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Vladimir Putin, il leviatano di Leningrado che sfida l’occidente

Un passato nei servizi segreti russi, una passione vibrante per l’attività politica, il riconfermato presidente del Paese più grande del mondo si appresta ad iniziare il suo quarto mandato elettorale. E lo fa da leader incontrastato di una nazione che sogna una nuova ribalta geo-politica

I lineamenti non sono più spigolosi ed affilati come nei primi anni ’70. Quelli da funzionario del Kgb che ha attraversato un’intera epoca della storia russa, dallo stalinismo al post-comunismo, sono stati sostituiti da tratti somatici più rotondi, un profilo meno slanciato, capigliatura più rada. Ma lo sguardo di Putin, del ragazzo di Leningrado (oggi San Pietroburgo), è rimasto identico. Occhi di una generazione intera. Occhi che hanno visto milioni di persone inghiottite dai ghiacciai di una terra devastata da un’utopia trasformatasi in incubo. Occhi che hanno visto il rosso dei vessilli, ammainati sotto i colpi dei picconi di Berlino. Gli occhi di Putin trasudano astuzia, determinazione, trasmettono il desiderio di riscatto di una nazione che si è svegliata smarrita dal sonno mortifero del comunismo, proiettata verso una democrazia ed una libertà di cui conoscevano poco e di cui, forse, non sapevano che farsene. Vladimir Putin rappresenta il timoniere d’acciaio di un Paese che bisognava portare fuori dalle secche del post-comunismo, verso un futuro che lo vedesse protagonista dello scacchiere mondiale. Un’operazione che il leader russo sembra saper condurre con la perizia e la grazia di un direttore d’orchestra.

IL DELFINO DI SOBCHK. Vladimir Putin nasce a San Pietroburgo nel 1952, appena un anno prima della morte di Stalin. Forse una strana coincidenza del destino, o forse no. La sua famiglia, come tantissime altre, fu decimata dal secondo conflitto mondiale. Putin riesce a laurearsi nel 1975 e nella sua vita accademica conosce Anatoly Sobchak, un personaggio che eserciterà un’influenza ideologica e politica su di lui. Nello stesso anno entra nel Kgb, il braccio armato del regime, che serve fino alla caduta del muro di Berlino quando non avrà dubbi su quale fazione scegliere. Nel prediligere l’ideologia democratica definì il comunismo come “un alleato cieco, estremamente lontano dalla corrente della civiltà”. Nel 1990 la sua strada si intreccia nuovamente con quella di Sobchak, nel frattempo diventato sindaco di S. Pietroburgo, che lo fa entrare all’interno della sua amministrazione. In quegli anni subirà un’indagine guidata da Marina Salye, presidente del comitato legislativo, che lo accusò di essersi indebitamente appropriato di fondi pubblici grazie ad una truffa spregiudicata. Un caso che gli verrà rinfacciato anche a distanza di anni e che costringerà la Salye al silenzio per evitare ritorsioni da un Putin già asceso alla presidenza. Nel 1997 riesce a diventare fedelissimo del presidente Boris Yeltsin che lo indicherà come suo delfino oltre ad affidargli incarichi di prestigio come la direzione dell’Fsb, i nuovi servizi segreti russi, ed il premierato nel 1999. Nello stesso anno Yeltsin si dimette inaspettatamente e nel 2000 Putin riesce a vincere la feroce battaglia per la successione conquistando il suo primo mandato presidenziale col 53% dei voti. Un mandato che si vedrà rinnovare nel 2004 con la percentuale plebiscitaria del 71%. Due presidenze caratterizzate dalla gestione col pugno di ferro delle rivendicazioni cecene d’indipendenza, dagli attentati di Mosca e Beslan che intaccarono la popolarità del presidente soltanto nel breve termine, la repressione feroce di ogni tipo di dissidenza culminata con l’omicidio della giornalista Anna Politkovskaya nel 2006, nello stesso giorno in cui Putin compie gli anni. Per molti un messaggio sinistro e molto chiaro nei confronti degli oppositori interni al suo dominio. Dal secondo mandato presidenziale in poi, è apparso chiaro come Putin volesse trasformare la Russia in quella che lui stesso definì una “democrazia sovrana”. Tradotto, un regime personalistico dove le istituzioni democratiche permangono nella forma ma sono svuotate nella sostanza. Dai brogli elettorali denunciati dalle opposizioni agli omicidi politici la cui lista continua ad allungarsi con i vari Litvinenko, Berezovskij, Glushkov, passando per l’incarcerazione dell’attuale leader dell’opposizione interna Naval’nyj, i segnali in questa direzione sono chiarissimi. Tra la seconda e la terza presidenza di Putin troviamo la parentesi di Medvedev, un fiduciario di Vladimir non potendo quest’ultimo ricoprire il ruolo di presidente per tre mandati consecutivi. Attività che riprenderà dal 2012 al 2018, una terza presidenza dedicata a ripristinare lo status di grande potenza della Russia ed impreziosita dal successo geo-politico dell’annessione della Crimea grazie alla paralisi della comunità internazionale. La Russia ha poi evitato in questi anni la deposizione del dittatore Assad in Siria, inviso all’America, e sta contribuendo a mantenere viva la cruenta guerra civile che perdura da sette anni. Infine, recentemente è stata anche accusata di aver tentato di influenzare i risultati delle tornate elettorali di paesi occidentali, in primis in America, dove un un’inchiesta in corso indaga sul sostegno dato a Donald Trump contro Hillary Clinton da parte dei russi. Le politiche di Putin negli ultimi vent’anni hanno mirato a rafforzare il controllo dello Stato sull’economia, a riformare le forze armate, ad una stretta sui diritti civili, ad una pacifica relazione con le religioni, ed in particolare quella ortodossa che Putin pratica direttamente, ad un nuovo accreditamento della Russia come potenza mondiale in un contesto multipolare e non schiacciato sull’egemonia americana.

