Mondo

Il royal wedding e il trionfo della borghesia

Riviviamo passo passo il matrimonio da favola tra la "commoner" Meghan Markle e il principe Harry. Dall'abito da 115 mila euro indossato dalla sposa al pranzo nuziale al castello di Windsor

Ventidue anni fa Meghan Markle scattava una foto davanti ai cancelli di Buckingham Palace in compagnia di un’amica. Sabato scorso è convolata a nozze col principe Harry: in barba a tutta la migliore tradizione Disney! Ricorderemo a lungo l’immagine della donna che, con fierezza e un pizzico di superbia, entra nella storia. E lo fa – ad arte – da protagonista di una vera rivoluzione nella tradizione della monarchia britannica. Che i matrimoni dei Windsor siano sempre stati grandi eventi non è certo una novità. Testimonianza, nell’ultimo mezzo secolo, ne è stata la bellezza virginale della diciannovenne Diana, così come la favola moderna della “commoner” Kate Middleton, più di recente, nell’aprile del 2011. Oggi, ritualità e tradizione secolare giacciono a pezzi a pochi giorni da una cerimonia nuziale durata appena sessanta minuti ma che ha rappresentato un salto avanti di diversi secoli. Altro Royal Wedding, stavolta ancora più imborghesito. Meghan e Kate. Nessuna delle due di sangue blu, quasi coetanee, con la differenza che la prima ne può “vantar” molte di più: canadese, afroamericana, attrice, divorziata, circondata da familiari controversi (che infatti non hanno presenziato alle nozze eccezion fatta per la madre Doria Ragland, con tanto di piercing al naso). Insomma, un curriculum che, a prima vista, sembra fare invidia a quello di Wallis Simpson.

L’ABITO BIANCO E VIRGINALE. La sposa, con in testa la tiara di diamanti della regina Mary – moglie di Giorgio V e nonna di Elisabetta – che ingloba al centro un prezioso fermaglio del 1893, è raggiante, come se avesse vinto al Superenalotto un jackpot spudoratamente elevato. Cartier gli orecchini, poco appariscenti, e il bracciale rigido a cerchio tempestato di diamanti. Bello e semplicemente regale l’abito, bianco, bianchissimo e ‘virginale’, classico, scollatura a barca, in una seta morbida e corposa, senza alcun fronzolo. La stilista Clare Waight Keller è inglese ma si è optato con coraggio e modernità per una griffe storica dell’alta moda francese, la maison Givenchy, rievocando il glamour di una certa America che ha molto amato il marchio spesso indossato da Audrey Hepburn e Jackie Kennedy Onassis. Castigatissima e monastica mìse, caratterizzata dal lungo velo di tulle tutto ricamato a mano con i fiori di ciascuno dei 53 paesi del Commonwealth, quasi fosse un bouquet di stato, al quale la sposa ha chiesto di aggiungere ulteriori fiori: un calicanto d’inverno come quelli che crescono davanti al cottage di Kensington Palace e un papavero della California per non dimenticare le sue origini statunitensi. Costo: circa 115 mila euro. E noi muti. Noi povery.

L’ARRIVO IN CHIESA. Meghan arriva sola in chiesa perché, se è vero che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna, a volte dietro una grande donna non c’è nessuno. Il padre, forzatamente trattenuto dal pentimento di essersi prestato a un servizio concordato con i paparazzi e da un presunto infarto, ha dato forfait a pochi giorni dall’evento. E sfatando qualsivoglia pettegolezzo su apparizioni televisive e vecchi spot hot, la neo duchessa di Sussex ha sfoggiato l’atteggiamento di chi è arrivato dove si era prefissato, tra moine affettate e qualche accenno di emozione. Innamorata di certo, ma Harry lo è di più. Impeccabile, bellissima, disinvolta. Lo sguardo tradisce almeno l’umiltà di chi si rende conto di essere una miracolata. Look studiato, trucco leggero e imperfetto, con tanto di lentiggini sul viso. Se la cognata Kate è modello della nuova monarchia, tra vestiti cheap, da high street fashion, alla portata di tutti, Meghan ne segue la scia di semplicità e naturalezza. A essere restituita prontamente è l’immagine di un donna libera che attraversa la navata senza un uomo a scortarla, diritta verso l’altare, sotto lo sguardo vigile delle telecamere. È il principe Carlo, eterno erede al trono, a prenderla in consegna solo all’altezza del coro, per fare con lei gli ultimi passi. Nervoso e tirato, Harry attende al fianco del fratello William, il testimone, molto più rilassato, quasi divertito. Di buono, stavolta, c’è che nessuna Pippa ha oscurato la scena all’ingresso in Chiesa col proprio lato b.

