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“A Mão Santa”, Oscar Schmidt: la leggenda dell’uomo che piange e segna

Esiste una linea sottile che nello sport agonistico divide la voglia di vincere dai sentimenti. Oscar Schmidt non l’ha mai conosciuta e ha fuso il suo sconfinato talento a una personalità amata da tutti. Questa è la storia di un campione venuto dal Brasile per conquistare il mondo della palla a spicchi

«Ho visto uomo che piange e segna». San Paolo, 1979: al Gynàsio do Ibirapuera va in scena la partita di coppa intercontinentale tra i brasiliani dell’Esporte Club Sìrio e gli jugoslavi del Bosna. Le parole sono di Boscia Tanjević, giovanissimo allenatore montenegrino del Bosna, che si vede strappare un titolo, che sembrava già vinto, da un giocatore strano. Il pianto di cui parla Tanjević infatti non è una metafora, ma accade realmente. C’è in campo un’ala tra i brasiliani che col volto rigato di lacrime e la faccia arrossata dalla sofferenza continua a prendere palla e a buttarla sistematicamente dentro la retina. Così il Sìrio riesce, dopo una grande rimonta, ad ottenere il 92 pari e a guadagnarsi un tempo supplementare. Il Bosna però cerca di riscappare via, ma quell’ala piangente non ci sta proprio a perdere e così i brasiliani riescono a raggiungere a quota 105 gli jugoslavi, guadagnandosi un ulteriore supplementare. Quello decisivo. Perché quell’ala malinconica che a ogni canestro segnato esplode esageratamente di gioia, decide la partita. Il Sìrio vince e guadagna i punti necessari per aggiudicarsi il trofeo, a scapito del Bosna. Nasce la leggenda di Oscar Schmidt, “A Mão Santa”.

UN FENOMENO. Nato il 16 febbraio 1958 a Natal, Oscar Schmidt inizia a giocare grazie a suo zio Alonso che vedendo quel nipote così alto, per la precisione 185 cm ad appena 13/14 anni, pensa subito che possa diventare un cestista. E così sarà. Subito il giovane stupisce per la sua bravura e comincia a far parte prestissimo delle selezioni nazionali giovanili del Brasile. Tuttavia Oscar ha qualcosa in più rispetto ai suoi coetanei. Così, ad appena 19 anni, dopo aver fatto faville con i giovani del Palmeiras ed essere stato eletto miglior pivot della sua generazione, entra a far parte della nazionale A, la “Seleçao”, con cui si aggiudica nel ’77 la Coppa Sudamericana di Basket a Valdivia, in Cile, realizzando 62 punti in totale. Non male per un ragazzino. Come detto, Schmidt viene votato miglior pivot della classe ’58, ma non è il tipico centro. Ha infatti delle mani molto morbide ed educate che lo rendono capace di spazzare via le difese avversarie tirando da qualsiasi distanza. In più la repentina crescita fisica che lo aveva portato a raggiungere i 190 cm giovanissimo, si era assestata intorno ai 2 metri, 205 cm per l’esattezza, statura di certo ragguardevole ma non ideale per un pivot. Così, viste le straordinarie doti tecniche, Oscar va via da sotto canestro per accasarsi un po’ più di lato, dove può diventare decisivo. E lo fa presto. Passa al Sìrio, club di San Paolo, dove entra definitivamente nel mondo dei grandi cominciando a vincere titoli importanti, primo fra tutti quell’alloro di campione del mondo per club ottenuto contro il Bosna di Tanjević nella partita delle lacrime. Per la cronaca, in quel match Oscar metterà a segno 42 punti e in totale, nell’arco del torneo, 138. È nata una stella.

