Cultura

L’anacronismo della Corrida e il trionfo della mediocrità in Tv

È terminata l’edizione Rai della Corrida. Tra canti stonati e fuori tempo, rumore di piatti e pentole e un Carlo Conti onnipresente, è davvero questa la televisione d’intrattenimento di cui abbiamo bisogno?

In principio fu Corrado. Il conduttore romano ha ideato e condotto tra radio e Tv “La Corrida”, programma che dà la possibilità all’uomo comune di ottenere la ribalta dei mass media per dimostrare il suo talento. O la mancanza di questo. Un’idea simpatica che ha ottenuto successo anche per il folklore con cui le esibizioni venivano affrontate, col pubblico che rispondeva alle varie performance, non lesinando ai più bravi applausi e ai meno bravi un trambusto infernale fatto di uno sbatacchiare di coperchi di pentole e campanacci per vacche. Tutto bellissimo, tutto innovativo per i tempi. Ma probabilmente neanche Corrado si aspettava che ci avrebbero fatto sorbire la sua creatura per così tanto tempo. E, peggio ancora, le creaturine nate da essa.

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UN EVERGREEN. “La Corrida” è andata in onda in Tv per ben 25 stagioni, dal 1986 al 2011, approdata al tubo catodico, sponda Mediaset, dopo una decina di edizioni radiofoniche a cura Rai. Fino al ’97 ci ha pensato papà Corrado a condurre la sua creatura, poi è stato il turno di un altro maxi ciclo affidato all’ammiraglio Gerry Scotti, ma il prodotto cominciava a deteriorarsi, con punte di share via via sempre più basse, prima dell’ultima stagione, 2011, con alla guida Flavio Insinna che coi suoi pacchi ad “Affari Tuoi” calamitava l’attenzione di tutta Italia nel preserale televisivo ma che con “La Corrida” non è riuscito nello stesso miracolo. Così, amaramente, il programma inventato da Corrado e suo fratello, Riccardo Mantoni, chiudeva tristemente i battenti. Il motivo? Beh, carino era carino, nulla da dire. Ma dopo 25 anni è anche normale che il pubblico si stufi di sentire mestoli sbattuti sulle pentolacce. Quando va bene. Quando va male tocca sorbirsi il disagiato di turno che stona fuori tempo. Direte, finalmente ci siamo liberati di questo modo di intrattenere in Tv. Vi sbagliate di grosso, perché morto un Papa se ne fa un altro. E allo stesso modo è accaduto nel tubo catodico. Con una differenza: non si è aspettata la scomparsa del pontefice, ma gli si sono affiancati dei giovani cardinali che ne hanno accelerato la dipartita.

I FIGLIASTRI. Eh si, perché per un toro finalmente matato che poneva fine a un’infinita corrida, nascevano al tempo stesso tanti piccoli torelli meno trash e caciaroni, ma pur sempre con lo stesso dna. Il miracolo della vita, che comincia dove finisce quella altrui. Mentre la creazione di Corrado andava perdendo charm, seguito e soldi, negli Stati Uniti Simon Fuller, manager delle Spice Girls, creava la competizione canora “American Idol”, primo esempio di show dei talenti televisivo nel globo terracqueo. Il format riprende le vecchie sagre di paese dove i ragazzi si esibiscono per dimostrare il loro talento di fronte a una giuria che dà dei voti, solo che a differenza della festa del maccherone di Casalpusterlengo, a decretare il vincitore non sono il sindaco o la perpetua del prete, ma star di livello internazionale. Una rivoluzione straordinaria (e proficua in termini di guadagni) che in Inghilterra aveva trovato l’incondizionato appoggio del Corrado britannico, Simon Cowell, personaggio televisivo e produttore discografico di Londra. Nel 2004 aveva avuto un’idea seguendo l’onda lunga del successo avuto dagli yankee oltreoceano: il talent show. Ora, la differenza tra quest’ultimo e il pari grado nostrano è assolutamente trascurabile, ma il nome inglese è sempre più figo. Anzi, più cool. Così il buon Cowell, appoggiato dalla sua stessa casa di produzione, dà vita a un nuovo e sensazionale prodotto televisivo, destinato a conquistare prima l’Inghilterra, poi l’Europa e, infine, il mondo: “The X-Factor”. La novità rispetto ai cugini americani sta nel ruolo dei giudici, che non solo giudicano gli artisti, o presunti tali, in competizione, ma che addirittura competono tra di loro, come fossero dei padroni di scuderia a cui il successo del proprio “cavallo” porta celebrità e prestigio. E il pubblico britannico ed europeo apprezza. Così Cowell riesce nell’impresa straordinaria di diffondere il fattore “X” in giro per il mondo, con oltre 40 Paesi mettono in competizione i loro dilettanti cantautori e cantanti, tutti con un solo obiettivo: il successo. Potere della globalizzazione.

