Sport

«Call me legend»: Sir Alex Ferguson, l’uomo che non conosce sconfitta

Da allenatore ha vinto tutto ciò che si poteva vincere. Oggi gioca una partita più complicata per la sua salute, ma la forgia dell’uomo venuto dalla Scozia per conquistare l’Inghilterra sembra indistruttibile. La storia di un fuoriclasse della panchina

Chissà cosa avrà pensato la proprietà del St. Mirren quando Alex Ferguson, che diventerà addirittura Sir, ha preso le redini del Manchester United. Eh sì, perché la dirigenza del club scozzese ha pensato bene di esonerare quel Ferguson che aveva portato la squadra dalla seconda alla massima serie delle Highlands nel ‘77, nonostante avesse conseguito una salvezza tranquilla nella stagione successiva. Eppure siamo abbastanza certi che quando Sir Alex si è vista recapitare la lettera di licenziamento non abbia fatto una piega. È un uomo abituato a fallire e a ripartire. Solo che, dopo quell’esonero, non ha più smesso di vincere.

FALLIRE E RIPARTIRE. Alexander Chapman Ferguson nasce a Glasgow l’ultimo dell’anno del 1941. Suo padre, Alexander Sr., è un manovale dei cantieri navali con un discreto passato da calciatore nella massima serie nordirlandese, mentre la madre, Elizabeth, è una casalinga timorata di Dio. Ferguson Sr. è protestante mentre sua moglie è cattolica, aspetto da non sottovalutare a Glasgow, ma siccome l’ex calciatore del Glentoran non ha troppo a cuore la religione, il piccolo Alex viene educato alla fede di Roma. La sua infanzia però è mediocre e avara di soddisfazioni. Viene infatti bocciato sia alle elementari che alla high school, rendendosi così conto molto presto di non essere portato per la vita accademica. Comincia così un apprendistato in fabbrica ma, parallelamente, scopre il football. Come detto il calcio è insito nel dna della famiglia Ferguson e così Alex Jr., seguendo le orme del padre, inizia a giocare. Ha un discreto talento, e in questo modo si può permettere di affiancare all’apprendistato di 6 anni gli allenamenti. Oltretutto in fabbrica ricomincia a studiare e si diploma a 23 anni. Ma come detto lo studio non fa per lui, così al termine dell’esperienza inizia a seguire dei corsi per tecnici di calcio. Una scelta abbastanza saggia vista a posteriori. C’è però ancora tempo prima di iniziare ad allenare, e così Alex si fa pian piano spazio tra i migliori giocatori scozzesi. Di ruolo è attaccante e ha un ottimo fiuto del gol. Certo, non avrà la classe di Bobby Charlton o l’estro di George Best, ma la butta dentro, e nel 1966, con la maglie del Dumferline, realizza 31 gol in campionato, quanti bastano per diventare capocannoniere della massima serie scozzese. Contando le reti realizzate in coppa di Lega, quell’anno Ferguson totalizza 45 gol in 51 partite. Numeri alla Cristiano Ronaldo 40 anni prima che l’asso portoghese venga alla ribalta del calcio che conta. Già, Cristiano Ronaldo. Uno che a Ferguson deve qualcosa…

UN CATTOLICO TRA I PROTESTANTI. Ferguson si afferma dopo la stagione da 45 gol come uno degli attaccanti più interessanti del panorama scozzese. Cominciano ad arrivare così offerte importanti e, tra le società interessate, quella che dimostra intenzioni più serie ha sede nella sua città natale: sono i Rangers di Glasgow. C’è tuttavia un problema per Alex, e non è un qualcosa che riguardi la sua integrità fisica o l’ingaggio. Ferguson è cattolico. E quindi? Bene, mettetevi comodi perché qui entra in gioco una rivalità che da 120 anni divide una città. A Glasgow ci sono due squadre che monopolizzano il calcio scozzese fin dagli albori e sono i Rangers, appunto, e il Celtic. Le due compagini si sono spartite 103 dei 121 titoli di campione di Scozia, e una delle due vince il campionato ormai dal 1985. Ma oltre alla rivalità sportiva data dalla strapotenza nazionale, c’è un motivo più profondo che divide la Glasgow Gers da quella Celts, ed è la religione. I Rangers sono protestanti mentre il Celtic è cattolico. E per non farci mancare niente ci mettiamo anche la politica, coi primi fedeli alla regina e i secondi in linea con l’indipendente Repubblica d’Irlanda. Così, ogni volta che si disputa l’Old Firm Derby, nelle due curve si possono vedere esposte da un lato le Union Jacks inglesi e dall’altro le bandiere irlandesi. Insomma, più che una rivalità calcistica. Tanto è profonda la spaccatura tra le società che difficilmente, perlomeno in passato, un giocatore di religione opposta a quella di squadra veniva ingaggiato. Ma Ferguson è un uomo che non ha paura di nulla, così fa le valige e approda ad Ibrox, tempio leggendario della Glasgow unionista. In maglia light blue gioca solo 41 partite in 2 stagioni, ma in queste mette a segno 25 gol, mantenendo una media da bomber. Nel ’69 passa al Falkirk, dove colleziona 36 reti in 95 presenze e dove si accasa per 4 stagioni, prima dell’ultima avventura all’Ayr United nel 1973/74. Finisce così la carriera di un ottimo giocatore. Comincia quella di un allenatore fuoriclasse.

