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Dal Rei al reddito di cittadinanza: le forme di contrasto alla povertà

Lo strumento di sostegno al reddito esiste in varie forme quasi in tutta Europa. Ecco le proposte pensate per l’Italia

Come prevedibile si è riaccesa la polemica sul reddito di cittadinanza proposto dal Movimento 5 Stelle. Sono bastate le stime del presidente dell’Inps, Tito Boeri, a far traballare la misura grillina che prevede 780 euro mensili per chi non ha reddito. Un argine contro la povertà secondo i suoi sostenitori, un sussidio a pioggia che non è destinato a risolvere il tema della scarsa occupazione per i suoi detrattori. Il tutto con l’incognita della copertura finanziaria che secondo i calcoli dell’Inps si aggira intorno ai 35-38 miliardi di euro. Ma non è tutto. Occorre in pochi mesi costruire un sistema che raggiunga milioni di persone e, al contempo, riformare i centri per l’impiego, ripensare tutto il welfare italiano in modo da finanziare i nuovi sussidi tagliando quelli superati. I Cinque Stelle sono riusciti a imporre la lotta alla povertà in cima all’agenda della politica, ma in assenza di un governo monocolore il reddito di cittadinanza rischia di naufragare o di essere sensibilmente ridimensionato.

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REDDITO DI CITTADINANZA. La proposta del Movimento 5 Stelle prevede un sostegno economico variabile a seconda della composizione del nucleo familiare e dal reddito già percepito. Nel caso di un cittadino single l’importo può arrivare fino a 780 euro. Possibili beneficiari del provvedimento sono tutti i cittadini italiani maggiorenni. Esclusi quindi gli stranieri, anche se con regolare permesso di soggiorno. Non si tratta, dunque di un reddito di cittadinanza vero e proprio. Come indica il nome stesso il reddito di cittadinanza, chiamato anche reddito di base, è un trasferimento erogato dallo Stato a tutti i cittadini a prescindere da qualsiasi altra considerazione. È un reddito, quindi, che spetta a qualcuno per il solo fatto di essere cittadino di un certo paese. Il reddito di cittadinanza proposto dal Movimento 5 Stelle è, invece, una forma di reddito minimo garantito. In Europa questo beneficio è presente, in varie forme, in tutti i Paesi ad eccezione di Italia e Grecia. Nel nostro Paese da pochi mesi è però in vigore il Reddito di Inclusione (Rei), uno strumento di contrasto alla povertà, riservato però a una platea più ristretta di quella proposta dai Cinque Stelle.

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REDDITO DI INCLUSIONE. Il reddito di cittadinanza non è altro che un potenziamento del Rei costruito nei governi Letta-Renzi-Gentiloni e partito a dicembre dello scorso anno. Il Rei prevede un bonus mensile per 18 mesi insieme a un progetto di attivazione lavorativa con l’obiettivo di superare le condizioni di povertà. Nei primi tre mesi di rodaggio il reddito di inclusione ha raggiunto 251mila nuclei familiari, circa 870mila persone. Le cifre riguardano anche il Sostegno di inclusione attiva (Sie), una misura già in vigore prima del Rei ma più incompleta, e altri strumenti di sostegno introdotti in alcune regioni. L’importo medio mensile del Rei è stato pari a 297 euro, anche se risulta variabile a livello territoriale con un range che va da 225 euro per i beneficiari della Val d’Aosta a 328 euro per la Campania. Il reddito di inclusione ha raggiunto, nei primi tre mesi, il 50% della platea di riferimento. Ma basterà finanziare maggiormente il reddito di inclusione per coprire tutta la popolazione al di sotto della soglia di povertà sostituendo il reddito di cittadinanza proposto dal Movimento 5 Stelle?

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REDDITO DI AVVIAMENTO AL LAVORO. La risposta della Lega al reddito di cittadinanza pentastellato è il reddito di avviamento al lavoro. Si tratta di un sussidio mensile pari a 750 euro, quindi di importo molto simile al reddito di cittadinanza, da restituire in vent’anni quando si è trovata una occupazione. C’è, però, una differenza sostanziale: mentre il reddito di cittadinanza dovrebbe essere, almeno nella sua attuale formulazione, un sostegno totalmente a carico dello Stato, e destinato alla generalità dei cittadini con un reddito inferiore a 780 euro mensili, il reddito di avviamento al lavoro dovrebbe invece essere solo parzialmente a carico dello Stato. L’assegno mensile sarebbe infatti riconosciuto grazie a un prestito bancario, con un importo a carico dello Stato, per un massimo di 3 anni: un funzionamento molto simile, dunque, alla misura pensionistica dell’Ape volontario, con la differenza che il reddito di avviamento al lavoro sarebbe destinato ai disoccupati e agli inoccupati.

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