Cultura

Cinepanettone e anche questo Natale ce lo siamo levati dalle… sale

Natale 2017 epilogo dei film comici sotto l’Albero? Dal boom degli anni ’80 e ’90 al crollo del terzo millennio. Il punto su quelli nelle sale e su i possibili nefasti esiti delle prossime settimane

«E anche questo Natale… se lo semo levato dalle palle». È probabilmente in questa battuta dell’avvocato Giovanni Covelli, interpretato dall’indimenticato Riccardo Garrone, che si condensa il momento cruciale delle feste natalizie che ogni anno trascorriamo in famiglia; quello in cui, al termine di poco digeribili cenoni e relativo poco entusiasmante scambio di più o meno reciproci doni, si tira un sospiro di sollievo per la lieta conclusione dell’euforico trambusto generale e degli interminabili preparativi che affliggono e ammorbano l’intera occasione. Una battuta magistralmente pronunciata che è passata alla storia semplice e pungente com’è. 23 dicembre 1983: una data da annoverare negli annali per aver inaugurato un intero e fortunatissimo filone cinematografico, quello dei “cinepanettoni”. Non è un caso, infatti, che il termine sia oggi entrato a pieno titolo nel Vocabolario Treccani e che alla rispettiva voce, s.m. (scherz. iron.), risponda “lo spettacolo cinematografico popolare per antonomasia”. Sbarcava, così, nelle sale italiane “Vacanze di Natale”, rilettura contemporanea di “Vacanze d’inverno” (1959, Camillo Mastrocinque) con Alberto Sordi e Vittorio De Sica. Una commedia manifesto-capostipite che, nonostante un validissimo cast, certo non poteva ambire di diritto a procreare una fittissima genealogia di epigoni – non sempre memorabili – che si sarebbero susseguiti per oltre tre decadi con un circoscritto mutare di situazioni, temi, schemi e trame ma sempre contraddistinti dalla stessa amatissima verve e vis comica. Decine di titoli si sono poi succeduti ma nessuno è di certo riuscito a eguagliare l’immortale e intramontabile fascino dell’antesignano e progenitore uscito sull’onda del successo di “Sapore di mare”, di cui ripropone alcuni noti interpreti e il consueto finale che vede il ritorno alla monotonia della vita quotidiana.

UN PRODOTTO COMMERCIALE CHE HA RACCONTATO UN PAESE. Sono senz’altro bastevoli le note di “Moonlight Shadow” di Mike Oldfield, cantata da Maggie Reilly, che accompagnano i titoli di testa, a ridestare le atmosfere dell’esclusivissima località sciistica delle Dolomiti in cui si ritrovano un giovanissimo Christian De Sica con la Samantha di Karina Huff e il quasi imberbe borgataro di Claudio Amendola, figlio del macellaio di Viale Marconi personificato da Mario Brega. Non mancano poi “Amore disperato” di Nada, “I like Chopin” dei Gazebo, “Nell’aria” di Marcella Bella, “Teorema” di Marco Ferrandini e, soprattutto, “Maracaibo” di Lu Colombo con lo squattrinato playboy Billo “non sono bello… piaccio” di Jerry Calà al piano bar. E non poteva che essere la lungimiranza di Carlo ed Enrico Vanzina, eredi del genio di Steno, a coniare per l’industria cinematografica nostrana un liberatorio e controverso prodotto commerciale concepito ad hoc per le festività. Un singolare e particolarissimo successo, dovuto a toni più leggeri e sognanti rispetto alla tradizionalissima commedia all’italiana: nel bene o nel male, dipinge con tratti vividi il costume, gli stereotipi di genere (regionali e non), la morale e interi contesti del bel paese e lo fa con ironia, senza troppi drammi e senza pretenziosa critica sociale – velatissima e subliminale – a vizi e virtù degli italiani. Si afferma, quindi, presto, come novella e popolare commedia d’ambiente (salvo poi derive quanto mai demenziali): si pensi al pittoresco personaggio del “cumenda” puntualmente restituito da Guido Nicheli, in arte Dogui, con la parlata marcatamente milanese e l’archetipo del ricco imprenditore lombardo con l’intercalare di “sole, whisky e sei in pole position” o “see you later”. A metà degli anni ’90 arriva il boom con l’Italia gretta e inetta del berlusconismo e l’intrattenimento del generalismo televisivo frivolo di Mediaset, che ben pochi spazi lascia al malinconico romanticismo: “l’autorialità” delle “Vacanze” dei Vanzina e Oldoini passano il testimone , a cavallo del nuovo millennio, alla serie “Natale a…” firmata da Neri Parenti e Filmauro di Aurelio De Laurentiis. La commedia natalizia diventa un prodotto vendibile, a grande diffusione e a vocazione principalmente commerciale, caratterizzato da comicità di situazione dall’umorismo elementare e a buon mercato, allusioni sessuali e ripetitive volgarità. Con l’affermazione del duo De Sica – Boldi, il risultato è ugualmente di ricchi e incontrastati incassi al box office: ma già nel 1986 erano arrivati gli Yuppies, giovani di successo, a ritrarre la capitalista Milano da bere, tra auto sportive, benessere economico e belle donne come simbolo di affermazione sociale e sogni proibiti di tutti gli italiani (commedia, questa, retroattivamente inclusa nel filone cinepanettoniano per la comune matrice tematica in nuce).

