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Stati Armati d’America

Dodicimila vittime per omicidio volontario all’anno, più di una sparatoria al giorno: negli Usa ci sono più armi che persone. Dopo la strage di Parkland, la nazione si interroga sugli intrecci tra politica, potere e una potentissima lobby, la National Rifle Association for Gun Rights

Trecentocinquantasette milioni di armi per 318,9 milioni di persone. Sono i dati sviluppati in un report del 2015 dal Congressional Research Service americano sulla diffusione delle armi negli Usa. Più armi che persone, dunque, nella nazione che detiene il record del maggior numero di omicidi per armi da fuoco rispetto a qualunque altro Paese occidentale (6 volte più del Canada, ben 16 più della Germania). Ma i numeri spesso non rendono bene l’idea dei fenomeni che rappresentano in maniera così asettica. Dietro i numeri ci sono persone, persone con delle storie, persone che hanno vissuto un dramma, persone dalla vita spezzata a causa di un lampo di follia, persone che hanno visto i propri sogni evaporare come il fumo dalla canna di un fucile. Negli Stati Uniti d’America si spara quotidianamente: a casa, in strada, nelle piazze o negli esercizi commerciali. Parlare di armi negli Usa significa parlare della sua Costituzione americana, del secondo emendamento, delle battaglie d’opinione che lacerano il Paese, del giovanissimo movimento nato dopo la strage di Parkland con protagonisti ragazzi e ragazze nemmeno maggiorenni. Ma parlare di armi negli Usa significa anche parlare di politica e affari, della National Rifle Assocation for Gun Rights e di come questa potentissima lobby riesca a dettare l’agenda della politica statunitense in materia.

IL SECONDO EMENDAMENTO. «Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben organizzata milizia, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto» Poche righe, quasi un vangelo per il pensiero politico “Republican” con non pochi fan anche in quello “Dem”. L’impalcatura legislativa che regola e disciplina l’utilizzo delle armi in America affonda le sue radici direttamente nella Carta Costituzionale, nel famoso secondo emendamento. Questo articolo della Costituzione americana redatta, vale la pena ricordarlo, nel lontano 1787 rappresenta non solo una pietra miliare dell’architettura normativa a stelle e strisce ma anche e soprattutto un presidio culturale. Possedere un’arma significa, per tanti, avere la possibilità di prendere da soli le proprie decisioni, avere la possibilità di badare a se stessi. Un simbolo quasi sciovinista che contribuisce ad alimentare quel sentimento patriottico di molti americani pronti ad imbracciare una carabina per difendere la nazione in caso di pericoli. Se nelle intenzioni dei costituenti il secondo emendamento avrebbe dovuto garantire l’impossibilità che sorgesse un potere centralizzato e tirannico, l’interpretazione giuridica consuetudinaria che si è affermata in tempi più moderni ha teso a trasformare la pretesa di possedere un’arma in un diritto costituzionale individuale. Questa chiave interpretativa è oggi radicata in estrema profondità nel panorama culturale e normativo di una buona parte dell’America, soprattutto di quella rurale, profonda, patriottica, orgogliosa, spesso violenta e arrogante. Proprio quella parte di nazione che ha contribuito all’elezione dell’attuale presidente Donald Trump. Verrebbe quasi di paragonare questo scenario alla realizzazione dello “Stato di Natura” di cui per primi parlarono Hobbes e Locke, dove gli uomini, non ancora associati in comunità, vivevano uno stato di «bellum omnium contra omnes», «una guerra di tutti contro tutti» dove ognuno protegge se stesso, l’ethos dell’old wild west che ritorna e si materializza nel cuore degli States. Ad integrare il dettato costituzionale, rafforzato da una sentenza della corte suprema del 2008 che abolì per incostituzionalità una normativa del distretto di Columbia che prevedeva il divieto di possedere armi da fuoco in casa, troviamo tre leggi: il National Firearms Act del 1934, il Gun Control Act del 1968 e il Gun Free School Zone Act del 1995. Le disposizioni attuali sul possesso di armi, dunque, considerando comunque che ogni Stato ha facoltà di apportare delle modifiche alle leggi licenziate in materia dal Congresso, sanciscono che chiunque abbia più di 21 anni può acquistare una pistola, mentre i maggiori di 18 anni possono acquistare un fucile o un fucile a canna liscia. Per acquistare un’arma basta dunque la carta d’identità e non essersi resi colpevoli di reati. L’acquisto è vietato anche ai latitanti, agli immigrati clandestini, alle persone soggette a ordinanze restrittive e a chi non è cittadino statunitense. Altre limitazioni sono previste per chi fa uso di particolari medicinali o di sostanze stupefacenti.

