Italia

40 anni dal caso Moro, un omicidio di Stato

Il 9 maggio del 1978, 55 giorni dopo il rapimento, veniva ritrovato il corpo senza vita dell’onorevole Aldo Moro. Due mesi pieni di punti oscuri e responsabilità mai chiarite. Con una sola certezza: il presidente della Dc è stato abbandonato

«Allora, lei deve comunicare alla famiglia che troveranno il corpo dell’onorevole Aldo Moro in via Caetani». Parla Valerio Morucci, nome di battaglia “Matteo”. Dall’altro lato del telefono c’è un assistente di Moro, il prof. Franco Tritto, impietrito e sconvolto dalle parole del brigatista. Si è chiuso il caso Moro. Il corpo del segretario della Dc si trova nel cofano di una Renault 4 rossa, malcelato solo da una coperta. È il culmine degli anni di piombo e il più grave attacco allo Stato repubblicano. La storia è scritta col sangue.

ANNI CONFUSI. Un governo in Italia sembra una chimera. Moro però è un fine statista e, pur di garantire un esecutivo al Paese, apre a un accordo con le altre forze politiche. È il cosiddetto compromesso storico, col quale il segretario della Dc allarga la maggioranza di governo ai partiti di opposizione. Ai socialisti inizialmente, poi ai comunisti. Sembra una cosa impossibile: la Democrazia Cristiana che si mette a collaborare col Partito Comunista. Eppure il bene dello Stato viene prima di tutto. L’Italia ha bisogno di un governo. Sono anni complicati, col terrorismo nero e rosso che colpisce incessantemente le piazze e le personalità. È iniziato tutto con la strage di piazza Fontana, per proseguire con quella di piazza della Loggia e del treno Italicus. Queste però sono solo le più significative, perché di eventi legati alla strategia della tensione ce ne sono molti di più: almeno 7 attentati fino al ’74. Ma non ci sono solo i terroristi a fare paura, perché servizi segreti corrotti e nostalgici mettono in programma di realizzare un colpo di Stato, per ben tre volte. La prima è ascrivibile al generale dei carabinieri Giovanni de Lorenzo, anno 1964, e conosciuto come “Piano Solo”. È poi il tempo del golpe Borghese, nel 1970, ideato dall’ufficiale della marina Junio Valerio Borghese. Infine, nel 1974, il golpe bianco, ideato da Edgardo Sogno. I piani però falliscono tutti, per un motivo o per un altro. Ma la Repubblica è sempre più fragile e il Paese sempre più spaccato in due, coi comunisti che stanno guadagnando sempre più consenso. Si deve governare, si deve essere forti. Moro lo sa. Ha contribuito a costituirla quella Repubblica, nel 1946, e sa quanto essa sia preziosa.

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NON TUTTI D’ACCORDO. La mossa del segretario della Dc però non è condivisa da tutti. L’Italia, si sa, è uscita dalla seconda guerra mondiale con uno status molto diverso rispetto a quando in essa era entrata. Siamo un Paese satellite, i cui rapporti economici e politici sono legati a doppio filo con quelli degli Stati Uniti. Nel nostro Paese c’è addirittura un programma di resistenza antisovietica chiamato “Gladio”, formato da personalità comuni e specializzate che hanno il compito di resistere militarmente a una possibile rivoluzione comunista. Dall’altro lato della barricata poi c’è l’Urss, che non stringe con noi lo stesso rapporto degli Usa, ma che non può permettersi di vedere disallineare da Mosca un altro partito comunista. E questo sta accadendo, perché in Italia il Pc per aderire al progetto di governo sta violando le direttive russe, e Breznev non vuole perdere la propria testa di ponte sul Mediterraneo. Così i grandi avversari si ritrovano per una volta alleati. Tutti contro un’unica persona. Tutti contro quell’Aldo Moro che per favorire gli interessi italiani ha leso quelli delle potenze che si spartiscono il mondo. È inaccettabile.

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LE SUPPOSIZIONI. Da qui nasce una letteratura sterminata fatta di teorie con più o meno prove e credito, ma nessuna mai definitivamente e realmente dimostrata. Le responsabilità sono state più volte attribuite quando alla Cia quando al Kgb, quando agli americani quando ai russi. Per non parlare dei potentissimi e ambigui servizi segreti italiani, che hanno sponsorizzato più di un colpo di Stato all’istituzione democratica e che in quegli anni dominano un sottobosco fatto di affari loschi, criminalità e massoneria. Ma tra tante piste dubbie una sola verità è attestata: le enormi lacune delle autorità italiane. Moro poteva essere salvato, unica certezza in mezzo a un mare di supposizioni. È ormai accertato che la commissione speciale creata dal ministro degli interni Cossiga, composta tra l’altro da molti personaggi appartenenti alla loggia massonica P2 tra cui il gran maestro Licio Gelli inserito sotto falso nome, sia riuscita ad individuare il luogo in cui il segretario della Dc era tenuto ostaggio dalle Br. C’è poi il ruolo mai chiarito dell’esperto americano Pieczenik, il quale anni dopo dichiarerà senza peli sulla lingua che la classe politica aveva condannato a morte Moro, temendo addirittura l’apertura di una trattativa parallela da parte della famiglia che avrebbe rischiato di far liberare troppo presto il professore artefice del compromesso storico. Insomma, parlare di delitto di Stato non sembra affatto un’eresia. Lo stesso Pieczenik era convinto che la Destra volesse Moro morto, mentre le Brigate Rosse lo volessero vivo. Ma nel marasma di teorie e complotti rimane la sofferenza umana di una famiglia e di un uomo che non meritava questa fine.

55 GIORNI. Dall’agguato di via Fani del 16 marzo al ritrovamento di via Caetani del 9 maggio passano esattamente 55 giorni. In questo lasso di tempo l’onorevole Moro comunica con l’esterno e le Br fanno susseguire numerosi comunicati e richieste. Le lettere dello statista rimangono oggi a testimonianza della statura morale di un uomo che aveva realmente a cuore le necessità del proprio Paese. In una di queste avverte quelle personalità politiche che in vero hanno fatto poco per salvarlo, a non agire d’impulso, a non farsi trasportare dai sentimenti umani, quasi comprendendo la necessità di un suo sacrificio. Ovviamente il segretario della Dc era abile uomo politico. Si ipotizza che il compromesso storico altro non fosse che una tattica per indebolire i comunisti dando comunque un governo al Paese, ma il professor Moro sembrava proprio un professionista della politica nel quale si potesse riporre fiducia perché nel suo interesse perseguiva il bene della Repubblica. Quella stessa Repubblica che l’ha abbandonato a se stesso, sotto una coperta nel cofano di una Renault 4 rossa, parcheggiata significativamente a pochi passi da via del Gesù, sede della Dc, e da via delle Botteghe Oscure, sede del Pc. Crivellato di colpi e oltraggiato da chi invece lo Stato lo disprezzava. L’Italia andrà avanti, oltre il compromesso storico e oltre Moro, sempre con le sue ambiguità e sempre coi suoi punti oscuri. Le stragi continueranno, i governi si succederanno, e le personalità più oscure rimarranno lì, al loro posto, a tessere le fila di una Repubblica che se oggi è meno fragile lo deve a quei 55 giorni che hanno cambiato la nostra storia. Lo deve all’onorevole Aldo Moro.

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