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DE PROFUNDIS. La commedia generazionale, al di là della stretta afferenza con il clima natalizio-vacanziero, finisce per trasferirsi – con l’avvento del nuovo millennio, nell’epoca del turismo di massa e dei voli low-cost – dall’elitaria Cortina ad ambientazioni esotiche (Egitto, India, Caraibi, Bahamas, Rio e Sud Africa) o in location europee e d’oltreoceano (Amsterdam, Gstaad, Miami, New York, Ibiza, Beverly Hills). E, indipendentemente dalla meta, non sono mancate le guest-stars (Cindy Crawford, Megan Gale, Carmen Electra, Brigitte Nielsen, Danny De Vito solo per citarne alcune) o donne da copertina come Anna Falchi, Elisabetta Canalis, Belen, Moira Orfei, Corinne Clery, Ornella Muti, Michelle Hunziker e Victoria Silvstedt. Ma, se l’offerta abituale dell’universo narrativo era riuscita ad attrarre un’intera fascia di pubblico – quasi come si trattasse di un rito annuale di consumo – oggi il pubblico non si accontenta più del solito copione corale con tanto di marito infedele, imprenditore imbranato e stuolo di mogli, figli, giovani amanti, improbabili equivoci, doppi sensi, soggetti e sceneggiature appena abbozzati e idiozie varie. Il cadeau natalizio, artigianalmente impacchettato e pronto all’uso per un pubblico più televisivo che cinematografico, inizia a mostrare segni di sofferenza: a partire dal divorzio artistico del celebre sodalizio nel 2005, si sovrappongono due distinti “filoni apocrifi” (Filmauro vs. Medusa) con a capo rispettivamente De Sica, Ghini e De Luigi da un lato, e Boldi, Salvi, Izzo e Salemme dall’altro (quest’ultimo con al centro non tanto le vacanze quanto i matrimoni). Uno scisma che poco ha giovato a entrambi e ancor meno alla fortunata saga, adesso alle prese con una formula da ridefinire e in competizione con commedie classiche sulle quali le produzioni hanno finito per virare. Meno dilagante – e disarmante – volgarità, comicità più sana e magari non meno satirica e politicamente scorretta. Certo, i risultati al botteghino non sono gli stessi: a livello commerciale, i titoli – che un tempo sarebbero stati pane quotidiano per lo spettatore occasionale – mancano proprio di un’idea comica di fondo. E non soltanto gli antichi fasti dei campioni d’incasso sono belli e archiviati ma, quando in sala mancano Zalone e Nunziante (manco si stesse parlando di Age&Scarpelli), le cifre parlano da sé. Sono cambiati i tempi e, con la crisi economica, l’edonismo gaudente dei cinepanettoni lascia posto agli spiantati disoccupati, sottoccupati o precari di Luca Medici che, con personaggi anonimi che farebbero rabbrividire persino il ragioner Fantozzi, si esibisce in dolceamara critica sociale non sempre “politically correct” (il capodanno dai Fürstenberg e il bridge della distintissima “frascatara” signora Covelli di Rossella Como potrebbero solo accompagnare). E, non a caso, il “miracolo Zalone” avviene sempre una volta ogni due anni, frutto di una sapiente dilazione e diluita proposta di un intelligente artista che oramai centellina oculatamente le proprie apparizioni televisive.

