Politica

Il conflitto d’interessi rimane questione irrisolta in Italia

Mancano poco meno di due mesi alle elezioni politiche italiane ed uno degli argomenti più rilevanti insieme alla par condicio rimane il conflitto d’interessi

Alcune questioni affondano le proprie radici nella notte dei tempi. A tale proposito è forse possibile affermare che il nostro Paese abbia da tantissimo tempo un conto aperto con il conflitto d’interessi. Una fattispecie che non inquina soltanto le dinamiche della dialettica politica, si infiltra tra le maglie del sistema economico, corrode i rapporti all’interno del mondo dell’istruzione, rende malsana l’aria che si respira in ambito sanitario. Che si tratti di piccole miserie di provincia o di situazioni di portata nazionale, il conflitto d’interessi è un argomento che ci interessa tutti ed è entrato a far parte del nostro quotidiano. È per questo che una riflessione sul tema a poco tempo dalla scadenza elettorale appare quanto mai opportuna.

LA DISCIPLINA GENERALE. Il conflitto d’interessi si è diffuso nei decenni in maniera tentacolare. Si trova in conflitto d’interessi chiunque occupi una carica politica, amministrativa, giudiziaria o di altra natura che sia incompatibile con un’altra carica che si detenga contemporaneamente. Tale incompatibilità inerisce alla possibilità di ottenere indebiti vantaggi dalla detenzione contemporanea di entrambe le cariche ed il conflitto d’interessi si prefigura a prescindere dal tentativo di conseguire o meno tali indebiti vantaggi. Un esempio banale potrebbe essere quello del dipendente di un’azienda privata che viene nominato all’interno di una commissione di gara volta a selezionare il soggetto vincitore di un bando tra i quali figura l’azienda d’appartenenza stessa. In tale circostanza il dipendente potrebbe indebitamente favorire la propria azienda trasmettendole informazioni riservate sulle offerte presentate dai competitor e permettendole di gareggiare in condizioni di estremo vantaggio sugli avversari, magari ricevendo poi delle regalie o dei premi per il compito svolto. È chiaro dunque che il conflitto d’interessi si prefiguri anche come violazione del principio d’imparzialità che è, ad esempio, uno dei principi giuridici su cui si fonda l’attività della PA. La disciplina sul conflitto d’interessi accomuna tutti i maggiori paesi europei ed in Italia ha scalato le posizioni dell’agenda politica dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi. Quando divenne premier, Berlusconi aveva già accumulato ingenti fortune nei settori delle telecomunicazioni, su tutte la proprietà di Mediaset, principale emittente televisiva privata, dello sport, dell’edilizia. Secondo alcuni giuristi la sua nomina a premier avrebbe addirittura presentato profili di incostituzionalità per tali motivi. Il Parlamento europeo, al paragrafo 38 della risoluzione del 20 novembre 2002 deplorava che, «in particolare in Italia, permanga una situazione di concentrazione del potere mediatico nelle mani del presidente del consiglio, senza che sia stata adottata una normativa sul conflitto d’interessi». Ironia della sorte, mentre i governi di centro-sinistra, storici antagonisti di Berlusconi, non riuscirono mai a disciplinare in maniera organica la fattispecie, fu proprio Silvio nel 2004 a licenziare col suo governo una legge sul conflitto d’interessi per quanto blanda e certamente non risolutiva della questione. In particolare la legge prescriveva che i titolari di cariche pubbliche dovessero cedere a dei fiduciari il controllo delle principali aziende possedute.

CONFLITTO D’INTERESSI TRASVERSALE. Da Mediaset al Milan passando per Mediolanum e Mondadori, Silvio Berlusconi è sempre stato uno degli imprenditori di maggiore importanza in Italia ed è per questo che quando si parla di conflitto d’interessi si pensa automaticamente a lui. Considerata l’eterogeneità dei settori coperti dalle sue aziende, molti dei quali strategici per lo sviluppo del paese, Berlusconi incarna l’icona del principio del conflitto d’interesse, una vicenda mai risolta e che per alcuni sarebbe, in un rovesciamento di prospettive, la migliore garanzia ai fini di una politica moderata e non sfascista che viene invece imputata ai vari Grillo e Salvini. Se Berlusconi ha rappresentato in questi anni l’icona del conflitto d’interessi, Matteo Renzi col suo governo non si è voluto tirare indietro come dimostrano gli innumerevoli episodi di cronaca. Molti lettori ricorderanno il caso del ministro dello sviluppo economico Guidi che con un emendamento alla legge di stabilità tese a favorire il compagno Gianluca Gemelli. Parlare della vicenda di Banca Etruria che vede coinvolti il ministro Maria Elena Boschi ed il padre Pierluigi appare addirittura superfluo vista la notorietà della vicenda. Alcune ombre si allungano anche sul garante del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo, dopo la fondazione dell’associazione M5S. L’attacco arriva infatti dall’avvocato Lorenzo Borrè e da un gruppo di attivisti liguri che affermano il conflitto d’interessi del garante configuratosi nella cessione del simbolo dalla prima associazione, creata nel 2009, alla terza associazione creata nelle scorse settimane senza averne consultato gli iscritti. Gli attivisti chiedono la nomina di un curatore degli interessi della prima associazione M5S che sarebbe danneggiata dalla gestione discrezionale delle due create successivamente da Grillo dal 2009 a oggi. Il conflitto d’interessi risiederebbe anche nei ruoli ricoperti contemporaneamente all’interno delle tre associazioni da Grillo e nello specifico, Capo Politico, Presidente del Consiglio Direttivo ed infine Garante.

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