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Marielle Franco, la “figlia della marea” che lottava per gli ultimi

L’attivista brasiliana, impegnata per i diritti di donne, comunità Lgbt e neri, è stata uccisa barbaramente il 15 marzo in agguato in perfetto stile mafioso. I proiettili che l’hanno colpita sono quelli di un lotto in dotazione alla polizia

Fiha da Maré. Amava definirsi così e questo era Marielle. “Figlia della marea”, dal nome della favela che l’aveva collocata, già alla nascita, ultima fra gli ultimi. Nera e donna, una combinazione micidiale per quel mondo fatto di povertà, miseria e violenza che è Maré, zona nord di Rio de Janeiro, ed emergere da questo mare di difficoltà è complicato per chiunque. Ma Marielle era più forte di tutto questo, più forte di un destino che ti vorrebbe, nel migliore dei casi, un corpo adatto solo a sfornare figli. Talmente forte da decidere di dedicare tutta la sua vita ai vinti, dando voce a chi non ne ha. Il mondo però è un posto spietato, e chi fa bene, delle volte, viene fatto fuori da chi il bene dovrebbe rappresentarlo ma non lo vuole.

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AL FIANCO DEGLI ULTIMI. Marielle incarnava nella sua figura sostanzialmente tutte le minoranze bistrattate nel mondo. Era nera, era lesbica, era donna. È stata sua figlia a cambiarle la vita, quella figlia avuta troppo presto, a soli 19 anni, che le aprì definitivamente gli occhi sulla condizione difficile delle donne, in Brasile e non solo. Le favelas, a Rio e altrove, sono piene di ragazze sfruttate e senza futuro, vittime di soprusi e violenza, e Marielle, divenuta femminista convinta, si è impegnata fin dalla prima ora a difenderle. La Franco è stata un faro nella notte. Dopo essersi laureata all’Università Pontificia di Rio, ha iniziato una carriera da attivista e politica e, eletta consigliera alla Câmara Municipal di Rio de Janeiro, ha cercato di denunciare la condizione degli ultimi. Persino il giorno della sua morte era in prima linea, uccisa dopo un comizio al quale, ironia della sorte, un suo sostenitore le aveva regalato un fiore.

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UN UNIVERSO DISPERATO. Le favelas sono un mondo a parte. La legge è un’altra e diversa da quella dello statuto brasiliano. I quartieri sono in mano alle bande della droga, che dominano col terrore strada per strada. I ragazzini sono le vittime primarie e molte volte l’unica loro via di scampo è lo sport. Tanti sono i campioni venuti dalle baracche e dall’immondizia che pullulano a Maré come a Rocinha o a Parada de Lucas. Il talento è l’unica cosa che ti può salvare, e Marielle ne aveva. Ma i suoi principi cozzavano totalmente coi forti interessi dei narcos, che hanno deciso di farla fuori. Una storia che ne ricorda molte altre nel pianeta, e soprattutto noi italiani possiamo enumerarne tante. Una particolarità che accomuna questo omicidio con quelli che, per esempio, negli anni di piombo hanno coinvolto giornalisti e magistrati in Italia, è la mano di uno stato impotente o connivente che non riesce a proteggere i propri figli migliori. Ma se nel caso nostrano sono più supposizioni che verità processuali, in Brasile è nota da tempo la corruzione della polizia che, in cambio di soldi, favori o semplici garanzie sulla vita, si vende ai signori della droga, aggiungendo degrado a degrado.

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POLIZIA ALLO SBANDO. Fa rabbia scoprire che i proiettili che hanno orrendamente ucciso Marielle insieme al suo autista provenissero da un lotto in dotazione alla polizia, facendoci fare le congetture più estreme. Di certo l’omissione del governo brasiliano e, in particolare, di quello di Rio de Janeiro, è palese. In Brasile la polizia è, nella gran parte dei casi, stipendiata e corrotta dai narcotrafficanti Tutti lo sanno ma nessuno riesce a far niente. L’unico modo che il governo ha per contrastare i boss è l’utilizzo del Batalhão de Operações Policiais Especiais, il Bope, reparto di forze speciali che, con sempre maggior frequenza, fa irruzione nelle favelas e tenta di contrastare le bande. Ma anche in questo caso c’è il rovescio della medaglia: i modi, cruenti ed estremamente violenti, con cui il Bope combatte il crimine, ricorrendo anche alla tortura, non fanno altro che causare maggiori problemi, non solo dal punto di vista etico. Perché violenza genera altra violenza.

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VOGLIA DI VERITÀ. In Brasile la gente è stanca delle vessazioni dei narcos e dei poliziotti corrotti. Il Paese è uno di quelli col tasso di criminalità più alto al mondo e i morti ammazzati sono all’ordine del giorno. Il contrasto all’interno delle città tra i centri moderni e di stampo occidentale e le baracche delle favelas coi tetti in eternit è tra i più conosciuti, ma la politica locale non ha saputo ancora trovare rimedio a questa situazione. Marielle si è battuta strenuamente per questo e la gente le ha riconosciuto il giusto tributo, riversandosi in strada a manifestare per la propria eroina. Uccisa nel corpo ma non nello spirito. È questa l’unica consolazione in questa vicenda: si può uccidere la rivoluzionaria ma non la rivoluzione. L’opera di Marielle resterà imperitura e anche se il male trionfa sempre più spesso sul bene, questa “figlia della marea”, col suo pensiero e la sua opera, ispirerà l’azione di qualcun altro. Finché ci sarà gente che sogna un mondo migliore, per quanto utopico possa apparire, ciò rimane possibile. Obrigado Marielle.

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