Cultura

Nel ventre delle città: il rap unisce Librino, Scampia, Parigi, Los Angeles

È il tam tam delle periferie delle metropoli del mondo. Spaccio, criminalità, terrorismo, ma anche voglia di riscatto e storie di speranza. PNL, dalle banlieue parigine a Napoli per girare un video. Lo storico rapper etneo Angelo Ardita, il caso Liberato a Napoli e il video shock di Childish Gambino "This is America"

Vite di quartieri / Venuti male / La tangenziale / La ferrovia / Le notti insonni / Girando in auto / Per la sacra periferia / Storie di Corviale / Di Quarto Oggiaro / Di Scampia / Di Librino e Zen / Sono conficcate come pugnali / Nel ventre della città

Se Mario Venuti ne “Il ventre della città” (2014) tracciava una mappa geografica del degrado delle periferie italiane, nel 2015 i PNL, duo rap francese, utilizzava Le Vele di Scampia come scenografia del video “Le monde ou rien” (Il mondo o niente), mettendo in contatto le zone di confine delle grandi aree metropolitane d’Europa.

JE SUIS PLUS SAVASTANO QUE CIRO. Provenienti dalla banlieu des Tarterêts, periferia sud di Parigi, soprannominato Le Zoo per via della violenza e del tasso di delinquenza che lo caratterizza, PNL sta per ”Peace N Lovés”, “pace e… contanti”, esplicita e autoironica dichiarazione d’intenti che gioca sul significato gergale del termine lovés. Il video sulle Vele di Scampia allude esplicitamente al successo mondiale della fiction tv “Gomorra” (“Je suis plus Savastano que Ciro”…) e sicuramente capitalizza il fittizio senso di avventura e di “rischio” nel cantare e girare in un luogo diventato un simbolo globale della banlieu più feroce e cruda. Le periferie parigine come i sobborghi di Londra o Manchester, come le aree popolari di Napoli o Palermo. La miseria, il disagio, l’emarginazione, rifuggite come un morbo dalla politica che in questi anni ha relegato la marginalità a suppellettile di scarto, vengono sbattute in faccia con tutte le loro derivazioni.

Voglio la L, voglio la V, voglio la G, (Luis Vuitton, Gucci) per spogliare la tua tipa. Fra siamo destinati all’inferno, l’ascensore è rotto nel paradiso. È bloccato? Davvero? Beh vado a spacciare nelle scale

Lo spaccio e la criminalità a Napoli e Catania, come il terrorismo a Parigi e Marsiglia, come le baby gang a Londra e Manchester, diventano la prima possibilità di emancipazione da una condizione che è di immobilità sociale. In questi luoghi «la guerra con la vita», come la chiamava il principe Antonio De Curtis, in arte Totò, la conosci da piccolo. Molti bambini crescono senza lo scudo dei genitori, divisi tra carcere e distacco. Ogni via, con casermoni-alveari, appartamenti occupati, depositi trasformati in alloggio, è un incrocio di vite. Napoletani o immigrati, palermitani o tunisini, crescono tutti come stranieri, accumulando odio verso una società ingiusta, che non offre alcuna opportunità. L’odio nasce dal disagio e l’odio che nutre le periferie di Napoli è lo stesso che nutre i ghetti di Londra e Parigi. «Le lacrime della miseria hanno il gusto del mio odio, senza fiato, il mio odio mi ridà l’ossigeno» cantano i PNL sullo sfondo delle Vele.

Non ho mai visto un pusher contento di farlo. Non ho mai visto gioia dentro i soldi sporchi

Cambia la scenografia, ma la realtà è la stessa. Catania, quartiere di Librino, con palazzi che sembrano essere tutti uguali, anonimi dove “la tensione è alta” e i “pali sono da una parte all’altra”; dove i ragazzi trascorrono gran parte delle loro giornate in strada, “sopra agli SH” e dove lo Stato è assente. Anzi. «Lo Stato non c’è mai a meno che qualcuno non venga arrestato» tuona Mirko Miro, rapper classe ’82, nel suo video “Crisantemi e Rose”. E tra soldi, pistole e droga, alla fine del videoclip spunta il mare. Quello della Plaia, che dà speranza.

LUCI E OMBRE. Un campetto di calcio, invece, è il simbolo di riscatto nel video “Campione” di Angelo Ardita, uno dei rapper storici di Librino. Scrisse le prime rime negli anni Novanta con il nome di battaglia di Frasto: «Nei miei pezzi ho sempre preso le distanze dalla droga» tiene a sottolineare. «La musica mi ha aiutato a sopravvivere in questo quartiere che ha molti difetti, ma anche lati buoni». Non ce l’ha fatta come rapper, «ai miei tempi ancora non c’erano i social e YouTube, era più difficile organizzare serate». Ma, a 38 anni, «ho un lavoro, che è difficile oggigiorno» e il prossimo anno porterà all’altare la sua amata. Senza tuttavia dimenticare la prima passione: «Ho meno tempo per la musica, ma appena posso scrivo qualcosa, continuando secondo gli stilemi originari dell’hip hop». Come rappa in “All true” («Quando pensi che la notte stia dormendo, …, o chiudo queste rime o penso a te»), un esempio di hip hop vecchia scuola che nell’era del trap sorprende per la forza con cui arriva addosso a chi lo ascolta. Angelo usa le rime convinto che il potere della scrittura possa portarti ovunque. Nessuna invidia per i rapper più giovani (e più ricchi) o per il dilagante fenomeno del trap: «Li stimo, mi piacciono, L’Elfo con “Sangue catanese” ha superato il milione di visualizzazioni, Settemeno funziona bene e Mirko Miro resta a Catania un faro importante per il rap, che ha messo in contatto con il neomelodico».

