Cultura

Eurovision 2018: vendette, censure e stranezze

La russa Julia Samoylova, sgradita l'anno scorso all'Ucraina, bocciata quest'anno. Israele canta in linea con #MeToo, la Francia porta il dramma degli immigrati. L'Italia si affida ai vincitori di Sanremo 2018, Ermal Meta e Fabrizio Moro, con il brano sull'allarme terrorismo. Bannata tv cinese

Si carica di contenuti sociali e politici l’edizione 2018 dell’Eurovision Song Contest. Uscita fuori dai confini dell’antica cortina di ferro, la manifestazione canora approda a Lisbona per bagnarsi nelle acque libere del Tago e liberarsi da ogni censura. L’Eurovision Song Contest, il programma tv non-sportivo più visto nel mondo, non si è svolto mai senza polemiche e i Paesi hanno spesso sfruttato questa vetrina per lanciare messaggi politici. Nel 2009, ad esempio, la Georgia ritirò la sua rappresentante: avrebbe dovuto cantare il brano “We Do Wanna Put In”, chiaramente indirizzato allo zar russo dopo la guerra in Ossezia del Sud. Nel 2016 vinse la canzone ucraina “Jamala’s 1944”, commento diretto sull’invasione della Crimea da parte della Russia («Pensi di essere un dio, ma tutti muoiono»).

IL CASO SAMOYLOVA. Quest’anno a Lisbona c’era Julia Samoylova, la voce dell’Eurovisione russa un anno fa al centro di una crisi diplomatica. Samoylova doveva competere a Kiev, ma un paio di mesi prima le fu vietato di entrare in Ucraina perché aveva cantato nella Crimea occupata dai soldati di Mosca. Non appena venne annunciato il divieto, la cantante si trovò nel bel mezzo del conflitto Russia-Ucraina, con politici di entrambi i Paesi che usavano il suo nome come una granata (fu definita «una bomba viva nella guerra ibrida di propaganda»). La European Broadcasting Union, che organizza l’Eurovision, non era felice. «Siamo sempre più frustrati, anzi arrabbiati, perché la competizione di quest’anno è utilizzata come strumento nel confronto in corso», scrisse in una lettera al primo ministro ucraino. «All’inizio non riuscivo a capire», racconta oggi Samoylova. «Non riuscivo a capire quali peccati avessi commesso. Pensavo che avrebbero parlato per un po’ e poi mi avrebbero presto dimenticato, e sarei stata così in competizione. Fino all’ultimo momento ero seduta sulle valigie, come diciamo, sperando di poter andare». Invece, la Russia alla fine si ritirò dalla competizione e per Samoylova il sogno sfumò. Mosca ha atteso un anno per rilanciare la sfida e riproporre la cantante ritirata nel 2017, pur sapendo che avrebbe potuto trovare una accoglienza ostile (anche se il pubblico dimenticasse l’Ucraina, potrebbe punirla per protesta contro la politica anti-democratica del Cremlino). E così, infatti, è avvenuto: Julia Samoylova è stata bocciata in semifinale, mentre è andato in finale il cantante ucraino. Uno schiaffo allo zar Putin. Neanche la triste storia di Julia ha impietosito le giurie: da bambina le fu diagnosticata una rara malattia neuromuscolare e da allora utilizza una sedia a rotelle.

MUSICA E POLITICA. Alla Russia non viene perdonato di far un uso politico della musica. Nel 2016, organizzò un concerto classico a Palmyra, in Siria, dopo che le rovine erano state liberate dall’Isis. Tra i protagonisti c’era il violoncellista Sergei Roldugin, uno dei migliori amici di Vladimir Putin e un uomo che era appena apparso nei Panama Papers come il beneficiario di milioni di versamenti offshore. L’anno scorso, la cantante Alisa Vox ha registrato “Baby Boy”, una canzone pop a sostegno del Cremlino che aveva preso di mira i manifestanti anti-governativi (il testo recita: «Vuoi cambiare, bambino, cambia tu, dolcezza»). Sott’accusa anche la canzone con cui Samoylova era in gara: “I Will Not Break”. Alcuni la interpretano come un’altra frecciata diretta contro l’Ucraina. Ma Samoylova dice che l’ha scelta semplicemente perché rispecchia la «musica che ascolto» e perché «mi si adatta molto bene». «È una canzone che parla a ogni persona», spiega. «Qualunque cosa stia succedendo, se decidi di non farti abbattere, non ti spezzerai». Niente da fare, Julia paga la sua fedeltà al regime di Putin.

PUNITA LA CINESE MANGO TV. A essere raggiunta dagli strali dell’organizzazione dell’Eurovision anche l’emittente cinese Mango Tv, alla quale è stato vietato di trasmettere la semifinale di giovedì e la finale. L’interruzione del rapporto è dovuta al fatto che nella trasmissione in differita della prima semifinale avvenuta il 9 maggio, Mango TV ha tagliato due esibizioni, quella dell’Albania e quella dell’Irlanda. L’irlandese Ryan O’Shaughnessy è stato censurato per via del ballo gay-friendly durante la performance. Secondo le linee guida cinesi, infatti, non sono ammesse “relazioni sessuali anormali e comportamenti come incesto, relazioni omosessuali, perversioni sessuali, violenza, aggressioni ed abusi sessuali”. Il rocker albanese Eugent Bushpepa paga invece la presenza di tatuaggi, in quanto la legge cinese “richiede che i programmi non includano attori con tatuaggi, cultura hip-hop, sotto-cultura (cultura non-mainstream) e cultura decadente”.

TERRORISMO, MIGRANTI E #METOO. Certamente nella censura di Pechino sarebbe incappato anche il super-tatuato Fabrizio Moro. In coppia con Ermal Meta, rappresenta l’Italia all’Eurovision con la canzone “Non mi avete fatto niente”, la stessa con la quale hanno vinto Sanremo 2018, conquistando così il pass per essere oggi qui a Lisbona. Paradossale che a portare a Lisbona il dramma dei rifugiati sia la rappresentante della Francia, Paese che alza i muri alla frontiera con l’Italia. Madame Monsieur in “Mercy” parla di una ragazza, Mercy appunto, nata su una barca dei rifugiati. Mentre la geisha israeliana Netta, con il suo coro «io non sono il tuo giocattolo, stupido ragazzo», vuole accendere i riflettori sul movimento femminile #MeToo.

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PERSONAGGI BIZZARRI. È indubbio che, come in ogni edizione, la manifestazione spicca per presenze strambe, curiose, trash, bizzarre, kitsch: dall’estone che canta arie liriche in italiano ai vichinghi danesi, e poi il country-rocker olandese, il Will Smith austriaco, la cipriota-brasileira, le maltesi di San Marino, i metallari austro-ungarici, il Marilyn Manson ucraino. Ma, soprattutto, molti cloni di star del pop internazionale: Beyoncé, Rihanna, Lady Gaga, Alicia Keys le più imitate tra le donne, Ed Sheeran ispira i maschietti, come nei casi del tedesco Michael Schulte e dell’irlandese Ryan O’Shaughnessy. Questi ultimi due, insieme con Mikolas Josef (“Lie to Me”) – il Justin Timberlake della Repubblica ceca -, sono tra i favoriti per la vittoria. Da non sottovalutare la cafona slovena Lea Sirk e l’eleganza della portoghese Cláudia Pascoal.

Stasera, sabato 12 maggio, su Rai1 la diretta tv della finale
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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.

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