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Facebook datagate, si dimette il capo della sicurezza mentre il titolo perde 37 miliardi

Non si placano le polemiche dopo che il colosso della Silicon Valley è stato accusato di aver diffuso i dati di 50 milioni di utenti americani, utilizzati poi per influenzare la campagna politica con spot ad hoc. Il titolo ha registrato una perdita del 7% a Wall Street. Non accadeva dal 2012

E dire che Zuckerberg non ci credeva. Nel novembre 2016 il capo di Facebook dichiarava a BuzzFeed, infastidito, che secondo lui «l’idea che le fake news, che sono tra l’altro una minima parte dei contenuti ritrovabili sul nostro social, possano influenzare in qualsiasi modo le elezioni, è davvero folle». Ma il datagate che in questi giorni sta travolgendo il social media più importante del mondo, non lascia spazio a dubbi: il boss di Menlo Park si sbagliava. E cosa ancora più grave, probabilmente Zuckerberg mentiva sapendo di mentire. Del resto, meno di un anno dopo, il “golden boy” della Silicon Valley si era affrettato a formare un team addetto a combattere le false notizie considerandole come chiavi che avrebbero potuto influenzare le elezioni politiche in tutto il mondo. Un cambio di direzione repentino e strano, che seguito dalla variazione dell’algoritmo che metteva in evidenza i profili rispetto alle pagine, lasciava intravedere un’ammissione di colpe, ma che certo non poteva farci immaginare lo scenario da spy story che si profila in queste ore.

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IL CASO. Secondo le rivelazioni del Guardian e del New York Times, Facebook avrebbe raccolto i dati di 50 milioni di utenti americani attraverso la app della società di ricerca Global Science Research, vendendoli poi alla controversa Cambridge Analytica, azienda che ha lavorato per la corsa alla Casa Bianca di Donald Trump e che, a detta del suo capo, sarebbe in grado di influenzare qualsiasi elezione nel mondo. Tramite questi dati, la compagnia con sede a Londra avrebbe poi manipolato la campagna elettorale del 2016 con spot mirati a influenzare l’elettorato, indirizzandolo verso il Tycoon di New York, che ha vinto a sorpresa sulla favorita Hillary Clinton. Ma non finisce qui: la Cambridge Analytica infatti non si sarebbe limitata ad influenzare il voto americano, ma avrebbe guardato anche in patria inficiando la regolarità del referendum che ha scosso l’Unione Europea nello stesso anno, l’ormai celeberrima Brexit. Insomma, uno scenario più da fiction che da mondo reale, che ricorda ironicamente lo scandalo che si vede nella serie Tv “House of Cards”, dove accade qualcosa di veramente simile.

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LA DIFESA. Facebook intanto si giustifica. Da Menlo Park arriva la versione del social media, secondo il quale il permesso di raccogliere i dati sarebbe stato dato attraverso l’app “thisisyourdigitallife” per scopi meramente accademici. Scoperta però la vendita di informazioni, il colosso dei social avrebbe immediatamente radiato la Global Science Research (Gsr) e la Cambridge Analytica dal sito. Una versione che sembra se non poco credibile, quantomeno improbabile. E che diventa falsa se si dà per buona la smentita di Aleksandr Kogan, accademico che ha gestito la raccolta dei dati e cofondatore della Gsr, il quale ha affermato di non aver mai detto che il progetto avesse, come scopo finale, la ricerca accademica. La versione di Facebook risulta essere ancora più inconsistente se si considera che l’altro fondatore di Gsr, Joseph Chancellor, è alle dipendenze del social media da 2 miliardi di utenti al mondo, col ruolo di psicologo e ricercatore, dal 2015, quando già la controversa vendita di dati alla Cambridge Analytica era avvenuta. Insomma, una situazione altamente imbarazzante per Zuckerberg e compagnia, che si trovano a fare i conti con le ire di Usa, Ue e Gran Bretagna.

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CADONO LE PRIME TESTE. La vicenda è stata stigmatizzata specialmente in Unione Europea. Troppo bruciante la ferita della Brexit, anche ad anni di distanza, soprattutto se all’orizzonte si staglia lo spettro di una manipolazione esterna del voto, rendendo sostanzialmente il referendum un’occasione di falsa democrazia. La linea difensiva di Facebook non regge e il comportamento al limite tra l’imbarazzo e l’incapacità di controbattere, sta fortemente colpendo il colosso che, intanto, registra un pesante calo del 7% a Wall Street, come non accadeva da 6 anni, perdendo qualcosa come 37 miliardi di dollari. In polemica con la posizione presa da Zuckerberg e dal suo staff, si è dimesso Alex Stamos, capo della sicurezza del social network site, che abbandona ufficialmente per “disaccordi interni” dovuti alla gestione delle fake news. E mentre le autorità cercano di perquisire i server della Cambridge Analytica, il dato più preoccupante è quel pericolo di manomissione della democrazia che aveva finora stuzzicato le menti dei grandi romanzieri, ma che oggi alla luce di questi fatti appare purtroppo eventualità reale. Appare palese che il miliardario più controverso del mondo digitale non sembri in grado di gestire qualcosa che, forse, è ormai più grande di lui. Non è infatti la prima volta che il creatore di Facebook si ritrovi coinvolto in vicende ambigue, e i problemi sono stati affrontati, nel corso degli anni, in maniera frammentaria e mai decisiva. Anche i governi hanno le loro colpe. Sono stati attaccati perché non sono stati capaci di riempire quel vuoto normativo che ha permesso ai social media di influire a vario titolo sulla vita politica. E se network in inglese vuol dire rete, si può azzardare che nella rete più grande del mondo oggi siano catturati 2 miliardi di pesci.

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