Cultura

Van Gogh e il suicidio dell’anima dell’arte

“Loving Vincent” il film di animazione realizzato con oltre 60 mila tele dipinte a mano, proiettato nella rassegna a cura del Museo e Real Bosco di Capodimonte di Napoli e del Cinema Hart, regala una nuova prospettiva sulla morte dell’artista olandese

Il film, proiettato la sera del quattro gennaio, a Napoli in un cineforum nell’auditorium del Museo di Capodimonte, ritorna a far parlare del genio di Van Gogh in una città sempre assetata di cultura e di bellezza. Ne dovrebbe essere assetato il paese intero, ma nonostante i record di incassi, nei soli tre giorni in cui era stato presentato, alcuni mesi fa, nelle sale cinematografiche, il successo mediatico non sembra avere pareggiato i conti con la straordinaria prova di intuito cinematografico, di utilizzo della tecnologia e delle capacità artistiche di un numero impressionante di pittori. “Loving Vincent”, infatti, è un film d’animazione realizzato con una tecnica di ultima generazione in cui più di 120 artisti dipingono l’incredibile storia della vita di Vincent Van Gogh attraverso i suoi quadri.

LOVING VINCENT. Un potente e suggestivo racconto realizzato con oltre 60 mila tele dipinte a mano per un viaggio nell’arte e nel mistero della scomparsa di uno dei più importanti pittori di sempre. La pittura qui oltre ad essere contenuto è anche strumento narrativo: ogni singolo fotogramma del film è stato realizzato a mano. E l’importanza, anche semplicemente artigianale, dell’opera non sembra essere arrivata se non agli appassionati e agli addetti del settore. Storia strana per un gioiellino della settima arte che ha trovato ospitalità come ultimo appuntamento nella rassegna “Cinema-La Settima Arte a Capodimonte”. La manifestazione, a cura del Museo e Real Bosco di Capodimonte e del Cinema Hart, era inserita nel cartellone di eventi “Capodimonte dopo Vermeer” finanziato con fondi POC della Regione Campania, che per due mesi, ogni giovedì, ha offerto la visione di otto pellicole-capolavoro sul rapporto tra arte e cinema. “Loving Vincent” chiude un percorso narrativo iniziato il 2 novembre scorso con “Das Cabinet des dr. Caligari”, film del 1919 simbolo dell’espressionismo tedesco, “Senso” storica pellicola del 1954 di Luchino Visconti, “Barry Lyndon” il capolavoro di Stanley Kubrick. Tre i film biografici: “Frida” (2002) di Julie Taymor dedicato alla vita di Frida Kahlo, “Caravaggio” (1986) di Derek Jarman, che ha lanciato il mito di Caravaggio nel mondo contemporaneo e “Turner” (2014) di Mike Leigh, e un omaggio a Pier Paolo Pasolini con “Mamma Roma” (1962) e “La ricotta” (episodio del film RO.GO.PA.G.) del 1963.

LA MORTE MISTERIOSA. Sarà stata quella che ha in qualche maniera incuriosito e affascinato Dorota Kobiela, la pittrice polacca, e il regista inglese Hugh Welchman, che hanno intrapreso questa avventura sei anni fa per raccontare, attraverso uno stile da cinema noir, le ultime settimane di vita del pittore olandese trasferitosi ad Arles, in Francia, nel 1888. Vincent Van Gogh, l’artista più noto al mondo, personaggio tormentato, nel luglio 1890 si spara in un campo di grano nei pressi di Arles. Il giovane Armand Roulin, figlio del postino Roulin, unico amico di Van Gogh, non convinto del suicidio dell’artista, ripercorre le sue ultime settimane di vita incontrando le persone che, anche nei momenti più drammatici, gli sono state vicine. Era nato come un cortometraggio, quasi un esercizio didascalico e poi si è trasformato in un lungometraggio che pur non essendo un caposaldo della letteratura cinematografica, ha il grande merito di avere trasmesso la potenza dell’anima di Van Gogh, attraverso lo strumento che più la rappresenta, la sua maniera di dipingere. Buona parte degli artisti, anche quelli che hanno costituito i momenti più alti di cambiamento e di rottura delle tradizioni, sono sempre partiti dall’accoglimento iniziale di quelli che sono i canoni pittorici generali. Picasso ad esempio prima di operare una delle più grandi rotture nel disegno e nella pittura e nella storia dell’arte in generale, aveva imparato a disegnare e dipingere a La Coruña, frequentando i corsi di disegno della Scuola di Belle Arti. Van Gogh, invece, fu avversato da un padre inconsapevole e iniziò a dipingere da autodidatta a ventisette anni. In maniera molto cruda, pensando ai canoni classici, si può dire che il maestro olandese di Zundert non sapesse dipingere. Sopportava però il peso specifico di un’anima poderosa. Fu quella grevità che lo portò a inventare una nuova pittura, che arrivando proprio dai profondi interrogativi della sua anima, non è una pittura che si possa ricondurre ad altro se non alla figura di Van Gogh.

IL SUICIDIO DELL’ARTE. Da quella morte misteriosa parte una sorta di investigazione che in realtà passa, in maniera anche didattica ma per nulla pesante, da un’opera all’altra del grande maestro. E alla fine di questa ricerca investigativa più che un colpevole umano si finisce per incontrare una scelta emotiva. Ci si trova faccia a faccia con la consapevolezza di un male di vivere, che in pratica è una condanna della parte oscura dell’arte che non sempre ha una azione salvifica, ma anzi avvia verso un crinale di perdizione. Una morte che non è solo l’annullamento di un corpo ma il suicidio di un anima, la cui tristezza non avrebbe mai potuto trovare fine. Insieme a quell’anima grande, senza nessun riferimento qualitativo, ma semplicemente alla vastità di emozioni che accoglieva, è come se fosse morto lo spirito stesso dell’arte, che prova a resistere in ogni artista che intraprende la lunga e perigliosa strada della ricerca. La certosina fatica di 125 artisti provenienti da ogni parte del mondo, racconta di una fatica immane che è rappresentata in ognuna di quelle tele che è solamente un istante piccolissimo della vita di ognuno. L’utilizzo del rotoscope, la tecnica con la quale sono stati rielaborati più di mille dipinti, non riesce a lenire il dolore di quell’anima che sullo sfondo di una ricerca investigativa non trova riposo. È l’arte, in quel campo vicino casa Van Gogh, che immagino proprio di grano, si deve essere calata in quell’anima criptica che si allietava nel colore puro. In ognuna di quelle pennellate deve aver trovato la durezza di un mondo suggestivo ma ignoto, e il dolore di tante ferite che non riusciva a cauterizzare. Accompagnò passo dopo passo quel corpo trafitto da un colpo di rivoltella, e si distese al suo fianco sul letto della casa che divideva con il fratello. E morì con la sua anima. Un film che non è solo cinema sperimentale, ma un caldo gesto artistico, umile, e prezioso.

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