NEOMELODICO E HIP HOP. Mirko Miro è infatti protagonista di un altro video con Gianni Celeste e Clementino che ha superato quota 4 milioni di visualizzazioni su YouTube. Rapper e neomelodico insieme. San Berillo e Scampia. Catania e Napoli che si abbracciano in nome della grande fratellanza del Sud. Tutto questo è “Stella do’ cielo”, il brano di Gianni Celeste, con i rapper Clementino e MirkoMiro. Emerge un forte legame tra due generi apparentemente diversi sotto l’aspetto musicale, ma in realtà profondamente uniti dal fatto che sia il rap sia il neomelodico si occupano di raccontare storie, disagi, amori, conflitti che si possono incontrare nella vita quotidiana e soprattutto nelle realtà dei quartieri.

Nove maggio m’hê scurdat’/ T’aggio visto ca’ turnavi ‘nziem’ a ‘n’at’/ Nun me siente, nun me pienz’/Tengo ‘o core ca’ nun può purtà pacienz’

Una ragazzina tutta di Nike vestita si muove dinoccolata come una rapper navigata tra palazzoni-dormitorio, vicoli, Vesuvio e Piazza San Carlo. Sullo sfondo ci sono murales con Maradona nei Quartieri Spagnoli, muretti scrostati, lampioni, moli del porto, mentre la protagonista muove le labbra seguendo le parole del pezzo di Liberato. Roba di cuore tradito, insomma. Ma con una seriosa e sapiente pulizia della tragicità appartenente ai cantautori più consolidati. Strofe e tematiche più vicine alla scuola dei neomelodici partenopei e pulsa al ritmo di un sound hip hop che richiama quel precipitato figurativo delle periferie da grandi città americane. Maradona in ogni salsa (perfino coi Queen) si mescola a Beyoncé, Maria Nazionale a Childish Gambino, quintalate di marijuana e scorci veristi di Napoli.

Non c’è niente di nuovo se non un flusso di nuovi DemoCrips e ReBloodlicans / un verso di stato rosso in uno stato blu, quale stai governando? Ci danno pistole e droghe, ci chiamano teppisti, ti promettono di fottere con te, niente preservativo, fottono con te / Obama dice “Cosa fa?”

Catania, Napoli, America. La stessa America di Kendrick Lamar, rapper cresciuto nelle strade di Compton, quartiere malfamato di Los Angeles, nel peggior momento della storia della città degli angeli: l’omicidio di Rodney King e quello che ne consegue, mentre nel quartiere i Crips e i Bloods si ammazzano tra loro. Comincia qui a scrivere i primi testi, a gettare le fondamenta per compiere il suo destino e diventare, oggi, il rapper più influente della sua generazione. «From Compton, to Congress», come canta in “Hood Politics”, e quasi letteralmente, dato che circa vent’anni dopo entrerà alla Casa Bianca come rapper preferito del primo Presidente nero degli Stati Uniti d’America. Cantore della “blackness” americana, Kendrick Lamar ha reinventato il rap, entrando nel salotto buono delle Lettere americane aggiudicandosi il Pulitzer — di solito riservato a raffinati compositori contemporanei e a qualche jazzista particolarmente colto — per un cd, “Damn”, che racconta attraverso una polifonia di voci («Ho potere, veleno, dolore e gioia dentro il mio Dna / Ho arte di arrangiarsi e ambizione dentro il mio Dna») la vita dei neri, oggi.

Sono in Gucci (sono in Gucci) / Sono così carini (sì, sì) / Ho intenzione di prenderlo (ayy, sto andando a prenderlo) / Guardami muovermi / Questo è una celebrazione / Sulla mia Kodak / Ooh, sappi che (sì, lo so, aspetta) / Scaricalo (prendilo, prendilo) / Ooh, fallo / Miliardi di band, miliardi di band, miliardi di band / Contrabbando, contrabbando, contrabbando / Ho preso la spina a Oaxaca / Ti troveranno

Quella degli automobilisti neri disarmati che finiscono ammazzati dalla polizia con frequenza allarmante. “This is America” canta Donald Glover, attore e musicista, con il nome d’arte di Childish Gambino, in un video sconvolgente, dove sorridendo fa strage di neri, e le sue armi vengono riposte con infinita cura mentre nessuno si dà pena per le vittime.

Un video che totalizza una ventina di milioni di clic, via YouTube, in poche ore, finito sulle prime pagine dei giornali per quella scelta artistica sconvolgente: sparare sui neri nella massima impunità, nella massima serenità, ripetendo il ritornello “This is America”, «questa è l’America», come uno schiaffo.

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.
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