LA CERIMONIA. E la correttezza istituzionale che, di solito, si addice all’occasione cede il passo a una cerimonia meticcia e multiculturale, coronata dalla foto finale sui gradini della chiesa, con la nera Doria a fianco del principe Carlo. Officianti bianchi, cori di bambini e suore di là. Reverendi di colore, cori gospel e Martin Luther King di qua. È la Black Panther che avanza, ma neanche la Regina sembra fare un plissé (ebbene sì, proprio lei che, nel 1955, pose il veto sul matrimonio della sorella Margareth con il capitano Peter Townsend, anche lui divorziato). In barba al protocollo, per gran parte della cerimonia, gli sposi si tenevano per mano. Singolare l’intervento del reverendo americano Michael Curry, capo della Chiesa episcopale Usa, scelto dalla sposa per pronunciare l’omelia: un infuocato sermone che non avrebbe sfigurato in una chiesa di Harlem. Con fare pacatamente sovversivo si è accalorato, agitato, quasi dimenato, citando gli schiavi africani e Martin Luther King. Le facce allibite degli invitati inglesi, molti dell’aristocrazia, erano tutto un programma: la cappella di Windsor, cuore della tradizione reale, mai aveva assistito a qualcosa del genere. E se Her Majesty faceva spallucce in un singulto, al suo fianco Filippo fissava attonito. Al coro gospel afroamericano che intonava “Stand by me” accennando passi di danza si alternavano musiche barocche e il tutto si è chiuso con tanto di congregazione che intonava “God Save the Queen”. La Regina Elisabetta è sopravvissuta a una guerra, alla morte di Diana, agli scandali di Sarah Ferguson, a Harry ubriaco, ma alla vista del prete con l’ipad presissimo a gesticolare e del coro gospel un po’ tutti i presenti hanno seriamente temuto per la sua incolumità.

IL CONTESTO. Se la location delle nozze di William e Kate era la centralissima abbazia di Westminster di Londra (capienza circa 2mila persone), Harry e Meghan hanno optato per la cappella di St. George a Windsor, a 45 minuti da Buckingham Palace, con “soli” 800 posti a sedere. E una platea sterminata di spettatori worldwide, in tv e sul web. Cerimonia privata, dicono. Ma con una torta che ha richiesto 200 limoni di Amalfi. Insomma, l’idea di “matrimonio sobrio” dei Windsor. E vorremmo tutti una St. George’s Chapel, in cui relegare dietro le colonne della navata centrale tutti gli ospiti di “secondo piano”: i duchi di Sussex sono solo quinti in linea di successione e pertanto non è stato necessario invitare altri reali e impomatati capi di stato. Ci si è accontentati di George Clooney, sir Elton John con occhiale rosato, David Beckham, Serena Williams e Oprah Winfrey. C’è persino Chelsy Davy, storica ex dello sposo… basta guardarla in faccia: rosicamento su tela. Splendidi gli addobbi floreali, con tralci ‘ricamati’ di peonie bianche e rose bianche in omaggio a Lady D. 32 milioni di sterline il costo del lieto evento, interamente a carico della famiglia reale. Il banchetto a buffet prevedeva scampi scozzesi in salmone affumicato con crema di limone, asparagi inglesi grigliati avvolti in prosciutto di Cumbria e agnello di Windsor, panna cotta ai piselli con uova di quaglia e verbena al limone.

ROYAL HIGNESSES. Il principe, nella sua uniforme, è innamoratissimo e commosso; le sussura “You are amazing” appena giunta all’altare. Quello emozionato è lui: il mondo alla rovescia. Barba un po’ troppo lunga, uniforme impeccabile, mamma sempre nel cuore, una linea di tristezza sul volto ma un sorriso smagliante durante la passeggiata al fianco del fratello al momento del loro arrivo. Sette anni dopo, le teste coronate del Regno Unito sono apparse decisamente più diradate. E no, non parliamo solo di William. Kate, invece, è una perfetta madre premurosa: arriva insieme ai figli, rimane sempre al loro fianco, senza mai rubare la scena: la regina d’eleganza ricicla lo stesso Alexander McQueen manica lunga, lunghezza midi, già indossato al battesimo di Charlotte e durante un viaggio in Belgio, per dimostrare chi è che comanda. Il cappello è Philip Treacy e le décolleté con tacco alto di Jimmy Choo. La vera protagonista è la piccola Charlotte, tre anni, bella, furba e annoiata, con quell’irresistibile disincantato da secondogenita femmina. È irrequieta, spontanea e dolcissima. Deliziosa con il proporzionato bouquet in mano e la coroncina di fiori in testa, tenera quando saluta i fotografi dalla macchina al suo arrivo e dopo la cerimonia la folla, irresistibile quando si sistema la scarpetta che la infastidisce o mentre ‘rimprovera’ i maschietti che non facevano bene il loro lavoro di paggetti. È evidente, lei è nata principessa ed è impossibile non adorarla. Più in ombra George, meno sprezzante di quanto lo dipinga il web ma pur sempre timidino, nascosto dietro al padre; sembra non amare particolarmente i riflettori.

