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Ambasciata Usa a Gerusalemme, sale a 63 il bilancio delle vittime palestinesi

Benedetta nel sangue la nascita del nuovo presidio diplomatico americano nella città eterna. Una dimostrazione di forza del presidente Usa, nonostante le condanne della comunità internazionale, che riaccende la polveriera mediorientale

Nella giornata della Naqba, la “catastrofe”, come i palestinesi definiscono l’esodo dei 750 mila profughi nel 1948, nella Striscia si sono celebrati i funerali delle 63 vittime dell’inaugurazione ufficiale dell’ambasciata Usa a Gerusalemme. L’America vuole mostrare ancora una volta i muscoli in politica estera ma nel farlo non ha avuto remore ad allargare quell’abisso di odio e sangue chiamato “questione palestinese”. Quanto accaduto non riguarda soltanto l’apertura di una nuova sede diplomatica, l’apertura dell’ambasciata Usa a Gerusalemme sottintende un significato politico chiaro e pregnante. L’amministrazione Trump intende riconoscere Gerusalemme nella sua interezza, e non Tel Aviv, come capitale dello Stato d’Israele, dando attuazione ad una legge licenziata dal congresso nel lontano 1995.

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L’AMBASCIATA DELLA DISCORDIA. Piroette e giravolte del magnate statunitense, così tronfio nel rivendicare la possibile storica pace fra le due Coree (collegamento), salvo poi autorizzare esercitazioni militari congiunte con le forze armate di Seul che minacciano di distruggere tutti gli sforzi diplomatici compiuti, quanto aggressivo e guerrafondaio nell’entrare a gamba tesa nei rapporti israelo-palestinesi. Tutto ciò mentre si consuma un massacro ai confini d’Israele dove i soldati israeliani continuano a sparare contro una folla di manifestanti armati soltanto di sassi. Prevedibile il risultato, 63 morti, 8 dei quali minorenni, 2.700 feriti, molti gravissimi. La dottrina dei “due popoli, due stati” sembra interessare a sempre meno interlocutori internazionali con il quadro Mediorientale che potrebbe diventare un nuovo terreno di scontro geo-politico tra grandi potenze, consumato come sempre sulla pelle delle popolazioni interessate. Appare chiaro, infatti, come l’interesse di Trump sia rinsaldare le alleanze strategiche in una regione dove l’egemonia americana è sempre più messa in discussione dall’ascesa russa, che sta tenendo duro in Siria, dalla testardaggine dell’Iran e da un Iraq sempre meno filoamericano. Un interesse portato avanti in totale dispregio del diritto internazionale e delle ripetute risoluzioni dell’Onu, l’ultima votata da ben 128 Paesi, tutte contrarie al disegno americano sul conflitto israelo-palestinese.

LE REAZIONI. La mossa del duo Stati Uniti – Israele ha destato un fuoco unanime di bordate che stigmatizzano una scelta che rischia di gettare quintali di benzina sul fuoco di un conflitto mai sopito. I più aggressivi sembrano chiaramente i Paesi Arabi che da decenni sostengono la causa palestinese. In un tweet il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif, lancia un’accusa durissima: «Il regime israeliano massacra innumerevoli palestinesi a sangue freddo durante una protesta nella più grande prigione a cielo aperto. Nel frattempo, Trump celebra il trasferimento illegale dell’ambasciata Usa ed i suoi collaboratori arabi cercano di distogliere l’attenzione».

La Lega Araba tramite il suo segretario generale aggiunto con delega per la questione palestinese e i territori occupati, Said Abou Ali, ha fatto appello «a un intervento internazionale urgente per fermare l’orribile massacro perpetrato dalle forze di occupazione israeliane contro i palestinesi, in particolare nella Striscia di Gaza». Presa di distanza anche da parte dell’Ue che con l’Alto Rappresentante Federica Mogherini auspica che «tutti agiscano con la massima moderazione per evitare ulteriori perdite di vite». Non si fa attendere nemmeno la dura presa di posizione del presidente turco Erdogan che afferma: «Non permetteremo che oggi sia il giorno in cui il mondo musulmano ha perso Gerusalemme. Continueremo a restare con determinazione a fianco del popolo palestinese». Sulla stessa falsariga anche il Cremlino con il ministro degli Esteri, Serghei Lavrov, che rende noto il «parere negativo per quanto riguarda poi il trasferimento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme». A puntare il dito contro l’America è anche la galassia delle Ong con in testa Amnesty International che ha twittato: «Stiamo assistendo ad un’orrenda violazione delle leggi internazionali e dei diritti umani a Gaza. Tutto ciò deve finire immediatamente». Nello sparuto coro dei Paesi favorevoli alla nascita della nuova ambasciata troviamo invece Stati come il Guatemala, l’Honduras, le Isole Marshall, la Micronesia, Nauru, Palau, Togo e alcune nazioni europee come Repubblica Ceca, Romania, Austria e Ungheria. Particolarmente grave la presenza di quattro paesi membri dell’Ue poiché sconfessa la linea diplomatica che la stessa Unione aveva adottato con una risoluzione del Parlamento europeo del 2014. Risoluzione che aveva l’intento di superare il conflitto israelo-palestinese attraverso una soluzione che preveda due Stati delimitati dai confini del 1967 e che riconosca Gerusalemme capitale di Israele e Palestina.

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