LEGGI ANCHE: Roma-Juventus 0-0: la Vecchia Signora nella leggenda, settimo scudetto di fila

SULLA PANCHINA. Vi ricordate del corso da tecnico di calcio che Alex Ferguson aveva seguito negli anni giovanili? Bene, non si dica che non è una persona lungimirante. Appesi gli scarpini al chiodo, mister Ferguson si rende presto conto che una vita lontano dal campo da gioco è per lui pura utopia. Poco dopo aver giocato la sua ultima partita, prende le redini di una squadra semi sconosciuta in Scozia, l’East Stringshire. Ma l’avventura nella periferia scozzese dura poco. Lo stesso anno viene ingaggiato dal St. Mirren, club della seconda serie con sede a Paisley. Qui Ferguson comincia a dare saggio delle sue capacità: dopo dei buoni campionati nel 1977 la squadra riesce ad ottenere una importante promozione in prima serie, dopo 6 anni. L’anno dopo, se possibile, i Saints fanno ancora meglio, classificandosi ottavi in premier league e raggiungendo una comoda salvezza. Ciò però non è inspiegabilmente abbastanza per la dirigenza, che decide di esonerare Ferguson. Un duro colpo per Alex. Di certo non era più abituato a fallire, ed essere cacciati dopo aver fatto bene deve fare sicuramente male. Ma un uomo come lui non può pensare di non ripartire. Arriva l’offerta dell’Aberdeen, e quello che era un buon allenatore si evolve in un manager vincente. Nella stagione 1979/80, la seconda alla guida dei Dons, conquista uno storico titolo di campione di Scozia, come non accadeva alla società da 25 anni, superando di appena un punto la corazzata Celtic. Ma non finisce qui. Sotto la sua gestione l’Aberdeen vince altri due campionati, quattro coppe di Scozia, di cui tre consecutive e, soprattutto, due titoli europei. Il primo arriva nel 1983, vincendo la Coppa delle Coppe in finale contro niente di meno che il Real Madrid, e il secondo arriva l’estate seguente, quando i Dons battono in finale di Supercoppa Uefa i campioni d’Europa in carica dell’Amburgo, che mentre l’Aberdeen batteva i Blancos si sbarazzavano della Juve di Platini. Insomma, un ciclo straordinario con una squadra tutt’altro che blasonata. Basta un dato: dopo l’ultimo titolo scozzese vinto da Ferguson con l’Aberdeen, il campionato delle Higlhlands avrà solamente due padroni, i Rangers e il Celtic. Un trampolino di lancio verso la leggenda.

