Italia

La deriva dell’informazione: orrore, lacrime e sangue

“Lacrime e sangue” un tempo era una locuzione che indicava lo sforzo compiuto per ottenere un risultato. Oggi, invece, è sinonimo dell’informazione che ogni giorno i mass media ci propinano, cercando di far leva sempre di più sulla spettacolarizzazione del dolore

«Cosa prova in questo momento?». È questa la classica domanda che l’inviato di turno fa al parente della vittima, uccisa magari da uno squilibrato o in un terribile incidente. Ora, considerato che non c’è da aspettarsi che il parente risponda che va tutto bene e che il pomeriggio stesso andrà a Las Vegas a giocare alla roulette i numeri della data di morte del caro estinto, viene da chiedersi: che tv guardiamo oggi? Che informazione leggiamo oggi? E, visti i tempi politici sempre più confusi, in che modo il circo dei mass media ci influenza?

LA MORTE TI FA BELLA. Da che mondo e mondo la morte entra nelle scalette dei telegiornali e negli articoli della stampa. E fin qui nulla di strano, la cronaca fa parte dell’informazione ed è giusto che venga trattata. Ma come? Prendiamo un caso di stretta attualità: la tragica scomparsa del capitano della Fiorentina, Davide Astori. La notizia ha suscitato, ovviamente, commozione non solo nel mondo del calcio. Il che è normale, specialmente se si considera la notorietà del personaggio. Tuttavia, se si analizzano alcuni dei servizi dedicati alla morte di Astori, i giornalisti si sono concentrati in maniera fortissima su tutti quei dettagli strappalacrime come la figlioletta di due anni, la sofferenza dei compagni di squadra, lo sbigottimento di una città sconvolta dal dolore. Ma va trattato davvero così un sentimento che dovrebbe essere il più intimo di tutti? Andando ad altri casi di cronaca nera, sembra che il compito principale del giornalista sia quello di far piangere lo spettatore, di farlo commuovere, indignare, spaventare. Non c’è alcun rispetto per le famiglie colpite da questi spaventosi drammi. Bisognerebbe piuttosto seguire quanto espressamente chiesto dalla Fiorentina nelle ore successive alla dipartita del suo capitano, quando con un comunicato ufficiale chiedeva di mantenere un rispettoso silenzio appellandosi alla sensibilità di tutti. Sensibilità che evidentemente non è tollerata da un modo di fare informazione che predilige il servizio con la musica commovente in sottofondo piuttosto che il rispetto di un morto.

DA COSA NASCE COSA. Ma non finisce qui. L’informazione, cartacea e televisiva, comunicando argomenti tanto delicati in questo specifico modo, contribuisce a un clima di tensione che, oggigiorno, esaspera sempre di più la popolazione italiana. Un altro esempio lampante è l’omicidio di Pamela Mastropietro, uccisa, stando alle ultime notizie diffuse dagli inquirenti, da dei cittadini nigeriani. L’evento in sé non ha nessuna rilevanza particolare. Del resto, per quanto brutale e assolutamente spaventoso, quello di Pamela è un omicidio, un femminicidio, come sfortunatamente ne avvengono tanti in Italia. Il modo in cui il caso viene trattato da certa stampa, però, fa sì che da cosa nasca cosa. Nel dettaglio, dallo sdegno per una barbarie tanto efferata nasce in certi casi l’odio etnico. È, infatti, naturale credere che se il fascista di Macerata (di cui non scrivo il nome per evitare di dargli ulteriore importanza) abbia compiuto un atto tanto lucidamente folle, la sua volontà possa essere stata influenzata dai media. Senza dare troppa importanza alla stampa e alla televisione, poiché a smentirmi vi sono decenni di studi sulla penetrazione dell’informazione nelle vite dei comuni cittadini che hanno dimostrato come tv e giornali riescano a influenzare le persone solo in base a determinate caratteristiche, è però innegabile che, paradossalmente, la gente dia importanza più a ciò che non vede direttamente piuttosto che a ciò che lo interessa da vicino. Questo accade perché si tende a dare un’aurea di autenticità e infallibilità ai mezzi di comunicazione. E senza scomodare il caso limite dell’aggressione fascista di Macerata, i media hanno il potere di spaventare le persone piuttosto che informarle, e con la spettacolarizzazione del dolore parlano più alle pance che ai cuori degli italiani.

