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Afrin (non) è sola

Da ormai troppo tempo la città curda è devastata dalle truppe di Erdogan, padre padrone della Turchia, mentre le potenze del mondo non hanno compiuto azioni concrete per imporre la pace. Di fronte al silenzio dell’Occidente, ogni giorno che passa sempre più persone lasciano le comodità delle loro case per andare a difendere i più deboli. Afrin, forse, non è sola

L’uomo ha la grande capacità di rimediare, o quantomeno di tentare di farlo, ai propri errori. E così dopo l’inferno della Seconda Guerra Mondiale, e a dire il vero anche prima, al termine della Grande Guerra, il mondo ha deciso di riunirsi in un’organizzazione che potesse dirimere tensioni e contrasti senza inutili spargimenti di sangue. Ma l’Onu è oggi impotente e immobile di fronte alla tragedia di Afrin e della Siria in generale. Questo perché le ragioni politiche valgono più delle vite dei civili.

SILENZIO ASSORDANTE. Da quando la Siria ha iniziato ad essere sventrata dalla guerra civile per poi passare al conflitto che oggi conosciamo, fatto di una lotta senza quartiere di tutti contro tutti, le potenze del mondo hanno gestito la situazione nella maniera peggiore, salvaguardando i propri interessi a scapito delle vite degli innocenti. Per capirci, mentre i tagliagole dell’Isis seminavano terrore in tutto il territorio siriano, Usa e Russia si perdevano in chiacchiere, perché Assad è alleato dei russi mentre gli americani lo considerano un dittatore. Una situazione paradossale se si pensa che il califfato islamico ha, anche approfittando di questi dissidi, conquistato una fetta importante del Medio Oriente, salvo poi cedere sotto il peso della sua impossibilità a esistere nel mondo di oggi. Al momento, il sedicente Stato Islamico non desta più particolari preoccupazioni sul campo, pur continuando a turbare i sonni degli europei per il terrore attentati. Ma la situazione siriana non accenna a migliorare e adesso ci si è messo anche Erdogan. Il premier/dittatore turco se l’è presa, come sempre del resto, con i curdi, portando avanti una tradizione di odio tra il popolo della Turchia e quello del Kurdistan che dura da secoli. L’enclave curda di Afrin è ormai da giorni tartassata dalle bombe dell’esercito di Erdogan e non sembra essere prossima la fine di questo bagno di sangue. L’Occidente in tutto ciò? Dagli Stati Uniti nessun commento. Del resto la Turchia è un alleato degli Usa, fa parte della Nato e non può essere osteggiata in nessun modo. Pazienza se il capo dello stato è un dittatore al pari di quell’Assad invece criticato. In Russia ci sono altre questioni a cui pensare, col caso Skripal che tiene banco e con l’epurazione dei diplomatici. Stessa cosa in Inghilterra, gigante europeo che tra Brexit e, appunto, la questione della spia russa avvelenata col gas nervino non ha proprio tempo per occuparsi di Afrin. Dal canto nostro, anche noi abbiamo questioni decisamente più vicine e impellenti a cui rivolgere la nostra attenzione, visto che la formazione di un governo sembra una chimera. Nel Vecchio Continente solo Macron e la sua Francia si sono mobilitati concretamente per difendere l’enclave curda da un attacco sconsiderato e sanguinario, inviando forze speciali a sostegno dell’YPG, le milizie curde. Se basterà lo vedremo.

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COMBATTENTI VOLONTARI. E così è la gente comune a mobilitarsi perché questo bagno di sangue finisca. È il caso di molti miliziani volontari che, sempre più spesso, lasciano i loro paesi per raggiungere il Medio Oriente e combattere al fianco dell’YPG, divenuto famoso in passato per le sue donne coraggiose, impegnate in prima linea contro l’Isis. Ecco, in quel periodo i curdi e quelle donne erano sulle prime pagine di ogni giornale e sulle homepage dei profili Facebook di tutto il mondo. Oggi, invece, se si eccettuano gli interessati, tutto è finito nel dimenticatoio. Accanto ai volontari combattenti, il cui viaggio per difendere la Siria ricorda molto quello compiuto dai simpatizzanti di tutto il mondo in Spagna durante la guerra civile, ci sono le solite Ong che, tra mille difficoltà, cercano di risollevare la situazione. Medici Senza Frontiere, Save the Children, Unicef e via dicendo: se si guarda da questo punto di vista, Afrin non è sola. Ma cosa possono fare davvero queste organizzazioni se non mitigare gli effetti di un conflitto devastante? Serve l’intervento dei governi.

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UN SOGNO LONTANO. Perché tutto possa cessare, ad Afrin come nel resto della Siria, c’è bisogno di un cambio di mentalità radicale che riconosca come crimine di guerra non solo l’uso di armi non accettate dalla Convenzione di Ginevra, ma la guerra stessa. E servirebbe realmente un po’ più di coerenza e di responsabilità. La tensione nel mondo non si placa ed è determinata da quelle stesse nazioni che ormai più di 70 anni fa avevano deciso, con un atto straordinariamente rivoluzionario, di non versare mai più sangue inutile. Ma ciò che ci appare oggi è che l’Onu sia del tutto in balia di singoli Stati troppo più forti rispetto al resto di tutta la comunità mondiale messa insieme. D’altronde, le minacce più gravi l’Occidente se l’è create da solo. L’Isis è un’invenzione degli Usa per contrastare Al-Qaeda, come da stessa ammissione della Clinton. In Afghanistan i talebani hanno ucciso militari statunitensi e disseminano il terrore utilizzando ancora i missili fornitigli dagli stessi americani per cacciare i sovietici. E quello che fu il conflitto atavico tra russi e statunitensi tiene ancora oggi diviso il popolo di Corea. E allora sì, Afrin è sola, dimenticata da un mondo che persegue gli interessi di pochi in nome di una presunta ricerca della felicità per tutti.

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