GLI ANTENATI ECCELLENTI. Senza sminuirne l’opera, né Fuller né Cowell avevano in realtà inventato nulla. Come detto, c’erano state, e sempre ci saranno, le sagre di paese; poi, con un pizzico di orgoglio italico, c’era stato Corrado e la sua “Corrida”. Ma più di tutti, a livello globale, c’erano stati i cuochi. Le gare di cucina in Tv hanno un padre mitologico, un dio creatore che aveva dato il via a quello che, oggi, è uno dei filoni più celebri della televisione mondiale: MasterChef. Sì perché il format che in Italia è stato reso celebre da Cracco, Barbieri e Bastianich – con la loro insopportabile arroganza che, eppure, trova sconfinati consensi, forse per la rivincita dell’eroe negativo nei tempi moderni – non è nato, come invece si penserebbe, negli ultimi anni, bensì nel 1990. In questo caso dobbiamo “ringraziare” gli inglesi, che portarono avanti la prima edizione fino al 2001. Poi l’oblio. Ma solo per poco, perché nel 2005, seguendo gli ottimi risultati ottenuti da “American Idol” e “X-Factor”, il format venne riformato e, anche in quel caso, è stato capace di diffondersi come neanche la peste era riuscita a fare nel ‘300. Un successo clamoroso quello dei cuochi dilettanti che ha dato vita ad un incredibile giro economico. E ha creato inoltre la figura dello chef superstar. Di cui forse avremmo fatto a meno. Così via a nuovi ed elettrizzanti programmi sulla falsariga di “MasterChef”, come “Hells Kitchen” ad esempio, dove ci sono più parolacce che piatti di portata. La cattiveria è ingrediente essenziale di questi show, che fanno sempre, non spesso, leva sui più infidi sentimenti umani, come l’invidia sconfinante nell’odio tra i partecipanti e l’arroganza e la spocchia dei giudici. Un potpourri di acido e veleno che permea ogni singolo piatto più di quanto non facciano sale e spezie.

FIGLI DELLA STESSA MEDIOCRITÀ. Il filo conduttore che lega la “Corrida” di Corrado a “MasterChef” con Gordon Ramsay è la mediocrità. La spettacolarizzazione dell’incapacità. Su Rai 1 come sulla Bbc, su Canale 5 come sulla Nbc, tutti i programmi citati non fanno altro che lucrare sulla mediocrità delle persone comuni. Né dalla “Corrida” né dagli altri format sono usciti troppi artisti o professionisti di rilievo. Tolto il dubbio, sempre vivo quando si guardano questi programmi, sulla regolarità della gara, è innegabile che negli anni le star create dai talent siano veramente poche. Qualcuno di voi si ricorda il nome del vincitore di “X-Factor” di 3 anni fa? E quello di “The Voice”? Ma non va meglio agli chef dilettanti che trionfano a “MasterChef”, visto che quello che ha avuto più successo oggi fa qualche comparsata alla “Prova del Cuoco” in veste, finalmente per lui, di giudice. Il problema di questi programmi televisivi e la loro inutilità dal punto di vista della promozione di nuove proposte musicali e non, sta nel fatto che, parole a parte, del talento non frega niente a nessuno. A produttori, giudici e conduttori non interessa sviluppare le qualità, che a volte ci sono, dei partecipanti, ma sfruttarle per un periodo di tempo ragionevolmente necessario a monetizzare il più possibile. Poi se l’artista/professionista è bravo continua da sé, altrimenti saluti e baci. Così, molto probabilmente, ci siamo fatti scappare alcuni talenti acerbi che se coltivati sarebbero potuti diventare estremamente interessanti. Tutto questo perché a “Got Talent” come a “The Voice” o alla rinnovata “Corrida” l’unico obiettivo è intrattenere, tanto meglio allora se la mediocrità del partecipante è un po’ meno mediocre.

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