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La ricerca della felicità

La figura del chief happiness officer, il “direttore della felicità”, è sempre più richiesta in ambito aziendale. Perché un lavoratore felice è un lavoratore motivato

La felicità è forse il concetto più relativo ed effimero nella modernità liquida e globalizzata dove il futuro rappresenta un grosso punto interrogativo e le certezze inerenti la propria identità, le proprie convinzioni ed il proprio sé si sgretolano sotto la pressione di un mondo senza più punti di riferimento. Non sorprenderà dunque il sapere dell’esistenza del cosiddetto “direttore della felicità”, un vero e proprio personal trainer della contentezza il cui scopo è quello di far evaporare preoccupazioni e insicurezze così come gli allenatori in palestra tentano di far scomparire i chili di troppo dei propri iscritti.

LA FELICITÀ STIMOLA TALENTI E PRODUTTIVITÀ. La ricerca della felicità mai come oggi si lega ai temi dell’investimento produttivo e dell’economia aziendale. In un precedente approfondimento sul welfare aziendale avevamo ampiamente parlato dei benefici che, secondo diversi autorevoli studi, il benessere dei lavoratori apporterebbe alla loro produttività. La nascita in questi anni di una professione ad hoc sul welfare aziendale non fa che confermare l’importanza e la serietà di queste tesi. I “manager della felicità” popolano con sempre maggiore frequenza i corridoi delle sedi di multinazionali come Google ed Ikea e c’è da scommettere che queste figure caratterizzeranno anche gli investimenti futuri di imprese di media e piccola dimensione. Le qualità dei direttori della felicità non possono che essere la capacità di trasmettere energia positiva a chi sta loro intorno ed il possesso di ottime abilità organizzative. Il trend appare chiaro e sembra condurre alla rivoluzione copernicana che dagli investimenti aziendali sui salari porta agli investimenti aziendali sul welfare. È un fatto oggettivo che rendere il lavoro più “sostenibile” sotto una pluralità di dimensioni, dall’accoglienza e disposizione degli spazi aziendali ai benefit per i dipendenti, influisca direttamente sui margini di crescita dell’impresa stessa.

LE DIMENSIONI DELLA FELICITÀ. Cosa significa per un lavoratore essere felice? Chi interpreta da tempo la nuova figura del direttore della felicità afferma che un lavoratore coinvolto a cui l’azienda dà importanza e le cui risorse umane vengono valorizzate è certamente un lavoratore felice. E un lavoratore felice è anche un lavoratore fedele alla missione ed agli obiettivi della propria azienda. Sarà disposto anche a fare dei sacrifici personali affinché la propria impresa, considerata come una vera e propria seconda famiglia, raggiunga gli obiettivi che si è posta. Nei nuovi schemi del welfare aziendale il dipendente conta e viene ascoltato, si responsabilizza, acquisisce consapevolezza della sua importanza per le attività dell’impresa e può usufruire di canali di comunicazione diretti con il board manageriale. Gli esperti del settore affermano inoltre che un’organizzazione del lavoro flessibile che lasci margini di libertà ai dipendenti e che incentivi il lavoro di squadra (c.d. “team-working”) rappresenti un ulteriore elemento capace di elevarne gli umori. Alla stessa stregua, possedere una solida etica aziendale – si parla oggi di “business ethics” non a caso – sarebbe cruciale nell’identificazione dei dipendenti con gli obiettivi e le aspirazioni della propria azienda. Ma quali sono, nella pratica, i compiti del fantomatico “Chief Happiness Officer”? In sintesi: assicurare agli impiegati condizioni salariali e di lavoro dignitose; ascoltare e valorizzare i dipendenti in accordo con le inclinazioni di ciascuno; rendere l’esperienza lavorativa soddisfacente e gratificante; coordinare e supervisionare l’organizzazione del lavoro d’ufficio puntando sulla flessibilità; creare momenti di relax e divertimento; trovare soluzioni che consentano ai dipendenti di conciliare lavoro e vita privata; incentivare il lavoro di squadra; cercare di tirar fuori il meglio da ognuno mantenendo un atteggiamento ottimista e proattivo. Insomma, se fino a poco tempo fa l’introduzione di simili figure nel quadro organico aziendale spingeva ad inarcare qualche sopracciglio, si può oggi affermare che i “direttori della felicità” stiano diventando una solida realtà.

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