Cultura

Barbara Bouchet: «Lasciai quando ero all’apice, oggi vorrei rappresentare le mie coetanee»

La popolare attrice, icona sexy della commedia italiana anni ’70, è stata ospite dell'ottava edizione di Etna Comics: «Gli effetti della mia bellezza sul pubblico? A quei tempi non ne avevo la percezione, passavo da un lavoro all'altro»

Bionda di gran fascino, elegante e sensuale. Difficile dimenticarsi di Barbara Bouchet che, chinata in avanti e in provocante completo intimo – munito di giarrettiera d’ordinanza – scatena gli irriverenti ormoni di un già troppo spelacchiato Lino Banfi, particolarmente attirato dalle sue curve. “La moglie in vacanza… l’amante in città” (1980, Sergio Martino) è solo una delle pellicole memorabili di un genere amatissimo e indimenticato come quello della commedia sexy: e oltre al Peppino di Banfi, la grande e generosa Bouchet – all’anagrafe Bärbel Gutscher – ha infiammato anche mezza Italia dell’epoca. Antesignana di tutte le eroine del “grindhouse”, nonché icona del poliziesco anni Settanta – fra i quali spicca il capolavoro di Ferdinando Di Leo “Milano Calibro 9” (1972) – ha ispirato persino le cubiste dei film di Quentin Tarantino, la cui passione per il vintage è ormai un must. Un’interprete coi fiocchi, il cui nome suscita passione e nostalgia ma anche un capolavoro di stile, che forse avrebbe meritato qualche tributo in più. Ma è chiedere troppo per una donna che ha rappresentato il cinema italiano anni Settanta in tutto il suo lato trash, violento, sessista, sporco e denso di fumo?

DA STAR TREK ALLA NONNA NEL FREEZER. Una carriera iniziata da concorsi di bellezza e dipanatasi al fianco di leggende quali John Wayne, Kirk Douglas, Otto Preminger, Paul Newman, Robert Mitchum, Dean Martin, Gene Kelly e Marlon Brando, passando per saghe leggendarie quali Star Trek e 007: in “Casino Royale” (1967) interpreta Miss Moneypenny, la mitica segretaria del James Bond interpretato da David Niven. Parlano da sé i nomi di grandi interpreti ai quali la Bouchet si è affiancata: Peter Sellers, William Holden, John Huston, Jean-Paul Belmondo solo per citarne alcuni. Selta da Salce per “L’anatra all’arancia” (1975), per costrizione di Monica Vitti, che non voleva un’altra bionda sul set, accettò perfino di farsi tagliare e scurire i capelli pur di lavorare accanto a Ugo Tognazzi. E pensare che una cartomante ne aveva predetto le sorti oltreoceano alla madre. Era il ’56 e, in America, iniziò raccogliendo cotone. È passato oltre mezzo secolo ma Barbara Bouchet continua a essere ancora oggi icona di stile e di cinema internazionale: fra gli ultimi impegni “Metti la nonna in freezer” – la black comedy di Giuseppe G. Stasi e Giancarlo Fontana, con protagonisti Fabio De Luigi e Miriam Leone – nella quale interpreta una parte originale (il cadavere di una nonna congelata dalla nipote Claudia per continuare a incassare la sua pensione). Una bella trasformazione per l’ex regina delle commedie sexy che, con quest’ultima interpretazione, è riuscita a togliersi di dosso l’ennesima etichetta.

Barbara Bouchet, il più grande sogno erotico degli anni ’70 e il corpo più amato degli anni ’80. Come ricorda quella stagione e come si sentiva al tempo?
«Per quanto possa sembrare strano, penso che all’epoca non ho fatto granché caso a questo. La mia vita era completamente assorbita dal lavoro per poterci pensare: set, servizi fotografici, festival. La percezione degli effetti della mia bellezza l’ho avuta solo successivamente. Non guardavo mai i miei film, li ho in cassetta e in dvd. Poi, restando a casa con una gamba rotta, mi è venuta la curiosità di rivederne un paio. E non ricordavo di aver recitato anche scene molto cruente, come in “Quelli che contano”. Interpretavo la moglie di un gangster e Henry Silva mi infilava la faccia nella carcassa di un maiale. Poi però, guardandone altri, mi dicevo “ah però, mi faccio i complimenti da sola”».

È stato facile convivere con le attenzioni degli uomini di un’intera generazione ed essere così amata?
«Più che amore la definirei ammirazione, da parte di quella fascia di pubblico ovviamente. Ma naturalmente questa prescinde dall’aspettativa che avevano gli uomini in quanto tali. Si aspettavano la donna vista sullo schermo e spesso hanno avuto difficoltà a relazionarsi con me. Per insicurezza tendevano a non reggere il confronto con la mia fama. Ho sempre voluto al mio fianco uomini di carattere, autonomi e indipendenti».