IN TRE PER LE BRICIOLE. Quest’anno è una strana celebrazione remix ad assemblare cocci/spezzoni di ben trentacinque anni: “Super Vacanze di Natale”, cinepanettone riscaldato dei cinapanettoni più o meno recenti, pastone monografico superblob e scult insolito curato dall’impenitente Paolo Ruffini: più che un invito alla distensione tra i due storici mattatori del genere più detestato dalla critica, suona come un requiem a suggello di un lenta – e lunga – agonia. Sembra quasi anacronistico, infatti, che ancora una volta ci siano loro, De Sica e Boldi, separati e contrapposti, rispettivamente in “Poveri ma ricchissimi” (Warner) – ossia il ritorno della cafonissima famiglia Tucci di Torresecca – e “Natale da Chef” (Medusa). Al momento a scamparla, con 86 mila euro al primo giorno e 13518 spettatori, è il film di Fausto Brizzi (il cui nome è stato rimosso da locandine e trailer in seguito alle accuse di molestie), ampiamente staccato dagli attesissimi “Star Wars: Gli Ultimi Jedi” e “Assassinio sull’Orient Express”. Segue Neri Parenti con un incasso d’esordio di quasi 41 mila euro e 6376 spettatori e Ruffini con 26500 euro e poco meno di 4000 spettatori. Ma nel complesso, dopo un settimana di programmazione in sala, l’incasso complessivo era di appena 3 milioni e 300 mila Euro. Al di là dell’impari competizione con le produzioni americane, il confronto con i tre cinepanettoni dello scorso anno è impietosissimo: meno venticinque per cento di biglietti staccati. Nonostante l’interessante montaggio di Pietro Morana, l’operazione nostalgia sconfessa definitivamente le “leggi del mercato” che avevano un tempo imposto il genere nelle sale e nell’immaginario collettivo. I numeri valgono ben più di una pietra tombale: tralasciando i 396 milioni (sì, di Euro) portati negli anni nelle casse di Filmauro, l’ultimo decennio ha passivamente subito il passaggio da 23 a un massimo di 7 milioni. Alla compilation con la quale De Laurentiis ha messo insieme 85 minuti di gag memorabili (in gran parte visibili su YouTube) non sono mancate, tra l’altro, le accuse e le rimostranze di registi e protagonisti. Sicuramente c’è tutto il meglio – o il peggio, a seconda dei punti di vista – del genere ma anche riferimenti a fenomeni di costume unitamente alle consuete assurdità e volgarità.

MA IN PERIODO DI FESTE, dopo il tanto discusso tepore autunnale, c’è l’imbarazzo della scelta: dai cartoni (“Coco” di Pixar e “Il toro Ferdinando) all’ultimo gioiellino di Woody Allen, passando per Ridley Scott, “Gli sdraiati” con Bisio, “Riccardo va all’inferno” con Massimo Ranieri, “Napoli velata” di Ozpetek, “Come un gatto in tangenziale” con Albanese e Cortellesi, “Benedetta follia” di Verdone e compagnia bella. Non a caso restano in panchina Lillo & Greg e si ritirano dalla corsa Aldo, Giovanni e Giacomo. La competizione tra produzioni e distribuzioni finisce, così, per parcellizzare anche i risultati in termini di spettatori e c’è davvero poco da ridere per le commedie sotto l’Albero di Natale. I weekend in cui i titoli rimarranno in sala si contano sulle punta delle dita e la matematica lascia ben poco a sperare. Non bastano le antologie per far rimpiangere il passato: non è più tempo per un De Sica che si copre le pudenda con vasi da fiori, gestacci, colpi all’inguine e affini. Parafrasando la celebre battuta, ormai oggetto sul web di veneratissimi meme puntualmente riproposti, “anche questo Natale (cinematografico) se lo semo levato dalle… sale!”.

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Marco Fallanca

Studente di Giurisprudenza. Precoce e accanito cinefilo, possiede a casa una videoteca con oltre 7000 film. Affetto da un incommensurabile amore per Cinema, Teatro, Musica e ogni forma d’Arte. Già giurato del 61º TaorminaFilmFest, segue da vicino festival e rassegne. Disilluso podista, allo studio alterna partite di calcio. Già arbitro regionale presso l’Associazione Italiana Arbitri - sezione di Catania

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