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Un monumento d’umanità: l’eredità di Davide Astori

In un mondo in cui valori corrotti dal denaro lasciano spazio sempre meno alla bellezza dello sport più famoso, il capitano della Fiorentina ci lascia qualcosa di molto importante

Si dice che sia impossibile piacere a tutti. Bene, chi ha inventato questo detto non aveva fatto i conti con Davide Astori. Il capitano della Fiorentina ha dimostrato che, anche nel mondo del calcio, c’è ancora spazio per l’umanità e i valori veri. La sua figura così pura e genuina, che tanto ricorda il pallone del passato, ha conquistato tutti. E lo ha fatto durante la sua vita. Sì, perché tante volte la morte santifica e fa dimenticare tutto d’un colpo, in un vortice di emozioni, i sentimenti veri, perché troppo forte è il dolore. Davide, invece, è sempre stato ben voluto. La morte non lo ha elevato al rango di persona meravigliosa. Lui lo era e lo sarà per sempre.

IL RICORDO. Ieri, sui campi della serie A, il capitano della Fiorentina è stato ricordato da tutti i suoi colleghi, in un turbinio di emozioni che hanno lasciato spazio alle lacrime di molti. Ma il momento più commovente e profondo si è vissuto al Franchi di Firenze, dove la Viola, orfana del suo condottiero, affrontava il Benevento, per una partita che nessuno a Firenze avrebbe voluto giocare. Migliaia di palloncini sono volati alti verso il cielo prima dell’inizio del match e durante il riscaldamento tutti i compagni di Astori hanno indossato la maglia col suo numero, quel 13 che si è stagliato immenso in Curva Fiesole, dove al 13esimo minuto del primo tempo, a gioco fermo, i tifosi viola hanno messo in scena una coreografia da brividi. Per la cronaca, la Fiorentina ha battuto il Benevento per 1-0, e a segnare il gol decisivo, ironia della sorte, è stato Vitor Hugo, sostituto di Davide, che dopo la rete è andato a rapporto dal suo capitano. Al termine della partite, con la tensione dei 90 minuti di colpo svanita, i compagni di Astori si sono lasciati trasportare dalle emozioni, sgonfiandosi come palloni bucati, accasciandosi al suolo, stanchi più mentalmente che fisicamente, mentre il cielo di Firenze piangeva in maniera incessante.

SENZA IPOCRISIE. Quello del calcio, molte volte, è un mondo ipocrita. Lo stesso giornalismo sportivo è ricco di frasi fatte, di cose che si dicono sempre. Ma con la morte di Astori, che forse è stata la famosa eccezione che conferma la regola, non è stato così. Perché Davide era così normale, così genuino, che non c’è stato bisogno di ricorrere alle solite espressioni ricche della retorica utilizzata in questi casi. Era un campione normale, uno che non ha avuto tutto e subito, uno che ha sudato nelle serie minori, che ha fatto tanto in una piazza che era stata grande con Gigi Riva ma poi era decaduta, Cagliari, per arrivare poi alla grande opportunità della Roma fino a diventare addirittura capitano in un ambiente tutt’altro che semplice, quello di Firenze. Il tutto condito dalla gioia della convocazione in Nazionale, il traguardo più importante che un giocatore possa raggiungere. Resterà per sempre il suo sorriso, il suo essere leale e veramente amato da compagni e colleghi. La sua gioia, incontenibile, dopo il gol con l’Uruguay alla Confederation Cup 2013, rimane il manifesto di un campione che ci rappresenterà sempre. Anche la dinamica di quella rete, con la palla che rimbalza dopo il palo sul portiere e pian piano va a insaccarsi per il più classico degli autogol prima che Davide se ne appropri, all’ultimo secondo, è la perfetta metafora di una vita che non meritava di finire in questa maniera. Avremmo voluto che, prima che la palla varcasse un’ultima e decisiva volta la riga di porta, Davide arrivasse lì, e si riappropriasse di quella vita che, troppo presto, gli è stata strappata.

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