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Strage di Parkland, l’ondata di indignazione che scuote l’America

Dopo l’ennesima strage, le organizzazioni studentesche americane riempiono le piazze ed i dibattiti televisivi per chiedere una forte limitazione nell'utilizzo delle armi negli Stati Uniti

«Ho perso il mio migliore amico, era praticamente un fratello per me e sono qui per usare la mia voce perché so che lui non può più farlo. […] Non riesco ancora a capire perché si possa andare in un negozio a comprare un’arma da guerra, sono seduto accanto ad una madre che ha perso suo figlio, sta ancora accadendo, fate che tutto ciò non possa accadere ancora, vi prego, vi prego». La drammatica testimonianza di Sam Zeif, rotta dall’emozione e squassata dal pianto, rappresenta soltanto una delle migliaia di voci che si stanno levando con forza in tutti gli Stati Uniti dopo l’ennesima strage di studenti avvenuta a Parkland, Florida. Sam ha portato la voce di tanti coetanei direttamente nello studio ovale del presidente Donald Trump, in un incontro organizzato con amici e parenti delle vittime del terribile attentato perpetrato da Nikolas Cruz ai danni di docenti ed ex compagni di scuola. Quanto accaduto qualche giorno fa in Florida rappresenta l’ultimo sanguinoso tassello di una macabra scia di massacri che continua ad allungarsi come la coda di una cometa maledetta. 197 morti dal 1927 ad oggi, 197 vite spezzate, molte delle quali giovanissime. L’America è l’unico scenario mondiale dove simili stragi continuano ad accadere con frequenza preoccupante e dove i legislatori di qualsiasi colore non riescono ad approvare ed implementare nuove normative di efficace contrasto al fenomeno. Lo ha ricordato nella sua testimonianza lo stesso Sam Zeif citando l’esempio dell’Australia dove, dopo un evento simile accaduto nel 1999, si riuscì ad approvare una legge bipartisan che inasprì la legislazione sulle armi a tal punto da impedire il riverificarsi di massacri simili fino ad oggi. La domanda che si pongono in tanti è se questa ondata di indignazione e proteste si sgonfierà come in passato o se questa volta le cose potranno cambiare sul serio. Di certo le caratteristiche delle proteste degli ultimi giorni dipingono contorni inediti per il dibattito pubblico americano cominciando dalla giovanissima età dei protagonisti delle campagne di sensibilizzazione contro l’utilizzo diffuso delle armi.

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«QUANTO VALE MIA VITA SIGNOR PRESIDENTE?» È la voce emozionata di una giovanissima ragazza ad affermarlo. Da uno dei tanti palchi eretti in diversi Stati americani rimbalza sui media insieme ai video registrati dai suoi compagni durante la sparatoria esplosa nei corridoi della “Marjory Stoneman Douglas School”. Per capire quanto sta succedendo negli States bisogna cercare di interpretarlo dalla prospettiva degli studenti, i veri protagonisti del dibattito pubblico scatenatosi in America dopo la strage di Parkland. Occorre ascoltare le loro voci tremanti ma allo stesso tempo determinate. Occorre respirare la disperazione di chi non si sente più al sicuro tra i banchi della propria scuola, dove si dovrebbe serenamente costruire il futuro delle nuove generazioni e quindi dell’umanità stessa. Occorre cercare in fondo a quegli occhi impauriti e arrabbiati le ragioni che li spingono a manifestare al grido di “never again”, “mai più”. Proprio un nutrito gruppo di studenti provenienti da Parkland ha deciso, qualche giorno fa, di seguire i lavori del parlamento federale della Florida nella speranza che licenziasse una norma sullo stop alla vendita delle armi d’assalto, speranza frustrata dall’esito negativo della votazione che ne è seguita. «Se ci sarà un altro massacro in Florida sarà colpa loro, avevano la possibilità di fermare tutto questo e non l’hanno fatto», questa la reazione al voto del parlamento federale da parte dei ragazzi. Il dato davvero interessante è l’incredibile forza di volontà di questi manifestanti, molti non ancora maggiorenni, nel promettere una battaglia ad oltranza finché le cose non cambieranno sul serio. «Se non combattiamo per i nostri diritti, non ci sarà mai un vero cambiamento» sono tanti i giovani a pensarlo, disposti a portare avanti una battaglia che sulla carta vede un ampio squilibrio di forze con le lobby delle armi e la politica da un lato ed una parte della società civile dall’altro.

