Italia

Università italiane, Cuzzocrea: «La sfida dell’internazionalizzazione per essere competitivi»

Eletto lo scorso marzo, il Rettore dell'Università di Messina, interviene sulla condizione degli atenei italiani. Al bivio tra tradizione e innovazione

L’università è sempre stata, per tradizione, il luogo in cui la cultura si produce e si scambia. Oggi però questa condivisione del sapere assume nuove forme e si pone nuovi obiettivi. «Serve un netto cambio di passo per consentire alle università italiane di essere competitiva in Europa e nel mondo. Oltre a garantire un’offerta formativa di livello, l’università deve essere volano di sviluppo per il territorio e allo stesso tempo polo di attrazione per gli studenti stranieri». Questa la ricetta per vincere la sfida dell’internazionalizzazione del nuovo Rettore dell’Università degli Studi di Messina, Salvatore Cuzzocrea, da noi intervistato in occasione del convegno “Il Patrimonio Archeologico di Taormina: dalla ricerca alla fruizione. Un itinerario turistico”, organizzato dal prof. Filippo Grasso, responsabile scientifico del seminario, e dai dipartimenti di Economia e Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo peloritano. Salvatore Cuzzocrea, 46 anni, ordinario di Farmacologia, è stato eletto lo scorso marzo e resterà in carica per sei anni, fino al 2024.

Che momento vivono l’Università e la ricerca nel nostro Paese?

«Da parecchi anni le università soffrono a causa di una progressiva diminuzione delle risorse economiche e di una visione politica non particolarmente attenta al ruolo che l’Università svolge nella ricerca e nella formazione del nostro Paese. Ancora di più in questo periodo di grande fibrillazione politica siamo in attesa di sapere se sarà intenzione del futuro governo di ripristinare un ruolo centrale dell’Università».

Come rendere competitive le Università italiane in Europa e nel mondo?

«L’università italiana, come dimostra il numero di laureati che ricoprono posizioni apicali all’estero, ha un grado elevato di qualità nella capacità di formare i ricercatori. Non mi preoccupa il fatto che un laureato dell’Ateneo messinese diventi direttore di una struttura negli Stati Uniti, ma mi dispiace che le nostre università non vengano viste come un polo di attrazione per gli studenti che vengono dall’estero».

Nel concreto, cosa può fare l’Università per arginare la fuga di cervelli e attrarre gli studenti stranieri?

«Molto nel caso dell’Università di Messina si è fatto potenziando lo “spin-off” in collaborazione con le imprese. Abbiamo investito molto in una ricerca attenta alle esigenze del mercato aprendo alle imprese che vogliono investire nell’università e sui giovani».

Le Università del sud ricoprono spesso gli ultimi posti delle classifiche nazionali per didattica, ricerca e occupazione, mentre sono quasi sempre in testa per quanto riguarda le immatricolazioni. Come legge questo dato?

«L’università di Messina, nel caso specifico, ha raggiunto livelli eccellenti nell’ambito della ricerca. Nel periodo in cui sono stato prorettore alla ricerca, grazie al lavoro fatto dai miei colleghi, abbiamo ottenuto il primo risultato in Italia rispetto alla performance precedente. Il fatto, inoltre, che molti giovani scelgono l’Università di Messina per me è motivo di orgoglio ma anche di grande attenzione nei loro confronti. Come spesso noi accademici dimentichiamo non dobbiamo fornire agli studenti ciò che sappiamo ma ciò che serve garantendo un’offerta formativa attenta alle esigenze del mercato».

La Sicilia, la città dello Stretto ricoprono una posizione strategica al centro del Mediterraneo. L’Università può essere ancora un motore di sviluppo per il territorio?

«Le Università possono e devono essere un volano importante sia a livello regionale che cittadino. Messina, in particolare, è una città universitaria e deve essere concepita come tale equiparandosi alle altre realtà del nord Italia. Spero che chi ci governerà comprenderà l’importanza dell’università al centro del tessuto cittadino».

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