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«CONO LO STESSO LEGNO PUOI FARCI UN RANDELLO O UN’ICONA». Una delle tante frasi emblematiche di Stalin può aiutarci a fotografare un personaggio come Putin. Un uomo che la maggioranza dei russi ha elevato ad icona mentre una minoranza organizzata ma residuale considera alla stregua di un randello. Con l’eccezione del periodo bolscevico, Putin ha vissuto tutte le contraddizioni e tutti i drammi di una nazione che si è trovata smarrita, in mezzo al guado, dopo il progressivo crollo del regime sovietico. Aveva perciò tutti gli elementi concettuali ed esperienziali per analizzare, comprendere e governare un processo di cambiamento che lo ha riguardato direttamente e di cui è riuscito a mettersi al timone. La nascita di quello che molti definiscono come “putinismo” rappresenta una gigantesca operazione di narrazione politica mirata a colmare la voragine lasciata dal comunismo. Putin ha costruito l’immagine di una nazione assediata che il mondo occidentale pretendeva di giudicare secondo i suoi canoni di pensiero, perfino con l’intenzione di omologarla ad essi. Putin ha alimentato il sentimento di riscatto di un popolo che si è scoperto tradizionalista, affezionato ai propri valori ed alla propria storia, determinato a costruire un orizzonte geo-politico dove gli unici sistemi di pensiero dominanti non fossero quelli occidentali. Sistemi nei confronti dei quali, tuttavia, la Russia si è aperta prendendo in prestito principi importanti come la democrazia e l’economia di mercato ma plasmandoli secondo la forma mentis russa. Non devono sorprendere allora le parole di Putin: “La storia dimostra che tutte le dittature, tutte le forme autoritarie di governo sono transitorie. Soltanto i sistemi democratici non sono transitori”. Non deve sorprendere perché l’idea che Putin ed i russi hanno della democrazia è certamente diversa dalla nostra. Putin ha dunque edificato uno scenario in cui la Russia è diventata uno stato-civiltà con una sindrome da assedio permanente, una nazione sempre guardinga che cerca e trova sicurezza nel suo leader con il quale si identifica. La Russia di Putin non aspira a fondare un nuovo impero, cerca il suo posto nel mondo all’insegna dell’affermazione dei propri valori e di un ordine multi-polare che la vedrebbe come indiscussa protagonista.

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DALLE SPILLE CON LA FALCE E MARTELLO ALL’IPHONE D’ORO. Ogni società ha i suoi vezzi e mai come in quest’epoca globalizzata l’ostentazione è diventata quasi un valore in sé. Se ai tempi di Stalin si faceva a gara nel comunicare la propria incrollabile fedeltà al partito con spillette ed icone con la falce ed il martello, oggi la nuova moda imposta dal marketing guarda ai telefoni cellulari. Il noto marchio Caviar ha lanciato un nuovo modello di iPhone X che sarà ricoperto d’oro e recherà l’effige di Putin e della Russia con la scritta “L’età d’oro di Vladimir Putin”. Il costo sarà a misura di oligarca: 3800 euro. Nomenklatura 2.0.

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