Salute

«L’antibiotico non funziona più»: l’allarme lanciato dall’Oms

Il primo rapporto sull'antibioticoresistenza parla di oltre mezzo milione di infezioni resistenti in 22 Paesi. L’Italia è ai primi posti in Europa per la somministrazione di antibiotici negli animali e per il consumo nell'uomo

Troppi, prescritti male e assunti ancora peggio. Gli antibiotici, considerati erroneamente la panacea di tutti i mali, non funzionano più per numerosi batteri come e. coli, klebsiella pneumoniae, staphylococcus aueus, streptococcus pneumoniae e salmonella. Sono stati oltre mezzo milione di casi d’infezioni resistenti alle cure da antibiotico. I dati arrivano dal primo rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità sulla sorveglianza dell’antibioticoresistenza. Un quadro ancora più drammatico se si pensa che al campionamento hanno partecipato solo 22 paesi e non rientrano i casi di resistenza ad infezione da tubercolosi. Si parla già di un futuro post- antibiotico nel qual diverrà sempre più difficile effettuare interventi chirurgici, trapianti di organi o impianti di protesi.

IL REPORT DELL’OMS. Il sistema di sorveglianza Global Antimicrobial Surveillance System (GLASS) è stato lanciato dall’Oms nell’ottobre 2015 per far fronte a un’emergenza crescente, quella di super batteri che non rispondono agli antimicrobici normalmente utilizzati per debellarli. La particolarità è quella di cercare di monitorare la situazione non solo in Europa e nelle nazioni ad alto reddito, ma anche nei paesi meno ricchi. Nel rapporto Glass, tra i pazienti con sospetta infezione, la percentuale di batteri resistenti ad almeno uno degli antibiotici più comunemente utilizzati variava enormemente tra i diversi Paesi, da 0 all’82%. La resistenza alla penicillina, usata per decenni in tutto il mondo per trattare la polmonite, variava da 0 al 51%. E tra l’8% e il 65% di E. coli associato a infezioni del tratto urinario ha presentato resistenza alla ciprofloxacina, un antibiotico comunemente usato per trattare questa malattia. L’Italia non ha ancora aderito al sistema Glass che, ad oggi, monitora la resistenza da antibiotico in 52 paesi (di cui 25 ad alto reddito). Ma per il primo rapporto, solo 40 hanno fornito informazioni sui loro sistemi di sorveglianza nazionali e solo 22 hanno anche fornito dati sui livelli di resistenza.

LA SITUAZIONE IN ITALIA. Il nostro Paese è ai primi posti in Europa per consumo di antibiotici negli animali e al secondo posto per consumo umano, oltre a essere tra i Paesi con la prevalenza maggiore di ceppi resistenti che si è attestata tra il 25% e il 50% nel 2015. I dati raccolti dalla sorveglianza sull’antibiotico-resistenza dell’Istituto superiore di sanità (Ar-Iss) indicano come nemico numero uno è la Klebsiella pneumoniae, un microrganismo che, oltre a batteriemie, causa anche infezioni urinarie e polmoniti. È resistente a quasi tutti gli antibiotici disponibili, inclusi carbapenemi e colistina. La percentuale di resistenza a questa classe di antibiotici è pari al 34%, una delle percentuali più alte d’Europa insieme a quella di Grecia e Romania. La Klebsiella è la principale responsabile delle infezioni nelle strutture sanitarie e l’Oms l’ha classificata tra i batteri critici ad altissima priorità per lo sviluppo di nuovi antibiotici.

UN’ARMA SEMPRE MENO EFFICACE. Il fenomeno della resistenza è un meccanismo naturale con cui i batteri reagiscono alla presenza degli antibiotici nel loro ambiente. Tutti gli antibiotici utilizzati sono derivati da molecole naturali, contro cui i batteri hanno imparato a difendersi. L’utilizzo massiccio, a volte anche eccessivo, negli ultimi anni, di un numero tutto sommato limitato di tipologie di antibiotici, ha favorito così la comparsa di ceppi resistenti che si diffondono rapidamente perché avvantaggiati rispetto ai ceppi sensibili. Questo inesorabile calo dell’efficacia degli antibiotici nel trattamento delle infezioni più comuni si è accelerato in questi ultimi anni. Anche nei paesi a basso reddito la diffusione delle resistenze agli antibiotici si manifesta con velocità crescente e talora supera fino a doppiare quella che avviene nei paesi più ricchi. Questo dato è molto preoccupante, non solo per la minore qualità generale degli interventi sanitari nei paesi poveri, ma anche per la maggiore difficoltà nell’accesso a terapie antibiotiche innovative ed efficaci. Un’altra conseguenza della diffusione delle resistenze si correla con gli ostacoli che vengono posti al conseguimento di interventi di chirurgia generale o di chirurgia dei trapianti. E anche i decorsi post-operatori rischiano di essere sempre di più costellati di complicazioni infettive non trattabili.

CAUSE E RIMEDI. La principale causa dell’antibioticoresistenza è il cattivo uso degli antibiotici sia da parte della medicina umana che veterinaria. È risaputo che negli allevamenti per favorire la crescita degli esemplari si abusa nella somministrazione di antibiotici così come negli esseri umani viene utilizzato erroneamente per il trattamento di una banale influenza. Un problema ignorato per quarant’anni che è diventato un’emergenza mondiale. Per invertire la rotta bisogna educare il paziente. Il no è al fai da te. Gli antibiotici devono essere utilizzati sempre e solo dietro prescrizione medica. Ma il rimedio più efficace resta la prevenzione: lavarsi speso le mani, preparare in maniera igienica il cibo – sciacquando bene frutta e verdura e prestando attenzione alla cottura dei cibi – e vaccinarsi. Evitando la malattia, i vaccini evitano il ricorso alle terapie antibiotiche. Ma la riduzione dell’uso globale degli antibiotici è solo una risposta parziale all’antibiotico resistenza. Per contrastare il fenomeno servono nuovi antibiotici.

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