Italia

Lettere dalla prigionia: l’umanità e l’amarezza di Aldo Moro

L'ampia e variegata produzione epistolare dello statista italiano durante i 55 giorni della sua prigionia ci permette di gettare uno sguardo profondo sul carattere e sulla natura dell’uomo prima ancora che del politico

Cinquantacinque giorni hanno separato il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro in uno dei casi più tristemente noti che hanno caratterizzato la politica italiana degli anni ’60-’70. Uno degli aspetti più interessanti del caso è rappresentato dalle innumerevoli lettere scritte dal presidente della Democrazia Cristiana ed indirizzate ai più svariati interlocutori, dai familiari ai politici del tempo. Dall’inchiostro intriso di sentimenti e paure, traspare un personaggio affettuosamente legato alla famiglia e rammaricato per essere stato abbandonato, in primis, dal partito a cui aveva dedicato gran parte della sua vita.

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LETTERE E INTERPRETAZIONI. Negli anni si è messa in dubbio addirittura l’autenticità delle missive scritte da Moro. Tanto che l’allora ministro degli interni Cossiga dispose una perizia calligrafica tra gli scritti del presidente Dc antecedenti al sequestro e quelli posteriori ad esso. Le perizie confermarono inequivocabilmente la paternità delle lettere e le lievi discrasie furono attribuite alle circostanze della prigionia. Queste imposero allo statista uno stile più chiaro e leggibile rispetto a quello agile e stiracchiato che era solito utilizzare e che faceva chiaramente trasparire una sveltezza di mente e d’azione. Quanto al ruolo delle missive, anche questo è stato oggetto di dibattito. Più parti sostengono infatti che molte di esse furono “pilotate” dalle Brigate Rosse per scaricare su Moro e sulle istituzioni la responsabilità rispetto alle richieste di scambio di prigionieri a cui il presidente Dc faceva chiaramente riferimento in alcune epistole. A questo proposito è utile ricordare che le prime tre lettere filtrate dalla prigionia furono recapitate ben tredici giorni dopo il rapimento, un tempo congruo per l’elaborazione di una strategia politico-comunicativa articolata e raffinata. Fin da subito i terroristi attuarono una serie di espedienti, dalla differenziazione dei recapiti (non tutte le lettere vennero consegnate alla stampa) che permise di selezionare quanto dovesse essere reso pubblico e quanto invece dovesse restare segreto, alle pressioni di natura spionistica che è possibile rilevare in alcune righe dove Moro scriveva: «Posso essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa in determinate situazioni». Una strategia multidimensionale, dunque, avente come uno degli scopi principali quello di scaricare su Moro e sui suoi interlocutori politici la responsabilità della trattativa per il rilascio dell’ostaggio in cui lo statista Dc sperava di coinvolgere anche la Santa Sede. Ci sono dei dubbi, inoltre, sul numero totale delle lettere scritte da Moro, per alcuni 97, per altri 98, per altri ancora 86. Di sicuro esse furono ritrovate in due distinti momenti ed a distanza di 12 anni mentre è noto che i corrieri furono i brigatisti Adriana Faranda, Valerio Morucci e Bruno Seghetti.

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LA FAMIGLIA PERDUTA E L’INGRATITUDINE DEL PARTITO. I contenuti delle lettere scritte da Aldo Moro durante la sua prigionia vertono molto sul suo rapporto con la famiglia. Un legame permeato dal candore e dall’amore paterno per i figli tanto da rammaricarsi per non aver potuto passare insieme a loro la Pasqua per la prima volta dopo 33 anni. È proprio la mancanza della dimensione quotidiana a scavare un solco doloroso nel cuore del politico democristiano. Significativo a tal proposito è il passaggio che recita: «Ma quando si rompe così il ritmo delle cose, esse, nella loro semplicità, risplendono come oro nel mondo». Moro dimostra di avere un pensiero per tutti nonostante la tragicità dei momenti che si trova a vivere. Dagli studenti dell’ateneo romano che è stato costretto a lasciare alla «chiesetta di Montemarciano ed il semplice ricevimento con gli amici contadini». Con l’avanzare della prigionia e l’evidenza sempre più chiara che il suo rapimento avrebbe avuto per lui l’esito che tutti oggi conosciamo, Moro dimostra nelle sue lettere un risentimento sempre crescente nei confronti del suo partito, reo di averlo abbandonato lasciando che fosse lui a pagare per tutti. «Non posso non sottolineare la cattiveria di tutti i democristiani che mi hanno voluto nolente a una carica che doveva essermi salvata accettando anche lo scambio di prigionieri. Nessuno si è pentito di avermi spinto a questo passo che io chiaramente non volevo? E Zaccagnini? Come può rimanere tranquillo al suo posto? E Cossiga che non ha saputo immaginare nessuna difesa? Il mio sangue ricadrà su di loro». E ancora nell’ultima lettera prima di essere giustiziato scriveva: «Vorrei restasse ben chiara la piena responsabilità della Dc con il suo assurdo ed incredibile comportamento». La vicenda di Aldo Moro, con i tanti punti oscuri ancora non chiariti, impone ancora oggi, a mezzo secolo di distanza, una seria riflessione sulle conseguenze della radicalizzazione del confronto politico che in quelle circostanze storiche caratterizzò il terribile periodo che oggi definiamo “anni di piombo”.

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