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Net neutrality e digital divide, il passo indietro dell’America

La Commissione federale per le comunicazioni Usa ha approvato, lo scorso 14 febbraio, una norma che abolisce la “neutralità della Rete” fortemente difesa dall’amministrazione Obama. Quali saranno le conseguenze?

“Digital divide” non rappresenta l’ennesima espressione anglosassone d’importazione e dal significato astruso di cui spesso la nostra lingua sembra innamorarsi. Di “divario digitale” si parla ormai da quasi due decenni e la questione ha acquisito una dimensione talmente importante da entrare di prepotenza nell’agenda politica globale. La nascita di internet, evento epocale e rivoluzionario, ha portato con sé un retaggio di elementi negativi che si sono trascinati fino alla contemporaneità che stiamo vivendo. In particolare, si è sempre puntato il dito sulle condizioni di accesso alla rete, così facilmente superabili nei Paesi occidentali quanto difficili da aggirare in quelli in via di sviluppo. Gli abitanti dell’Italia, per fare un esempio pratico, hanno in media molte meno difficoltà di quelli del Congo di potersi procurare una connessione internet ed un supporto hardware necessario. A pesare sono soprattutto le differenze socio-economiche tra le diverse zone del mondo che tengono, purtroppo, milioni di persone al di fuori del circuito di internet. Una considerazione che ha spinto, negli anni, sempre più Stati a sostenere la tesi della “neutralità della rete” mantenendo pubbliche le infrastrutture digitali per garantire a tutti le stesse condizioni di partenza nell’accesso ai servizi. Una tesi che l’amministrazione Trump sembra oggi voler superare importando i meccanismi del libero mercato nel settore delle comunicazioni digitali.

INTERNET A DUE VELOCITÀ. È pur vero che l’ultima parola sull’argomento spetterà al Congresso ma se il vento che tira sulla Casa Bianca è quello rappresentato dai media statunitensi, le speranze di veder ribaltate le decisioni della Commissione Federale per le comunicazioni USA (FCC) sono davvero appese al lumicino, considerando che il presidente Trump è comunque pronto ad esercitare il suo diritto di veto in caso di ribaltone del congresso. Con tre voti favorevoli e due contrari, a metà di febbraio la FCC ha dichiarato la fine della neutralità digitale, termine coniato nel lontano 2003 da Tim Wu, decisione che consentirà a colossi nel settore degli internet provider come Verizon o Comcast di creare delle corsie preferenziali a pagamento per contenuti a maggiore velocità. Più paghi più navighi veloce insomma. La contestata decisione della FCC apre dunque ad un massiccio intervento di privatizzazione del settore che nelle idee della Casa Bianca dovrebbe stimolare la competitività e gli investimenti sulle infrastrutture digitali. La tesi di fondo è che la proprietà pubblica delle suddette infrastrutture incoraggerebbe le aziende come Facebook o Google e gli internet provider a tenere comportamenti di “free riding”, scoraggiando investimenti che si pensa saranno comunque attuati con fondi pubblici. Dall’altro lato della barricata si ribatte che con il nuovo sistema, come accade in America in altri ambiti cruciali come la sanità, soltanto i ceti medi o più abbienti potranno accedere ad una rete qualitativamente decente mentre le fasce più fragili della popolazione verrebbero progressivamente escluse anche da questo servizio. L’Europa, invece, si è da tempo schierata per la neutralità della rete ed i contraccolpi più duri potrebbero subirli le imprese che investono in America nel settore delle comunicazioni digitali. A tale proposito, in Italia esiste la “Carta dei diritti di internet “approvata nel 2015 che recita, all’art.4: “Il diritto ad un accesso neutrale ad Internet nella sua interezza è condizione necessaria per l’effettività dei diritti fondamentali della persona”.

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RETROSCENA E REAZIONI. Tra gli argomenti che l’amministrazione Trump sta utilizzando per sostenere la decisione di smantellare la neutralità digitale, appare l’evoluzione del dibattito online lanciato dalla FCC e che ha visto partecipare milioni di utenti, buona parte dei quali avrebbe espresso la sua contrarietà rispetto alla “net neutrality”. C’è però un’anomalia. Per gli analisti della Gravwell – startup che si dedica all’analisi dei dati digitali – solo il 17,4% dei 22 milioni di commenti è stato scritto da utenti unici in carne e ossa, il resto sarebbe stato veicolato da Bot (programmi autonomi che nei social network fanno credere all’utente di comunicare con un’altra persona umana) per orientare l’evoluzione del dibattito. Nel frattempo, alcuni Stati federali Usa, associazioni di categoria e compagnie del settore minacciano di spostare la questione dalle aule parlamentari a quelle dei tribunali. Fra i vari pericoli che i critici temono, oltre a quelli già esposti in precedenza, ci sarebbero quelli relativi all’elevata possibilità di manipolare informazioni e accessi alla rete se questi ultimi diverranno monopolio di poche multinazionali, che spesso corrispondono anche ai grandi finanziatori di alcune tra le forze politiche più importanti in America. Con la non remota possibilità di intaccare la tenuta delle istituzioni democratiche. Sono molto nette le reazioni di colossi come Facebook o Netflix. La Coo di Facebook, Sheryl Sandberg, ha affermato: “Internet aperto è fondamentale per le nuove idee e le opportunità economiche e i fornitori non dovrebbero essere in grado di decidere che cosa le persone possono vedere online o caricare su determinati siti”. Dal proprio profilo Twitter, Netflix ha rincarato la dose dicendosi delusa dalla decisione sulla neutralità della rete e minacciando l’inizio di “una lunga battaglia legale”. “Netflix si schiera con gli innovatori, piccoli e grandi, per opporsi alla decisione della FCC”, si può leggere nel tweet citato.

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