Il grande schermo però, professionalmente, lo frequenta sempre meno
«È il cinema che non mi frequenta più. Cambiano le attrici e ruoli per donne della mia età in Italia, forse per timore, ne scrivono pochi. Forse sarebbe più facile con la serialità televisiva, in cui il personaggio di una donna matura è possibile svilupparlo meglio nel corso delle stagioni. Ho deciso di lasciare il grande schermo a 39 anni, quando ero ancora all’apice, per non andare incontro a un lento distacco da quello che era l’ideale che incarnavo. Vorrei interpretare ruoli per donne della mia età, come fanno Helen Mirren, Charlotte Rampling e Jane Fonda. Non a caso il teatro oggi è più funzionale alle mie esigenze».

Come è cambiata la commedia italiana e come ricorda le sue?
«La vita va avanti e il genere si evolve. Oggi c’è troppa volgarità, soprattutto verbale, nei dialoghi. Sono convinti non si strappino la risate senza l’uso delle parolacce. Nei miei film non ce n’erano. Era tutto basato su copione, personaggi, situazioni divertenti. Erano film ironici, carini e simpatici. Non ero troppo consapevole di me stessa, non mi rendevo conto del subbuglio che creavo. Mi dicevano: “Ho fatto bellissimi sogni grazie ai tuoi film”. “Hai dormito bene? Sono contenta”, rispondevo».

È stato difficile fare la mamma con il suo lavoro di donna di spettacolo famosa e sexy?
«Difficile quanto è facile immaginare. Ho sempre saputo distinguere i ruoli e non ho mai frequentato il mio mondo. Certo, qualche problema si è posto al tempo in cui i miei figli andavano a scuola. I ragazzini sentivano a casa i discorsi dei genitori e poi domandavano ai miei figli “Vero che tua mamma ha baciato tanti uomini? Vero che ha fatto film nuda?”. Per i maschi non è una cosa facile capire che il lavoro della loro mamma non c’entra con loro. Allora io, comprendendo che quei commenti partivano dalle rispettive madri, suggerivo ai miei figli di rispondere ai compagnetti “Di’ a tua mamma che la mia se lo può permettere”. A loro questa risposta piaceva e funzionava pure».

Recentemente è tornata al cinema con “Metti la nonna in freezer”
«È stata una parentesi, anche se piccola, che ho accettato e che mi sta dando grandi soddisfazioni. Mia sorella sostiene io non abbia mai avuto tanta pubblicità quanto per questo piccolo ruolo. Ho anche ricevuto la nomination al Nastro d’Argento, anche se sono candidata in compagnia di giovani e talentuosissime ragazze».

Grandi Maestri come Quentin Tarantino hanno rivalutato sul piedistallo cult la commedia sexy e sono suoi grandi estimatori
«Tarantino mi ha citata come sua icona degli anni Settanta, cose che di solito si dicono a chi non è più tra noi. Il Festival di Venezia non mi aveva mai invitata e quando è andato Quentin ha detto: “Non vengo se non c’è anche Barbara Bouchet”. Una bella soddisfazione. Dalla famosa scena di lap dance in “Milano Calibro 9” ha tratto ispirazione per le numerose cubiste che popolano i suoi film. Cercava ragazze che ballassero come me in quella scena, in modo spontaneo. Purtroppo poi non si è comportato benissimo e ho chiuso i rapporti. Sono grata anche a Martin Scorsese per la parte, benché piccola, in “Gangs of New York”».

Adesso la sua notorietà, anche in ambito familiare, è dovuta a motivi diversi
«Adesso sono io la mamma di Alessandro Borghese e non lui il figlio di Barbara Bouchet. Sono fiera di lui: io ho avuto i miei momenti di gloria e ancora oggi non mi manca, ora tocca a lui. È diventato bravo ai fornelli per compensare il fatto che io in cucina non ho mai avuto pazienza. Bruciavo praticamente tutto e a lui andava bene solo quando in casa c’era il padre. È bravissimo come chef ma è diventato anche un valido uomo di spettacolo».

C’è qualcosa che non ha mai fatto?
«Mi sono dedicata al fitness, all’aerobica, alle prime trasmissioni di salute e benessere. Ma non ho mai fatto un film western. Mi manca anche un bel ruolo drammatico. Vorrei che il cinema mi offrisse oggi le stesse opportunità che mi può offrire il teatro».

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Marco Fallanca

Cosa ho fatto in tutti questi anni? Sono andato a letto presto. Ma soprattutto a teatro e al cinema. Partigiano del Web, opinabile e pedante opinionista, arbitro di calcio, disilluso podista, precoce e accanito cinefilo che possiede a casa una videoteca con oltre 9000 film. Già giurato del 61º TaorminaFilmFest, seguo da vicino festival e rassegne. Troppo fuori per quelli dentro e troppo dentro per quelli fuori, in realtà sono un genio ma è molto più comodo non darlo troppo a vedere. Attenzione! Preso troppo sul serio può nuocere gravemente alla salute.

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