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Giornata della donna, una parità ancora lontana

Oggi in Italia le donne possono votare, si vedono riconosciuti alcuni diritti pari agli uomini e godono di maggiori libertà. Ma la strada da percorrere per una reale uguaglianza tra i sessi è ancora lunga. Prima tappa: fermare la violenza

Mettiamo da parte mimosa e fiori, quest’anno per la Giornata internazionale della donna, e riflettiamo sul lavoro fatto dalle generazioni femminili venute prima di noi per permetterci, oggi, di godere di libertà e diritti che fino a un secolo fa non esistevano. Diritti che sono costati tante battaglie alle nostre nonne e noi non facciamo abbastanza per farli rispettare. La strada che ci porterà alla reale uguaglianza dei sessi è ancora lunga e va nella direzione di una parità di accesso a posti di responsabilità nelle imprese e nella politica, ad un livellamento dei salari e alla protezione dalla violenza.

GENDER GAP. In Europa le donne sono ancora pagate in media il 16,3% in meno rispetto agli uomini. Negli ultimi anni il divario retributivo non si è ridotto, in parte perché ci sono meno lavoratrici donne rispetto agli uomini, lavorano in settori in cui le retribuzioni sono più basse, vengono promosse meno di frequente, e usufruiscono più spesso di interruzioni nel corso della loro carriera professionale. La situazione peggiora se si guarda all’Italia. Il “Global Gender Gap Index 2017” colloca il Belpaese alla 82esima posizione su 144 nazioni prese in esame in fatto di uguaglianza di genere. Tra i fattori che conducono l’Italia verso i Paesi meno virtuosi anche la quota di lavoro quotidiano non pagato, o pagato non adeguatamente, che raggiunge il 61,5% per le donne italiane contro il 22,9% per gli uomini. Nello specifico per quanto riguarda il salario, siamo al 12 esimo posto nel divario di genere: gli uomini insomma guadagnano più delle donne, e questa non è una novità, ma dalla ricerca emerge anche che il gentil sesso lavora di più. Ogni giorno, una donna lavora 512 minuti contro i 453 di un suo collega. La disoccupazione è più alta tra le donne (12,8% contro il 10,9%). Inoltre, il 60,5% degli scoraggiati, ossia coloro che non cercano neppure un’occupazione, è rappresentato da donne.

DONNE E DIRITTI. Nel marzo del 1947 poche righe hanno cambiato per sempre la cultura del nostro Paese: «I cittadini, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di condizioni sociali, di religione e di opinione politiche, hanno pari dignità sociale e sono eguali di fronte alla legge». Un passaggio fondamentale per le donne italiane. Grazie a quell’articolo della Costituzione, l’uguaglianza dei generi entrava buon diritto tra i principi fondanti della neonata Repubblica. Un percorso difficile che non si è più fermato, anche se molti obiettivi restano ancora da conquistare, in particolare in tema di parità lavorativa. La prima legge dedicata alle madri lavoratrici risale al 1950. Una norma che prevedeva, per la prima volta, il divieto di licenziamento nei primi mesi dopo la nascita del figlio e l’obbligo di risparmiare alle donne incinte lavori pericolosi e particolarmente faticosi. Solo nel 1963 vengono infatti approvate le norme che vietano il licenziamento in caso di matrimonio, insieme ad altre che riconoscono la dignità del lavoro domestico. Non solo la necessità di ottenere garanzie sul posto di lavoro, ma le nostre nonne hanno dovuto lottare per svolgere determinate occupazioni. Solo nel 1963 le donne ottengono il pieno diritto ad accedere a tutte le cariche, professioni ed impieghi pubblici, compresa la magistratura. E se nel 1981 viene consentito l’ingresso delle donne nei ruoli dell’amministrazione della Pubblica sicurezza con parità di attribuzioni, funzioni, trattamento economico e progressione di carriera, è all’inizio del 2000 che arriva la possibilità del reclutamento delle donne nelle Forze armate e nella Guardia di Finanza.

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UGUAGLIANZA DI GENERE. Risalgono alla fine degli anni Settanta, invece, i primi interventi legislativi per garantire la parità di trattamento e limitare le discriminazioni. È stata la legge n.903 del 1977, nata grazie all’impegno del ministro del Lavoro Tina Anselmi, a sancire «il divieto di discriminazione nell’accesso al lavoro, nella formazione professionale, nelle retribuzioni e nell’attribuzione di qualifiche professionali». Ma la strada è ancora tutta in salita. Ancora oggi in Italia le lavoratrici risultano essere pagate meno rispetto agli uomini, oltre che operare in quei settori in cui in genere le retribuzioni sono più basse. Dopo quarant’anni le donne continuano ad essere discriminate sul posto di lavoro. Un’indagine pubblicata dall’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro conferma che in Italia le donne con almeno un figlio hanno «un tasso di occupazione inferiore di oltre 15 punti percentuali rispetto a chi non li ha» (“rispettivamente il 55,2% e il 70,8%”) e il divario scende di oltre 22 punti percentuali (39,7%) nel caso si abbiano almeno tre figli.

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PARITÀ IN POLITICA. Tra gli obiettivi ancora da raggiungere anche la parità politica. Se da oltre settant’anni è stato riconosciuto il diritto di voto femminile, nelle nostre istituzioni rappresentative le donne restano ancora una minoranza. La prima norma risale al 1993. È la legge che introducendo l’elezione diretta dei sindaci e dei consigli comunali «prevedeva una riserva di quote per l’uno e per l’altro sesso nelle liste di candidati alle amministrative». L’accelerazione, però, è arrivata negli anni Duemila. Quando diversi interventi del legislatore, ad esempio in tema di elezioni europee e regionali, si sono dedicati a garantire una maggiore presenza femminile a tutti i livelli. Secondo i dati del “Global Gender Gap Index 2017” siamo ancora lontani dalla parità di accesso alla cariche politiche e il divario tra uomini e donne si è ampliato nell’ultimo anno. Nei ministeri la presenza di donne è ferma al 27,8%, mentre in Parlamento è al 31%.

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VIOLENZA DI GENERE. E poi c’è la violenza di cui le donne sono spesso vittime: in Italia, secondo dati Istat, sono quasi nove milioni le donne che hanno subito una qualche forma di molestia o maltrattamento nel corso della vita. Lascia stupiti pensare che si è atteso fino al 1981 per avere una norma che abolisse l’istituto del matrimonio riparatore e il cosiddetto delitto d’onore, che prevedeva una sensibile riduzione della pena «per chi uccideva coniuge, figlia o sorella in uno stato d’ira, al fine di difendere l’onore suo o della famiglia, leso a causa di una illegittima relazione carnale della donna». È un lungo percorso, che arriva fino agli interventi legislativi contro la violenza sulle donne dedicati ai maltrattamenti domestici e allo stalking. Senza dimenticare il decreto legge del 2013 sul femminicidio. Ma questo non è ancora sufficiente per fermare la scia di sangue che nell’ultimo anno ha visto morire per mano di fidanzati, mariti, compagni 121 donne.

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