LACRIME DA PRIME TIME. Un tempo solo poche personalità e relative trasmissioni trattavano determinati argomenti. È il caso di “Chi l’ha visto?”, programma televisivo giornalistico e condotto da giornalisti che da anni si occupa di cronaca nera. Oggi, invece, i salotti della televisione sono pieni di lacrime, di esperti di cronaca nera, di inviati addetti precisamente a fare congetture o a trovare scoop sensazionali. Un’altra particolarità della tv lacrimosa odierna è data dagli orari in cui essa è messa in onda. Ai tempi del monopolio di “Chi l’ha visto?” la trasmissione andava su Rai 3 la sera e, anche se in prima serata, la rete che ospitava e ospita il programma è la terza della televisione pubblica, quella che di norma è meno attenzionata dai telespettatori. Al contrario, oggi la cronaca nera non cessa mai di permeare il palinsesto delle reti, cosicché abbiamo omicidi e morti a partire dalla mattina per finire la sera. E se questa cosa, a un certo punto, potrebbe essere anche tollerabile, pur osservando di volta in volta i soliti servizi commoventi che non hanno nessun rispetto della morte, la cosa totalmente intollerabile di questo spettacolo della sofferenza è che a trattarlo e a renderlo famoso nel paese, siano soggetti che con il mondo del giornalismo non hanno nulla a che vedere. E ogni riferimento a Barbara D’Urso è puramente voluto. La risultante di questo intrattenimento al ribasso sono gli scoop inventati. Come dimenticare, proprio dalla D’Urso, l’incontro “casuale” tra l’inviato a Santa Croce Camerina per la morte del piccolo Loris e il cacciatore che aveva avuto la disgrazia di ritrovare il cadavere del povero bambino? Sta qui il succo del problema e della vergogna di questo tipo di fare giornalismo: il dolore non viene più affrontato giornalisticamente, dunque per informare, ma viene trattato in maniera gossippara, per suscitare nello spettatore non un sentimento critico ma semplice e pruriginosa curiosità. La stessa dei bambini che si approcciano al sesso.

LE CONSEGUENZE DIRETTE. Il dolore e la paura, trattate nel modo di cui sopra, hanno determinato, più che una sensibilizzazione del cittadino a certe tematiche, una crescita dell’odio in Italia. Così, l’italiano medio che ha a che fare con la morte di Pamela Mastropietro tenderà a indignarsi per il colore della pelle dei suoi assassini piuttosto che per la situazione di disagio che ha portato a quella devastante barbarie. Pensare con la pancia e non con la testa. E i risultati elettorali parlano chiaro: una certa destra ha preso il 17% delle preferenze degli italiani, e oggi chiede l’incarico di governo. Inoltre, una stampa schierata all’inverosimile, sta creando oggi una situazione simile a quella degli anni di piombo, con nostalgici fascisti e comunisti pronti a darsi battaglia a colpi di spranghe, bombe e fucili. La violenza è stata, più che osteggiata, spettacolarizzata, e queste sono le conseguenze. Gravi e imprevedibili. Sarebbe meglio che gli omicidi, dato che purtroppo avvengono e devono essere analizzati, vengano trattati con imparzialità, senza concentrarsi su dettagli che, per quanto succosi, rischiano di deviare la verità. Sarebbe meglio che la stampa, seguendo la coscienza di ogni singolo giornalista che deve rendere conto a sé stesso delle proprie azioni, possa essere sempre più imparziale. Perché, continuando così, non potremo più distinguere tra un professionista dell’informazione e una Barbara D’Urso. Perché, continuando così, la morte di una persona non sarà più l’intimo dolore dei suoi parenti ma la scusa per strumentalizzare un accaduto. Perché, continuando così, si seminerà solo odio. Ma, come diceva il Dottor Martin Luther King: «Per quanto tempo? Non a lungo, perché ciò che semini è ciò che raccogli».

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