Cultura

La musica di Rino Gaetano è ancora viva

Sono passati quarant'anni da quando si presentava al Festival di Sanremo con un cilindro, un frac e un ukulele per cantare "Gianna". Le sue canzoni, che raccontano di santi, peccatori, eroi e poveri cristi di quell'Italia degli anni Settanta, non verranno mai dimenticate

Torna l’appuntamento con il Festival di Sanremo ed esattamente 40 anni fa, sul palco dell’Ariston si presentava con un cilindro, un frac e un ukulele un certo Rino Gaetano. Il semi-sconosciuto cantautore di Crotone, ma romano d’adozione, porta una ventata di freschezza e irriverenza. La storia di quella ragazza «che aveva un coccodrillo ed un dottore», “Gianna”, non verrà più dimenticata. Così come tanti suoi brani in bilico tra nonsense e orecchiabilità, tra ironia e critica sociale sono attuali ancora oggi. “Aida”, “Mio fratello è figlio unico”, “Nuntereggae più”, “Ma il cielo è sempre più blu” raccontano gioie e dolori, peccati e peccatori, vittime e carnefici, di un’Italia che non sembra essere cambiata dagli anni Settanta. Forse proprio per questo è amato dai giovani che quell’Italia ancora sperano ancora di cambiarla.

GLI ESORDI. Eppure i suoi esordi discografici sono stati tutt’altro che esaltanti. Dopo alcune esperienze teatrali, Rino iniziò ad esibirsi nel leggendario Folkstudio, inesauribile fucina artistica dei cantautori romani, dividendo spesso il palco con gli allora sconosciuti Francesco De Gregori e Antonello Venditti. Si accorge del suo talento il produttore Vincenzo Micocci, che gli permette di pubblicare i suoi primi due singoli “I love you Maryanna” e “Jaqueline”, incisi dal cantante con lo pseudonimo di Kammamuri’s, e il primo album “Ingresso libero”. Poi arriva “Ma il cielo è sempre più blu”. Un 45 giri piuttosto atipico – conteneva una sola canzone divisa in due parti – che raccontava diversi spaccati di vita quotidiana, descrivendoli con ironia, luoghi comuni e contraddizioni. «Ci sono immagini tristi o inutili, ma mai liete – spiegava il cantautore in un articolo apparso su “Ciao 2001” nel settembre del 1975 – in quanto ho voluto sottolineare che al giorno d’oggi di cose allegre ce ne sono poche ed è per questo che io prendo in considerazione chi muore al lavoro, chi vuole l’aumento. Anche il verso “chi gioca a Sanremo” è triste e negativo, perché chi gioca a Sanremo non pensa a chi “vive in baracca”». Una denuncia di quello che non andava nell’Italia di quegli anni continuerà anche nei brani successivi.

40 ANNI DI GIANNA. «Qualcosa da dire sul festival?». «Certo. Io penso che Luigi Tenco dieci anni fa sia morto di noia». È il 1978 e Rino Gaetano con la sua scanzonata “Gianna” si classificano al terzo posto al Festival di Sanremo, dietro “E dirsi ciao” dei Matia Bazar e “Un’emozione da poco” di Anna Oxa. Un risultato inatteso. E dire che Rino non voleva salirci su quel palco. Convinto da Vittorio Salvetti, inventore del Festivalbar, e dalla sua casa discografica, dirà della kermesse canora: «Il Festival resta una passerella e come tutte le passerelle ti offre tre minuti per fare un discorso che normalmente fai in uno spettacolo di due ore. Così devi trovare un sistema. Da parte mia, ho scelto la strada del paradosso». Il suo ingresso sul palco con una tuba nera -regalatagli da Renato Zero pochi giorni prima – un frac attillato, scarpe da ginnastica, papillon bianco, maglietta a righe e tante medagliette attaccate al bavero della giacca, insieme alle parole in libertà della sua orecchiabile “Gianna”, hanno contribuito a rompere le rigide regole della manifestazione musicale. Un po’ come è riuscito a rompere gli schemi del cantautorato italiano negli anni Settanta.

IRRIVERENTE, ANTICONFORMISTA, PROVOCATORIO. Non del tutto compreso quando era in vita, Rino Gaetano ha saputo unire la leggerezza musicale a testi impegnati e ribelli. Il suo tono è ironico e dissacratorio ma mai superficiale. Nelle sue canzoni canta l’incomunicabilità, l’isolamento, l’esclusione sociale, l’emigrazione, la questione meridionale, la corruzione della classe politica. Il suo universo è affollato di santi vestiti d’amianto, di donne che filano la lana, di cieli sempre più blu, ma anche di auto blu, sangue blu e amori blu. L’esempio più riuscito di questa sua attitudine allo sberleffo intelligente è “Nuntereggae più” nella quale, a ritmo di reggae, punta ironicamente il dito contro imprenditori, politici, logge massoniche, giornalisti e gli scandali dell’Italia degli anni Settanta come quello della spiaggia di Capocotta. Per questo i suoi testi – nonostante cambino i personaggi, i luoghi e i tempi – restano comunque attuali. «C’è qualcuno che vuole mettermi il bavaglio: io non li temo! – diceva dal palco di un suo concerto nel 1979 – Non ci riusciranno! Sento che, in futuro, le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni. Che, grazie alla comunicazione di massa, capiranno cosa voglio dire questa sera. Capiranno e apriranno gli occhi, anziché averli pieni di sale». La profezia di Rino si è avverata.

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