia, come “gamba moderata” della coalizione di centrodestra.
È l’atto finale di un partito, di fatto, mai nato, perché d’altronde il vecchio nome era quello di “Nuovo Centrodestra”. Una copia sbiadita di centrodestra di nome ma non di fatto perché oltretutto alleato con un governo di centrosinistra. Il de profundis politico di Alfano e Alternativa Popolare è la cronaca di una storia già scritta, la partita finale a tetris, in un gioco dove le pedine cadono e si incastrano di nuovo con altri partiti. Cercano di sopravvivere, cambiano nome ma i numeri li bocciano in modo impietoso.

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