LA LUNGA MANO DELL’NRA. «Questa non è una questione tra rossi e blu, non possiamo fischiare delle persone perché sono democratiche o perché sono repubblicane, chiunque sia disposto a dimostrare un cambiamento, non importa da che schieramento provenga, chiunque sia disposto ad incominciare a fare la differenza, rappresenta qualcuno che abbiamo bisogno di avere dalla nostra parte […]. Senatore Rubio, può dirmi in questo momento che non accetterà alcuna donazione da parte dell’NRA in futuro?». Parole coraggiose pronunciate dal giovanissimo Cameron Kasky, uno dei sopravvissuti della strage di Parkland, nei confronti del senatore Marco Rubio, candidato e primo competitor di Donald Trump alle primarie del partito Repubblicano conclusesi lo scorso 26 luglio del 2016 prima dell’elezione presidenziale del magnate americano, durante un recentissimo dibattito televisivo organizzato dalla CNN. Una domanda semplice ma carica di significati quella rivolta al senatore Rubio. L’industria delle armi americana fattura 240 miliardi di dollari all’anno e rappresenta oltre il 60% del giro d’affari complessivo mondiale. L’NRA è l’associazione che rappresenta gli interessi del settore e conta circa 5 milioni di iscritti. Tanto basta per supporre correttamente quanto influente possa essere nelle dinamiche politiche degli States. Ma quanto pesano gli interessi politici ed economici di fronte alla vita umana? Si stima che il giro d’affari appena menzionato sia la causa diretta di quasi 12mila vittime per omicidio volontario l’anno. Sulle armi proprio il presidente Trump ha basato una parte della sua campagna elettorale accusando la Clinton di voler “sequestrare i fucili nelle case degli americani” facendo così retromarcia rispetto a precedenti dichiarazioni che lo vedevano molto meno favorevole rispetto ad un uso senza restrizioni delle stesse. Sarà che “The Donald” ha capito in fretta il peso dell’NRA che non a caso è stata il suo principale sponsor e finanziatore nella corsa alla casa bianca (30 i milioni di dollari versati nelle casse del suo staff). A questo si aggiunga che l’NRA ha donato ben 3,5 milioni di dollari a tanti membri del Congresso in carica, in larga parte repubblicani, per le proprie campagne elettorali, più specificatamente 49 senatori e 258 deputati. A suffragio di quanto scritto è utile ricordare che la lotta all’uso selvaggio delle armi faceva parte dei cavalli di battaglia dell’ex presidente Barack Obama che in 8 anni non è mai riuscito a forzare la mano del congresso per approvare una normativa più restrittiva, l’ultimo serio tentativo naufragò nel lontano 2013.

QUALCOSA, PERÒ, SEMBRA STIA CAMBIANDO rispetto all’oscurantismo culturale che ha sempre regnato sull’argomento. La battaglia ingaggiata dai ragazzini di Parkland, che ha coinvolto decine di migliaia di coetanei in tutta l’America, viene sposata da sempre più personalità. All’insegna dell’hashtag #boycottNRA noti attivisti per i diritti sociali come Michael Skolnik o personaggi del mondo dello spettacolo come Dean Obeidallah hanno chiesto di boicottare le aziende che collaborano con l’NRA. A questa iniziativa sono seguite a ruota altre prese di posizione molto importanti come quella della First National Bank di Omaha che non emetterà più carte di credito con lo stemma dell’NRA come accadeva in passato. Qualche breccia comincia a filtrare anche sul fronte politico, è stato addirittura il governatore della Florida Rick Scott, repubblicano doc e valutato con il rating A+ – il più alto – da parte della NRA (che dà un voto ai “suoi” politici), a proporre l’elevazione da 18 a 21 anni dell’età minima per acquistare armi. La speranza di un cambiamento concreto, seppur incrementale, questa volta sembra più tangibile. Ai ragazzi di Parkland ed ai loro sostenitori non resta che mettersi in cammino e combattere la propria battaglia per la vita e la sicurezza fino in fondo. Tutto lascia presagire che non saranno soli.

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