Italia

L’assassinio di Soumaila e il business del caporalato

I barbari fatti di cronaca di Vibo Valentia rilanciano il tema mai risolto dello sfruttamento dei braccianti agricoli in Italia, vero serbatoio economico per le mafie del Paese

La gestione della filiera agro-alimentare in Italia valeva dai 14 ai 17,5 miliardi di euro soltanto nel 2016. Si spiega, dunque, così la ferocia delle mafie che per blindare il proprio business sul caporalato hanno trucidato il giovanissimo sindacalista Sacko Soumaila mentre si aggirava tra le campagne vibonesi in cerca di qualche lamiera d’alluminio insieme ad altri braccianti stranieri. Un’esecuzione in piena regola, giusto per ribadire chi è che tira le fila della durissima vita dei braccianti agricoli calabresi.

DA ROSARNO A VIBO. È successo di nuovo. Nella piana di Gioia Tauro, come otto anni fa, esseri umani braccati come animali, in un deserto di valori, ma questa volta le pallottole non erano finte, erano reali e spesse come il sudario di omertà e ferocia che opprime la Calabria, così come tante altre regioni, e arma il braccio del malaffare. Nel 2010 questo lembo di terra calabra era già stato protagonista della rivolta dei migranti di Rosarno che si sono ribellati mettendo a ferro e fuoco il piccolo comune calabro dopo che alcuni ragazzi del posto avevano sparato addosso a tre extra-comunitari con l’unica colpa di essersi trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. L’assassinio di Soumaila un movente preciso ce l’ha invece. Silenziare un sindacalista che lottava senza quartiere per rivendicare i diritti di tanti braccianti agricoli extra-comunitari, molti dei quali immigrati clandestini, sfruttati nei campi grazie alla propria situazione di estrema fragilità sociale e di totale dipendenza economica. Ciò lascia sgomenti è ancora una volta l’estrema facilità con cui esseri umani vengono sistematicamente trattati come bestie, costretti a vivere di stenti in edifici fatiscenti, sottoposti a ricatti e vessazioni di ogni tipo senza nessun intervento delle autorità. In un corteo spontaneo di protesta, i braccianti extra-comunitari di Vibo hanno evidenziato, dal loro punto di vista, le colpe di uno Stato che alimenta una guerra tra poveri italiani e tra poveri extra-comunitari e le presunte colpe delle criticità socio-economiche del territorio vibonese da ascrivere ai politici colpevoli di corruzione ed incompetenza. Al netto degli slogan e dei veleni, possibile che non si sia riusciti a porre in essere politiche efficaci di contrasto al caporalato? Possibile che i sindacati italiani non riescano a trovare una sintesi per scendere in piazza dopo fatti così gravi?

LA LEGGE SUL CAPOLARATO. Il governo che ha da poco concluso il proprio mandato aveva provato ad incidere sul caporalato che ogni anno costringe dalle 400mila alle 430mila persone a lavorare in condizioni di profondo sfruttamento (dati Istat). La legge n.199 del 2016 ha introdotto diverse novità normative. In primis ha esteso le fattispecie riconducibili alla categoria di “caporalato” svincolandola dalla necessità che debba essere presente la violenza o la minaccia per qualificare il reato. In secondo luogo è stata introdotta la sanzionabilità del datore di lavoro, la protezione per chi denuncia simili situazioni, la confisca dei beni dei rei, l’obbligo di prevedere contratti le cui retribuzioni siano in linea con gli standard dei contratti nazionali di lavoro ed il rafforzamento del Fondo Anti-tratta a cui sono destinati i proventi delle sanzioni amministrative inflitte ai colpevoli dei reati di cui sopra e che serve a supportare economicamente le vittime del caporalato. La norma ha però sollevato alcune critiche. In primo luogo la “fumosità” di alcune espressioni lessicali che lascerebbero troppa discrezionalità al magistrato come la definizione di “reiterata violazione”. Secondariamente molti aspetti della nuova normativa rimangono tutt’ora inapplicati, si veda ad esempio il mancato finanziamento del Fondo anti-tratta, o l’effettuazione dei nuovi e più stringenti controlli previsti dalla legge.

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