Cultura

È morto Ermanno Olmi, il regista che ha saputo raccontare l’Italia contadina

Il regista è deceduto all'età di 86 anni all'ospedale di Asiago dove era ricoverato da alcuni giorni. Il suo capolavoro rimane "L'albero degli zoccoli", un film in dialetto bergamasco che gli valse la Palma d’Oro al Festival di Cannes

Dai documentari ai lungometraggi. Dalle storie di vita contadina alle vite dei santi. Questa l’eredità lasciata dal regista Ermanno Olmi morto ad 86 anni nell’ospedale di Asiago, dove era ricoverato da alcuni giorni. Regista autodidatta, pioniere nel campo del documentario, creatore di un linguaggio personale è riuscito a raccontare nelle sue tante sfumature l’Italia contadina mettendo al centro il racconto umano. Nato a Bergamo il 24 luglio 1931, Olmi aveva vinto la Palma d’Oro a Cannes nel 1978 con “L’albero degli zoccoli”. Tre ore di film nelle campagne lombarde di fine Ottocento in dialetto bergamasco, con tanti racconti popolari, come quelli che probabilmente ci narravano i nostri nonni davanti al focolare, costruiti attorno alle vicende di un contadino che taglia un albero per fare gli zoccoli al figlio.

FORMAZIONE. Nato da una famiglia contadina e profondamente cattolica nella provincia di Bergamo, Olmi rimane orfano di padre durante la Seconda Guerra Mondiale. Dopo aver frequentato il liceo scientifico e poi quello artistico, senza portare a termine gli studi, si trasferisce giovanissimo a Milano per iscriversi all’Accademia d’Arte Drammatica, seguendo però i corsi di recitazione. Ma per guadagnarsi di che vivere si impiega presso la EdisonVolta. La passione per il cinema gli guadagnò la stima dei padroni che gli affidarono una preziosa cinepresa 16 mm con l’impegno di documentare l’attività della società. Fra il ’53 e il ’61 gira una trentina di documentari, fra i quali “La diga sul ghiacciaio” (1953), “Tre fili fino a Milano” (1958) e “Un metro è lungo cinque” (1961). In questi anni avviene anche il suo debutto sul grande schermo con “Il tempo si è fermato” (1959), dove narra l’amicizia fra il guardiano di una diga e uno studente: analisi di un rapporto generazionale che si replicherà, a inizio collaborazione con la Rai, nei “Recuperanti” girato sull’altipiano di Asiago. Asiago da allora diventa la sua terra, residenza, casa, famiglia, e sede della sua scuola per giovani registi.

IL REGISTA DELLE PICCOLE COSE. Il film che lo consacra nel cuore di molti è “Il posto” (1961), storia due giovani alle prese con il loro primo impiego che trionfa a Venezia nella sezione Informativa. L’attenzione per il quotidiano, per le piccole cose viene ribadita anche in “I fidanzati” (1963), pellicola legata al mondo operaio, seguita anche dal più intimista “E venne un uomo” (1965) con Rod Steiger, biografia di Papa Giovanni XXIII. Dopo un periodo contrassegnato da lavori non del tutto riusciti, Olmi firma il suo capolavoro: “L’albero degli zoccoli” (1977), ambientato in una cascina vicino a Bergamo abitata da cinque famiglie contadine. Un grande successo in Italia e in tutto il mondo, tanto da guadagnarsi la Palma d’Oro e il Premio Ecumenico della Giuria al Festival di Cannes, il César per il miglior film straniero, i Nastri d’Argento per la miglior fotografia, regia, sceneggiatura e soggetto originale. Olmi è spesso associato a Pasolini perché entrambi facevano tutto sul set. Olmi oltre ad essere regista fu anche sceneggiatore, produttore, scenografo e direttore della fotografia.

I PREMI. Dopo una lunga malattia torna a girare documentari per la Rai e qualche spot televisivo insieme al documentario “Milano ‘83” per il quale gli viene assegnato il Nastro d’Argento come regista del miglior corto. Anche se il ritorno vero e proprio avviene con “Lunga vita alla signora” (1987), che gli farà vincere il premio Fipresci e il Leone d’Argento a Venezia. Quello d’Oro lo conquisterà l’anno successivo con “La leggenda del santo bevitore”, tratto dall’omonimo racconto di Joseph Roth, con Rutger Hauer nella parte di un barbone alcolizzato aiutato dalla Grazia. A metà degli anni Novanta dirigerà per la tv l’episodio della Genesi del vasto progetto internazionale “Le storie della Bibbia”, poi avrà un notevolissimo successo con “Il mestiere delle armi” (2001), biografia di Giovanni delle Bande Nere che gli permetterà di aggiudicarsi ben quattro David di Donatello (miglior regia, film, produzione e sceneggiatura), e con “Cantando dietro i paraventi” (2003) conquista il Nastro d’Argento per il miglior soggetto.

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ULTIMI CAPOLAVORI. Dopo lo spirituale “Centochiodi” del 2007, con Raz Degan nella parte di un intellettuale che perde la fede, dichiara che non girerà più film di finzione, ma tornerà al suo antico e primario amore, il documentario. Così che l’anno successivo, forse per fargli cambiare idea, Venezia gli tributa il Leone d’Oro alla Carriera, consegnatogli da Adriano Celentano. Ma nel 2011, dopo il cortometraggio (Il premio, 2009), e i documentari (Rupi del Vino del 2009 e Terra Madre del 2010) torna sul grande schermo con “Il villaggio di cartone”, presentato alla Mostra del cinema di Venezia. Del 2014 è invece “Torneranno i prati, film girato per le celebrazioni del centenario della Prima Guerra Mondiale, mentre nel 2017 esce al cinema il documentario “Vedete, sono uno di voi”, dedicato a Carlo Maria Martini, Arcivescovo di Milano dal 1979 al 2002. Una vita ricca di premi – Palma a Cannes, due Leoni a Venezia di cui uno alla carriera nel 2008, infiniti Nastri e David, onorificenze e lauree, Pardo d’onore a Locarno – che lo consacrarono uno dei più grandi registi dei nostri tempi.

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