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LA SECONDA PATRIA. Per quanto Oscar possa amare il Brasile però, il movimento cestistico carioca non ha enorme visibilità mondiale. E così, come accade nel calcio, i migliori talenti del Sud America vengono reclutati dai club europei. Nel caso specifico Schmidt viene portato in Italia dalla Juvecaserta, allenata indovinate da chi? Boscia Tanjević. Il coach montenegrino è uno dei pochi specialisti del settore che conosca già questo giovane campione. Gli altri lo conosceranno presto. Le parole citate all’inizio dell’articolo sono esattamente quelle che l’allenatore slavo pronunciò al presidente della Juvecaserta, Giovanni Maggiò, per convincerlo ad ingaggiare il brasiliano la cui forza e bravura Tanjević aveva potuto sperimentare qualche tempo prima nella famosa intercontinentale del ’79. Così Oscar sbarca in Europa, in una squadra di serie A2 ma con importanti ambizioni. Schmidt fa da subito la differenza. È di un altro livello, e trascina la squadra al secondo posto in campionato che vale la promozione in A1 e, all’epoca, persino la partecipazione ai playoff scudetto. Fa impressione la capacità con cui riesce a segnare e a trascinare una squadra che, oltre a lui, è composta da scugnizzi casertani che entreranno anche loro a pieno titolo nella storia della pallacanestro italiana, come Nando Gentile. Comincia così un’epopea che porterà la Juvecaserta da squadra sconosciuta a gigante del basket. Tutto ha inizio già dal primo anno in massima serie, con i casertani che si classificano all’ottavo posto e partecipano ai playoff. L’anno dopo iniziano ad arrivare i primi piazzamenti importanti con la finale di Coppa Italia, persa contro la Virtus Bologna. “A Mão Santa” segna canestri su canestri, triple su triple, e raggiunge più volte la quota mille punti a fine stagione, tanto da meritarsi le attenzioni della Nba. Ma, nonostante le ottime prestazioni, all’ombra della reggia arrivano solo piazzamenti d’onore. Nel 1986 la Juvecaserta arriva alla finale scudetto e a quella di coppa Korac, ma viene sconfitta in entrambi i casi rispettivamente dall’Olimpia Milano e dalla Virtus Roma. L’anno dopo altra delusione. Di nuovo finale scudetto, di nuovo contro l’Olimpia, che sarà nuovamente campione. Oscar non molla e non lascia Caserta. La gente lo ama e lo soprannomina “O Rey”. E siccome le belle storie hanno anche il lieto fine, nel 1988 arriva il primo trofeo, la Coppa Italia vinta contro Varese. Oscar è straordinario, domina le partite e segna più volte oltre 50 punti a partita. Le sue prestazioni sono leggendarie, come quando nel 1989 in finale di Coppa delle Coppe contro il Real Madrid ne realizzerà 44. Non basteranno però per vincere. Caserta di nuovo seconda. È il momento di cambiare aria. Si accasa a Pavia, dove continua a regalare giocate straordinarie ma senza ottenere titoli di squadra. Si chiude così la sua avventura italiana, nel 1993, dopo 11 stagioni con solo una coppa Italia portata a casa e con ben 7 titoli di miglior marcatore conquistati, di cui 6 consecutivi, che lo renderanno il giocatore con più punti realizzati in serie A dietro Antonello Riva, che però giocò per il doppio degli anni. Si torna così in Brasile, la patria tanto amata.

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UN AMORE VISCERALE. Oscar è incredibilmente legato al Brasile e, se non lo si fosse ancora capito, è un uomo piuttosto sentimentale. La nazionale per lui è tutto, così tanto che nel 1984 rifiutò la chiamata dei New Jersey Nets e il conseguente approdo in Nba. Giocare nella massima lega cestistica del mondo gli avrebbe precluso infatti l’accesso alla tanto adorata Seleçao, e siccome al cuor non si comanda, meglio l’Italia, la Spagna e il Brasile per continuare la sua carriera. L’unica cosa che conta è macinare punti. In nazionale “A Mão Santa” raggiunge i successi più importanti della sua carriera. Vince 3 campionati sudamericani, 2 campionati americani e, il successo più importante, un’edizione dei giochi panamericani, battendo in finale gli Usa. Quella sera, il 23 agosto del 1987, alla Market Square Arena di Indianapolis gli spettatori di casa si preparano a vincere con agilità l’ennesimo titolo della palla a spicchi statunitense. Per di più la squadra è fatta di stelle del calibro di David Robinson e nessuno davvero pensa che il Brasile, che tanto aveva sofferto nei gironi, possa impensierire i giovani rampanti americani. Ma non hanno fatto i conti con Oscar. Quella sera “A Mão Santa” mette a referto 46 punti, annichilendo letteralmente la difesa statunitense e portando la Seleçao a un successo di assoluto prestigio.

È forse questo il punto più importante di una carriera che sì, gli ha permesso di segnare una marea di punti, ma gli ha consegnato pochi titoli in rapporto al suo talento. Bisogna fare attenzione a usare questa parola però, perché per Oscar il talento non esiste: «Esistono giocatori bravi e meno bravi. La differenza la fa l’allenamento». E Schmidt non ha mai smesso di allenarsi. La sua carriera è durata un’infinità, ben 26 anni. 26 stagioni nelle quali “O Rey” è stato capace di mettere in cascina qualcosa come 49.737 punti, il giocatore che ne ha fatti di più nella storia del basket. Per non parlare poi degli altri record, come quello che lo vede il giocatore con la media punti segnati più alta della storia delle Olimpiadi, nelle quali nel 1988 a Seul mise a segno il record di realizzazioni in una singola partita con i 55 rifilati alla Spagna. Ci sono poi gli exploit italiani, dove Oscar, per dirne una, è il giocatore che ha realizzato più triple nella storia e per 28 volte, più di tutti, ha realizzato oltre 50 punti in un singolo match. Ci sono però tanti rimpianti, come non aver vinto abbastanza a Caserta e non essere riuscito in 5 edizioni disputate a regalare una medaglia olimpica al suo amato Brasile. Poco male, perché la partita più importante Oscar l’ha vinta dopo il ritiro, avvenuto a 45 anni, quando ha sconfitto un tumore al cervello che si è ripresentato e che è stato nuovamente rispedito dentro la retina dal fenomeno di Natal. Oggi Schmidt fa il motivatore nelle conferenze aziendali. Il basket è stata la sua vita per fin troppo tempo, non era il caso lo fosse anche a carriera terminata. Una carriera che lo ha consacrato come una leggenda della pallacanestro, facendolo inserire nella Naismith Hall of Fame al pari di Michael Jordan, Magic Johnson e Kareem Abdul Jabbar. Una leggenda che ancora oggi fa sognare, quella dell’uomo che piange e segna.

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