Italia

Trattativa Stato-mafia, pesanti condanne e una dedica speciale

Dopo cinque anni di processo e più di duecento udienze, il processo per la trattativa tra Stato e mafia ha raggiunto il suo verdetto. Condannati Dell’Utri, Mori e Ciancimino, oltre ai boss Bagarella e Cinà, assolto Mancino. La sentenza dedicata dal Pm Teresi ai giudici Falcone e Borsellino

Una pagina indegna della storia italiana. Lo Stato che scende a patti con la criminalità. Nulla di più grave eppure è quanto accaduto negli anni ’90 in Italia. Alla fine la verità processuale è chiara: i vertici politici e militari della Repubblica intavolarono realmente una trattativa con i corrispettivi di Cosa Nostra. Sono serviti anni di indagini e un numero infinito di udienze, ma alla fine il muro di gomma che proteggeva questa squallida pagina repubblicana è stato abbattuto.

IL PROCESSO. Nell’ambito del processo, iniziato tra le polemiche nel 2013, e nel quale nel corso degli anni sono stati coinvolti personaggi di primissimo piano come Giorgio Napolitano, sentito in qualità di ex ministro dell’epoca a cui si riferivano i fatti, le condanne sono state comprese tra gli 8 e i 28 anni. Nello specifico, la mannaia processuale è calata sulla testa degli ex vertici dei Ros dei Carabinieri, Mori e Subranni, condannati a 12 anni per minaccia a corpo politico dello Stato. Stesso capo di imputazione per il quale sono stati condannati Marcello Dell’Utri, politico di Forza Italia, e il boss Antonino Cinà, che si sono visti comminare una condanna a 12 anni, il boss Leoluca Bagarella, a cui sono stati inflitti 28 anni, e l’ex ufficiale dei Ros, De Donno, 8 anni per lui. Analoga condanna è arrivata per Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo, Vito, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia De Gennaro. Assolto invece l’ex ministro Mancini, accusato di falsa testimonianza.

LE REAZIONI. Al termine del processo, il pm Vittorio Teresi ha voluto dedicare a tutti i martiri della mafia e, in special modo, a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino questa sentenza. La più importante verità ereditata da questi lunghi anni di indagini e udienze è stata la conferma della tesi principale dell’accusa: lo Stato si è inchinato alle richieste arroganti della mafia. Alla sentenza plaudono per primi i 5 Stelle, che col loro capo politico Luigi Di Maio ha ringraziato innanzitutto i magistrati palermitani, aggiungendo poi che col termine di questo processo e con le verità da esso stabilite si chiude definitivamente la Seconda Repubblica.

LA STORIA. Il processo si riferiva alla presunta trattativa messa in atto dallo Stato coi boss di Cosa Nostra al fine di fermare le stragi che stavano insanguinando l’Italia nei primi anni ’90. Nonostante la sentenza, però, i punti oscuri rimangono ancora molti. E anche con la fine del processo le Istituzioni escono irrimediabilmente macchiate. Come possono i militari dell’Arma lavorare per gli interessi dei boss? Come può la politica, che dovrebbe perseguire il bene comune, scendere a patti con l’organizzazione criminale più perversa e sanguinosa che la storia moderna conosca, in Italia e non solo? Si potrebbe obiettare che tale trattativa sia stata messa in atto al fine di salvaguardare gli interessi dello Stato, ma allora viene da chiedersi perché quello stesso Stato che si è seduto al tavolo dei boss non ha fatto la stessa concessione per salvare la vita di Aldo Moro? Risulta poi stucchevole che, al netto delle verità processuali ormai stabilite, ci sia ancora qualcuno che tenti di difendere personalità che hanno letteralmente venduto la Repubblica in nome dei propri interessi. È il caso di Marcello Dell’Utri, tutt’oggi considerato un caro amico e una brava persona da quel Silvio Berlusconi che oggi tiene in scacco la formazione del governo e i cui rapporti con la mafia sono ancora coperti da una folta coltre di nubi.

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