Cultura

Il ritorno dei Simple Minds: «Noi sopravvissuti agli anni Novanta»

Dopo una serie di album irrilevanti, "Walk between worlds” riavvicina la band scozzese al sound delle origini. Jim Kerr: «L’impegno politico non fu la nostra rovina, ma oggi non scriverei più certe canzoni»

Negli anni Ottanta i Simple Minds contendevano agli U2 la leadership nel rock più impegnato, coscienzioso, caldo e furente. La storia dice che oggi gli U2 sono ancora il gruppo di tutti, i Simple Minds restano la colonna sonora di un preciso momento nella vicenda di una generazione. Quella che visse i suoi vent’anni tra il 1977 e il 1989, che perse l’innocenza con il delitto Moro, che irruppe nell’età adulta al suono del punk, che rispose alla politica “da bere” annodando la cravatta da yuppie o frequentando le posse e i centri sociali. La generazione che la “Pantera” divise in comunisti e ciellini. Quella che digerì la politica dell’uomo forte, da Craxi a Reagan, ma credette al sorriso di Gorbaciov. Quella del Live Aid e della lunga e vittoriosa lotta all’apartheid. La generazione che chiuse i suoi “anni dorati” vivendo ad occhi aperti l’ultimo grande sogno collettivo, il crollo del Muro di Berlino.

DALLE DISCOTECHE ALL’IMPEGNO MILITANTE. Nella primavera del 1985 Jim Kerr (voce), Charlie Burchill (chitarra), Derek Forbes (basso), Mick Mc Neill (tastiere) e Mel Gaynor (batteria) avevano conquistato persino le discoteche con un singolo, “Don’t You (Forget About Me)”, dalla colonna sonora del film “The Breakfast Club”. Era l’ultimo contributo del fondamentale basso di Forbes al suono della band. Seguì nell’ottobre dello stesso anni “Once Upon A Time”, album bestseller ma anche inizio della fine dei Simple Minds per come li si era conosciuti fino ad allora. La band che con grande leggerezza aveva saputo tradurre nella new wave il glam, la dance, l’elettronica e l’ambient, con quel disco sceglieva di inseguire gli U2 sul loro terreno: canzoni rock, ritmica pesante, toni epici e un impegno militante che qualche anno dopo avrebbe portato Kerr a organizzare allo stadio di Wembley il Mandela Day per festeggiare la liberazione del leader nero sudafricano. Fuoco indimenticabile per gli U2, il rock impegnato sarebbe diventato la prigione estetica degli scozzesi Simple Minds, incapaci, come gli irlandesi, di tirarsi fuori in tempi brevi dall’inevitabile crisi creativa vissuta negli anni Novanta.

PAROLA DI JIM KERR. «Questa rivalità è stata una facile formula giornalistica, com’era accaduto per Beatles e Rolling Stones o, più tardi, per Oasis e Blur. Capisco l’idea del dualismo, ma la rigetto, anche perché nessuno può competere con gli U2, che sono un fenomeno. Siamo stati sempre fratelli, mai antagonisti: condividiamo la stessa passione, i panorami, la pioggia e lo stesso idealismo. Nessuno può competere con loro, sono uno dei più grandi gruppi del mondo. L’impegno politico è stata la nostra rovina? Ho sempre avuto il desiderio di scrivere del mondo mentre gira. Il mondo allora sembrava più semplice di oggi, più bipolare. Est, Ovest. Comunismo, capitalismo. Apartheid, anti-apartheid. Dovevamo scegliere da che parte stare. Oggi la politica interferisce con tutto: quale caffè bevi, dove vivi, quale plastica riciclabile usi. Abbiamo scritto “Belfast child”, “Mandela”, oggi non lo faremmo più… Tuttavia, i temi sono simili: non c’è più guerra a Belfast, ma in Siria sì, e la guerra rimane la guerra. L’apartheid è scomparso, non il razzismo. Vivo una parte dell’anno in Sicilia e ho osservato gli occhi dei migranti quando arrivano su queste barche: passano attraverso un inferno».