LEGGI ANCHE: Stadi di proprietà: Italia contro il resto d’Europa

AL MANCHESTER UNITED. Quando si vince tanto però è giusto andar via. Così, dopo un ciclo di straordinari successi, al termine della stagione 1985/86 Ferguson, dopo aver nel frattempo allenato anche la nazionale scozzese nel mondiale messicano, lascia la panchina dell’Aberdeen. È in arrivo per lui una proposta molto interessante da Sud, un po’ più vicino alla Regina ma non troppo distante da casa. È il Manchester United che lo cerca, in quegli anni nobile decaduta del football d’oltremanica. Inizia un’epopea. Alla guida dei Red Devils i successi non sono immediati. La squadra fatica anche un po’ a dire il vero, ma la proprietà non si sente di cacciarlo. Probabilmente non lo fa perché nutra poi una particolare stima per il manager scozzese, ma perché sono anni bui e cambiare non sembra la soluzione migliore. Meglio aspettare. Ed ecco che si realizza il miracolo. Vi ricordate il St. Mirren? Bene, i Saints avevano esonerato Ferguson dopo una promozione e una salvezza. Lo United invece lo mantiene sulla propria panchina nonostante nelle prime stagioni arrivino pochi risultati e, addirittura, due undicesimi e un tredicesimo posto. Ma proprio nell’anno del peggior piazzamento arriva la svolta. La Manchester rossa può consolarsi della brutta posizione in classifica festeggiando la vittoria della FA Cup, il trofeo calcistico più antico del mondo. I tifosi possono così almeno pensare che il peggio stia pian piano passando. Non sanno che quello è solamente il primo di 38 trofei portati da quell’allenatore venuto dalla Scozia nella bacheca dei Red Devils. Lo United sotto Ferguson comincia a crescere dunque sempre di più, e a partire dagli anni ’90 inizia un ciclo di vittorie inarrestabili che travalica i confini britannici. Sotto la guida del mister di Glasgow vedono infatti la luce campioni generazionali come Giggs, Scholes, Schmeichael, Butt, Solskjaer, Cole, York, Beckham, Keane, Neville e tanti altri, quasi tutti venuti fuori dal settore giovanile e portati in prima squadra a conquistare l’Europa e il mondo. Il primo titolo continentale era già stato conquistato nel ’91, con la Coppa delle Coppe, cui aveva seguito nello stesso anno il trionfo in Supercoppa Uefa. Ma l’obiettivo ultimo era la conquista della Champions League. L’anno buono sembra essere il 1998/99. Lo United, guidato in campo da questi straordinari giocatori, arriva alla finale di Barcellona. Al Camp Nou c’è il Bayern Monaco guidato da un Lothar Matthaus al tramonto ma ancora combattivo ad attendere i Red Devils. E i bavaresi non tradiscono. Vanno a segno con Jancker, poi anche attaccante dell’Udinese, e tengono il risultato fino a quasi la fine. Quasi appunto. In quello che ancora oggi è definito un miracolo sportivo, nel giro di due minuti a ridosso del novantesimo lo United riesce prima a pareggiare con Sheringham e poi a vincere con Solskjaer. Delirio rosso al Camp Nou, e consacrazione definitiva per Ferguson.

LEGGI ANCHE: Perché ci manca tanto Bill Shankly la leggenda del Liverpool

UN BEL CARATTERINO. Dopo questo successo Ferguson diventa Sir. I suoi giocatori lo rispettano e lo seguono ciecamente anche grazie al suo caratterino niente male. La leggenda vuole che una volta colpì lo Spice Boy David Beckham in pieno volto lanciandogli uno scarpino in un accesso d’ira spaccandogli il sopracciglio. Ma le doti umane di Sir Alex non si discutono. Seppe consigliare saggiamente un giovane ragazzo portoghese, dicendogli che suo padre era più importante del pallone. Quel ragazzo oggi è un uomo, ha vinto quattro palloni d’oro, svariati trofei e ha segnato un numero imprecisato di gol. Quel ragazzo è Cristiano Ronaldo. Sta anche qui la ragione del successo di mister Ferguson, nella capacità di scoprire e plasmare giovani talenti. Pochi sono gli errori commessi dall’allenatore scozzese, come ad esempio con Pogba. Per il resto se lo United è diventato uno tra i club più vincenti del mondo lo deve esclusivamente a lui e al suo immarcescibile intuito. Il coronamento del ciclo Ferguson arriva nel 2008, quando i Red Devils vincono la seconda Champions League della sua gestione, battendo il Chelsea ai rigori. Da lì in poi arriveranno altri titoli nazionali e il trionfo nel Mondiale per club. Fino al normale momento dell’addio, arrivato nel 2013 dopo 810 panchine in Premier League, 13 titoli nazionali, 5 FA Cup, 4 coppe di Lega, 10 Community Shield, 2 Champions League, una Coppa Intercontinentale e un Mondiale per club, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa Uefa. Dopo il ritiro Sir Alex ha continuato a insegnare calcio con la sua competenza e la sua passione. Ultimamente la salute non l’ha assistito, e un’emorragia cerebrale ha rischiato di portarcelo via. Ma per un uomo che dopo aver conosciuto il fallimento non l’ha mai più incontrato, neanche la malattia può fare paura, tanto che appena risvegliato dal coma ha chiesto di poter andare a vedere la finale di Champions a Kiev. Perché Sir Alex Ferguson non è un uomo. È una leggenda.

Tags

Related Articles

Close