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La solitudine degli inglesi ha bisogno di un ministero

Una epidemia sociale che in Gran Bretagna colpisce 9 milioni di persone. Anziani, ma non solo. Qualcosa deve essere andato storto

Sembra un’idea uscita da un racconto di George Orwell, invece è già realtà in Gran Bretagna. La premier Theresa May ha istituito un Ministero per la solitudine per affrontare un tema sociale e sanitario che nel Regno Unito riguarda ben 9 milioni di persone. Anziani, ma non solo. Un’epidemia sociale figlia di una società sempre più frammentata ed egoista. E poiché vivere soli è considerato un fattore di rischio per numerose malattie, a cominciare dalla depressione, per il Regno Unito la solitudine è diventato problema di salute pubblica.

IL MINISTRO DELLA SOLITUDINE. Per cercare di risolvere questa “piaga” nazionale la leader conservatrice ha nominato Tracey Crouch, già ministra per lo Sport e la Società civile. Ma a lanciare per prima la richiesta di un’iniziativa di governo rivolta alle persone sole era stata Jo Cox, la parlamentare laburista assassinata da un fanatico xenofobo di estrema destra alla vigilia del referendum sulla Brexit. La nuova sottosegretaria alla solitudine si è detta pronta a collaborare con la commissione Jo Cox, presieduta dalla parlamentare laburista Rachel Reeves e dalla parlamentare conservatrice Seema Kennedy, che per dodici mesi ha lavorato con associazioni ed enti di beneficenza raccogliendo dati e idee per affrontare il problema della solitudine. Dal report è emerso che in Gran Bretagna sono circa 200 mila le persone anziane che hanno avuto conversazioni con parenti e amici per più di un mese, e l’85 per cento dei giovani disabili soffre di solitudine. Anche le giovani madri e i rifugiati sono stati individuati come gruppi a rischio di isolamento.

COME SI È ARRIVATI A UN MINISTERO DELLA SOLITUDINE. Qualcosa nell’evolversi della società occidentale deve essere andato storto. Una volta erano le famiglie ad occuparsi dei propri membri in difficoltà. Poi c’era il vicinato, il quartiere, il paese sempre pronto a dare una mano a chi ne aveva bisogno. Ed infine, le associazioni si prendevano cura degli anelli più deboli della catena. La solitudine era intesa come libertà. Una condizione esistenziale che portava enormi benefici: concentrarsi sul lavoro, perseguire le proprie ambizioni, soddisfare i piaceri personali. Fare quello che si vuole, insomma, senza il vincolo di relazioni. La lingua inglese ha saggiamente intuito i due aspetti contraddittori della solitudine. Così ha creato la parola “solitude” per esprimere la scelta di essere soli e “loneliness” per esprimere una condizione sofferta e non cercata. Nella lingua italiana per esprimere i due concetti esiste, invece, la sola parola “solitudine”. Così perde spesso quella sfumatura tra scegliere o no di stare soli e il termine viene utilizzato esclusivamente nella sua accezione negativa. Ma la solitudine è una conquista o una condanna? Nella società 2.0 i rapporti interpersonali sono diventati sempre più evanescenti, opacizzati dai nuovi mezzi di comunicazione e social network. Siamo arrivati ad essere sempre connessi, ma più isolati. Insomma, per dirla all’inglese, la società odierna mira alla solitude ma va verso la loneliness.

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