I LOOK. Sua Maestà Elisabetta si presenta in un “sobrio” Angela Kelly in seta colore lime verde pastello. E la contaminazione con la borsetta viola è veramente troppo chic; senza dimenticare, ovviamente, un copricapo unico e custom made decorato con piume viola e pietre colorate. E se non imponi un dress code il rischio è che poi sia tutto un carnevale. E infatti, un’incontrollata miscellanea di colori. Dal fascinosissimo tight di David Beckham al nero dell’ex Spice Girls con broncio d’ordinanza (il gatto le sarà morto all’inizio degli anni ’90). Immancabili i cappelli e fascinator firmati Philip Treacy: da Camilla, duchessa di Cornovaglia con fenicottero piumato in testa, alla giovane Kitty Spencer con un nodo-scultura e abito verde Dolce&Gabbana. Ed è proprio lei a rubare la scena: 27 anni, nipote di Lady Diana, figlia del fratello Charles e della modella britannica Victoria Aitken. Bella, bellissima, con un master in economia e già protagonista della Milano Fashion Week e della campagna primavera/estate di D&G. Il modello giallo canarino con veletta e paillettes scelto da Amal Clooney è opera di Stephen Jones, come quello semplicissimo, bianco e abbinato al completo verde acqua di Oscar de la Renta, di Doria Ragland, mamma della sposa, mentre quello azzurro polvere con piume di Sophie, duchessa di Wessex, è di Jane Taylor. Anche Pryanka Chopra, in Vivienne Westwood, e la regina dei talk show Oprah Winfrey si sono affidate alla mano sicura di Philip Treacy: forse per non rischiare di commettere errori da neofite, in mezzo a tante altezze reali espertissime in materia. Come Eugenia e Beatrice di York, figlie del principe Andrea e di Sarah Ferguson, che hanno scelto, rispettivamente, un cappellino dalla foggia minimal e un headband blu navy.

IL PRANZO E LA FESTA. E dopo un “veloce” bacio nuziale, tra cavalli e carrozze, Jaguar elettrica, castelli e Rolls Royce, il pranzo nuziale è stato offerto dalla regina Elisabetta nella sala più ampia del castello di Windsor, la St George’s Hall, subito dopo il corteo con la carrozza Ascot Lindau trainata da quattro cavalli grigi (Milford Haven, Storm, Plymouth e Tyrone). Gli sposi avevano iniziato nel mese di marzo a provare ogni piatto. A curare le proposte di pesce, di carne e vegetariane, lo chef ufficiale della casa reale, Mark Flanagan coadiuvato da 25 cuochi. A onorare l’Italia il risotto, la mozzarella, la panna cotta oltre ai limoni di Amalfi – circa 200 – della torta nuziale, al sambuco (oltre che al limone), ricoperta di crema al burro e decorata con fiori freschi. Per il resto scampi scozzesi avvolti in salmone affumicato con panna acida agli agrumi, asparagi inglesi grigliati avvolti in prosciutto di Cumbria, panna cotta ai piselli con uova di quaglia e limoncina, tartare di pomodoro e basilico con perle di aceto balsamico, pollo ruspante in camicia allo yogurt con albicocche caramellate, agnello di Windsor, verdure grigliate e marmellata di scalogno, pollo in fricassea con spugnole e porri novelli, pancetta di maiale di Windsor cotta per 10 ore con composta di mele. Senza dimenticare macaroon al pistacchio e champagne, crème brûlée all’arancia e tortine di crumble al rabarbaro. La coppia ha poi raggiunto Frogmore House, sede del ricevimento serale per solo 200 invitati. Cambio d’abito con spalle scoperte e lungo in seta firmato dalla stilista inglese Stella McCartney per lei, smoking classico per lui. Ma il particolare più atteso era al dito di Meghan: un gioiello con acquamarina appartenuto a Lady Diana. Secondo quanto ricostruito dal “Sun” e poi ripreso anche dal “Daily Mail”, Lady D avrebbe scritto una lettera in cui chiedeva “che siano assegnati tutti i miei gioielli ai miei figli, in modo che le loro mogli possano, a tempo debito, utilizzarli”. Her Majesty The Queen è una pietra rara, come un diamante. Come lei non ne fanno più. È stata impeccabile, è rimasta persino un po’ in disparte. Consapevole, forse, in cuor suo, di aver consegnato l’ultimo ramo immacolato della dinastia all’ennesima commoner. La borghesia ha rivoluzionato la tradizione monarchica e conquistato l’Impero. Senza dimenticare – noi comuni mortali – di sceglierci amici come quelli di Meghan Markle, che ti organizzano un appuntamento al buio con il Principe Harry.

LEGGI ANCHE: Royal wedding, il principe Harry e Meghan Markle hanno detto “sì”

Tags

Marco Fallanca

Studente di Giurisprudenza. Precoce e accanito cinefilo, possiede a casa una videoteca con oltre 7000 film. Affetto da un incommensurabile amore per Cinema, Teatro, Musica e ogni forma d’Arte. Già giurato del 61º TaorminaFilmFest, segue da vicino festival e rassegne. Disilluso podista, allo studio alterna partite di calcio. Già arbitro regionale presso l’Associazione Italiana Arbitri - sezione di Catania
Close