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Trump e Kim a Singapore, solo un evento mediatico?

I due leader sono tornati ad incontrarsi dopo i tira e molla delle ultime settimane sul campo neutro del piccolo Paese asiatico. Scetticismo sugli esiti concreti del meeting

L’aria che si respira nei salotti della geo-politica mondiale sul vertice di Singapore odora di scetticismo. Donald Trump e Kim Jong-un stanno danzando un valzer a suon di piroette e passi azzardati. Una coreografia densa di colpi di scena, più simile ad una fiction che ad una vera trattativa diplomatica. Il punto sollevato da molti analisti è proprio questo: quanto è reale la volontà di mettere fine ad un conflitto che dura da più di 60 anni e che negli ultimi mesi ha seriamente minacciato di scadere in un folle conflitto atomico? I due protagonisti di questa parentesi di storia sono uguali nella loro diversità. Può sembrare un paradosso, eppure l’arroganza e l’isolazionismo americano in salsa Trump che ha portato gli Usa in pochi mesi a dichiarare una guerra commerciale sui dazi, a rifiutare l’accordo sul clima e quello sul nucleare iraniano si rispecchia perfettamente nella protervia nordcoreana con la quale il regime comunista asiatico ha sempre sfidato il mondo con il suo testardo progetto nucleare. Cos’è che ha determinato l’abdicazione da parte dei due capi di Stato dei loro propositi guerrafondai? Giudizi maliziosi affermano che questa operazione diplomatica sarebbe stata studiata a tavolino per rafforzare l’immagine dei due leader sul fronte interno e su quello internazionale, Kim potrebbe accreditarsi come salvatore di una patria prostrata dalle sanzioni economiche mentre The Donald potrebbe ambire a bissare il Nobel per la pace già vinto dal rivale Obama.

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UN SANO SCETTICISMO. Quanto sono reali i propositi di pace degli attori sullo scenario coreano? Non sarebbe la prima volta che le ambizioni di pace in questo angolo del mondo rimanessero frustrate dalla dura realtà del cinismo politico. I negoziati erano già falliti nel lontano 1991 e 3 anni dopo, nel 1994, la Corea del Nord aveva accettato di entrare nel Trattato di non proliferazione nucleare in cambio di lauti aiuti economici da parte degli Stati Uniti, salvo poi continuare in segreto il suo programma nucleare prima di essere scoperta nel 2002 e rimangiarsi tutti gli impegni presi. Viene da chiedersi, dunque, come mai un Paese che ha sempre tenuto una linea di condotta aggressiva in politica estera e feroce nel reprimere il dissenso interno abbia deciso d’un tratto di cambiare radicalmente rotta. La Corea del Nord è uno dei regimi totalitari più ermeticamente chiusi del mondo e le informazioni che filtrano tra le maglie di ferro del regime vanno sempre prese con le pinze. Di certo Kim ha sempre più problemi a gestire il dissenso interno con un popolo sempre più povero e prostrato da decenni di isolazionismo politico ed economico. Le violazioni dei diritti umani sono sistematiche ed in pieno stile orwelliano, in occidente possiamo soltanto lontanamente immaginare gli orrori che sono quotidianamente perpetrati nei campi di lavoro nord-coreani. La gestione del programma nucleare, in aggiunta, si è fatta sempre più difficile, sia perché esosa dal punto di vista finanziario, sia perché complessa da gestire sotto il profilo tecnologico. Si pensi all’incidente della centrale di Punggye-ri che ha causato 200 morti e che è stata recentemente smantellata come segno di buona volontà nei confronti dei negoziati (anche se probabilmente quello sarebbe comunque stato il suo destino). Dall’altro lato della barricata Trump ha interesse ad accreditarsi come grande leader internazionale e non può farlo esclusivamente con una politica isolazionista e fondata sul primato americano. Sullo sfondo resta anche la Cina, principale partner della Corea del Nord, che ha interesse a mantenere in vita un regime il cui crollo potrebbe avere degli effetti imprevedibili, a partire da un massiccio afflusso di profughi di difficile gestione proprio nei territori dell’ex impero celeste. Bisognerà quindi vedere quali esiti concreti porterà il processo di pace al di là della firma di un eventuale trattato che faccia cessare formalmente ostilità che vanno avanti ininterrottamente dagli anni ’50.

QUALI SCENARI? Gli esiti di questa trattativa sembrano prendere una direzione divisa in maniera chiaramente manichea. Da un lato potrebbe davvero prevalere un nuovo approccio diplomatico da parte dei due Paesi che potrebbe portare ad aprire la Corea del Nord ad investimenti esteri, in particolare americani. Sono infatti circolate voci suggestive sull’apertura del primo Mc Donald’s a Pyongyang o addirittura della costruzione di una Trump Tower nella capitale nordcoreana. Una prima apertura al mondo dopo decenni che potrebbe portare il regime di Kim chissà verso quali sponde politiche. Trump porterebbe così a casa una denuclearizzazione vera della penisola in luogo degli attuali fumosi e poco concreti impegni assunti. E chissà che non lo si possa ritrovare al tavolo del Nobel come probabilmente brama dentro di sé. L’altra ipotesi è che i negoziati naufraghino definitivamente con un ritorno al passato, alla vecchia retorica dell’attacco preventivo e degli stati canaglia tanto cari all’ex presidente Bush. Anche in questo caso, l’evoluzione di un simile scenario avrebbe esiti imprevedibili.

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