Perché ha scelto di trascorrere parte della sua vita a Taormina?
«Ci andai la prima volta vent’anni fa. Eravamo per un concerto a Messina. L’indomani era il mio compleanno e m’invitarono a festeggiarlo a Taormina: ne sono rimasto subito affascinato. Sono tornato tante volte per le vacanze ed ho stretto amicizie, poi sei o sette anni fa ho pensato che Taormina era diventata la mia nuova casa. Ho cominciato a passarci sei mesi l’anno. Oggi posso dire di essere nato in Scozia ma di essere rinato in Sicilia. Non solo perché è bella, per il clima o perché si mangia bene: mi piace per la cultura, la storia che si respira, il fatto che sia un mix. È Europa ma anche Africa, un posto unico, di frontiera. E a me piacciono i posti di frontiera».

Pensa che la musica abbia il potere di cambiare il mondo?
«Al momento in cui scrissi “Mandela”, c’era solo la mia piccola voce… Quanto importante? Quando Mandela venne a Londra, mi disse qualcosa che mi scaldò il cuore: “Sai, quando non è permessa alcuna voce, dobbiamo ascoltare gli artisti, gli scrittori, i poeti, musicisti, giornalisti: loro ci danno ossigeno”. L’arte non può cambiare tutto, ma può stimolare le energie per la libertà».

UNA BAND QUASI MORTA. A cavallo tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, la band scozzese pubblica un album irrilevante dopo l’altro. Mentre gli U2 riempivano gli stadi in tutto il mondo, i Simple Minds suonavano in piccoli locali di paesini di provincia. «La nostra band era quasi morta, siamo sopravvissuti negli anni Novanta soltanto perché ci esibivamo ovunque. Giusto per il gusto di suonare, in modo da non perdere il contatto. Oggi sono persino orgoglioso di aver suonato in tutte quelle piccole città». Strada facendo, la band ha perso anche il muscoloso batterista Mel Gaynor. Adesso, accanto al nucleo storico formato da Jim Kerr e Charlie Burchill, ci sono la percussionista Cherisse Osei, la corista Catherine AD, Ged Grimes al basso, il polistrumentista Gordy Goudie e Sarah Brown ai cori. Musicisti che potrebbero essere loro figli.

FIGLI CHE ODIANO I PADRI. «Ai miei tempi, non ci piaceva ascoltare la musica di nostro fratello maggiore. Abbiamo odiato quella di nostro padre. Volevamo avere la nostra musica. Mio figlio di 25 anni è andato a Glastonbury (uno dei più grandi festival nel Regno Unito, ndA). Mi ha detto i gruppi che voleva vedere erano quelli vecchi (ride)! Perché sono autentici, mi ha detto. Come i jeans autentici, un’automobile autentica. I Rolling Stones sono “autentici”. Ai miei tempi, mio padre voleva portarmi a vedere Johnny Cash, ma non volevo ascoltare il country, volevo ascoltare il rock o il punk. In concerto, scherzo su questo: “Ci sono dei giovani qui? Sono i tuoi genitori che ti hanno portato? Stai tranquillo, potrebbe essere peggio: avrebbero potuto portarti a vedere i Duran Duran o gli Spandau Ballet”. Alcuni anni fa ho visto il concerto di Robert Plant nell’anfiteatro di Taormina. Una volta era un dio del rock. Ora non prende più le note alte. A chi importa? Lui è ancora autentico».

NUOVE CANZONI-INNO. Con il nuovo album “Walk between worlds” (uscito agli inizi di febbraio), Jim Kerr sta cercando di riconnettersi con il suono dei Simple Minds negli anni Ottanta. Brani come “Magic” e “The Signal and the noise” sono nella vena delle sue canzoni-inno. «È vero. Saranno fantastiche sul palco con la nostra band dal vivo. Questi titoli sono potenti. Ogni artista ha un suo Dna… Ciò che ha cambiato la mia vita – e probabilmente il mio modo di essere sul palco – lo devo a quelli che ho visto sul palco, tra i 13 e i 15 anni: David Bowie, Lou Reed, Freddie Mercury, Bob Marley, Mick Jagger, Robert Plant, Peter Gabriel. In questo posto, con questo “lavoro speciale”, devi a te stesso l’essere un po’ sciamanico, umile ma soprattutto diverso da chiunque altro: costruire il tuo stile di movimento, la tua identità. Nella nostra generazione, ognuno ha trovato la sua: Robert Smith (The Cure), Bono (U2), Morrissey (ex The Smiths), e anche io».

1 2Pagina successiva
Tags

Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.

Related Articles

Close