STAVOLTA È DIVERSO. L’unicità delle manifestazioni di questi ultimi giorni rispetto a quelle organizzate in passato risiede nelle caratteristiche della campagna di sensibilizzazione e nei risultati, seppur tenui, che i manifestanti stanno portando a casa. Lo abbiamo detto più volte, i protagonisti della campagna sono giovani e giovanissimi, un vero inedito per l’America. Spinti dall’ardore della propria gioventù questi ragazzi stanno lanciando una sfida ambiziosa alle lobby delle armi ed ai politici americani che non hanno timore di incalzare in show televisivi trasmessi in ogni angolo della nazione. A pochi giorni dalla tragedia di Parkland, oltre all’enorme attenzione mediatica generata e mantenuta, gli studenti hanno ottenuto da Trump, al di là delle istrioniche provocazioni sull’armare i docenti, la promessa di una legge bipartisan che inasprirà quantomeno i “background checks” (i controlli sulla tenuta mentale e sui precedenti penali) sugli acquirenti delle armi e l’innalzamento dell’età minima necessaria per acquistare un’arma da 18 a 21 anni. Il provvedimento dovrebbe rendere l’acquisto delle stesse più difficoltoso per squilibrati o pregiudicati. Gli studenti hanno poi ricevuto l’endorsement del popolarissimo George Clooney e di Oprah Winfrey che hanno donato un milione di dollari in due per organizzare la “marcia per le nostro vite” prevista per il 24 marzo e che dovrebbe coinvolgere migliaia di manifestanti. La questione delle armi non ha assunto un vero e proprio colore politico nonostante le posizioni degli studenti siano di certo più vicine a sensibilità democratiche che repubblicane, «la questione non può ridursi alla contrapposizione repubblicani vs democratici – afferma il giovanissimo Lewis Mizen – si tratta di garantire ai ragazzi la possibilità di tornare a casa sani e salvi dopo un giorno di scuola. Noi siamo le nuove generazioni, se quelle vecchie hanno fallito è il momento di alzarsi in piedi e fare sentire a gran voce i nostri problemi proponendo le nostre soluzioni». «Dicono che siamo ragazzini e non capiamo. Ma io capisco. Capisco cosa significa stare chiuso per quattro ore dentro un armadio, con persone che considero ormai famigliari che piangono temendo per la loro vita, mentre i nostri compagni vengono ammazzati – afferma invece un altro degli studenti che ha vissuto quei drammatici istanti -. Capisco cosa vuol dire mandare un messaggio ai tuoi genitori, in cui dici loro: non so se ci rivedremo, volevo dirvi che vi amo. Capisco che un senatore voglia essere rieletto. Però non ci tapperete la bocca. Sappiamo cosa serve per impedire che queste stragi si ripetano, e continueremo a chiederlo fino a quando ci ascolterete». Un’altra manifestazione è già stata fissata per il 20 aprile dal “Network for Public Education”, data simbolica perché coincidente con il giorno in cui si consumò il massacro della Columbine a cui si ispirò “Elephant”, il noto film di Gus Van Sant, Palma d’oro a Cannes nel 2003. È ancora presto per dire quali e quanto profondi cambiamenti porterà nella politica americana sulle armi questa enorme presa di coscienza generazionale. Di certo sarà importante tenere accesa la luce dei riflettori da qui ai prossimi mesi su un dibattito che non sembra destinato ad estinguersi in breve tempo.

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