Economia

La fine del Quantitative easing di Mario Draghi e la necessità del recupero della fiducia

Al capolinea il programma di sostegno promosso nel 2015, dal governatore della Bce, contro la crisi avviatasi in America con il fallimento della Lehman Brothers nel 2008, quando tutta Europa rischiò di finire in una spirale deflazionistica. La logica conseguenza sarà una inevitabile tendenza al rialzo degli interessi, ma di quanto questi tassi aumenteranno?

La festa è finta, parola di Mario Draghi. Entro la fine del 2018 la Banca centrale europea porrà fine al “Quantitative easing”, quel programma di acquisto di titoli di Stato e obbligazioni che è servito a ridurre i tassi d’interesse a livelli impensabili, addirittura al di sotto dello zero sulle durate più brevi. Un vero e proprio paradosso, come noleggiare gratis a qualcuno il proprio appartamento e pagarlo pure per il disturbo. Per la verità, la decisione di immettere grandi quantità di liquidità sui mercati è stata presa, seppur con tempi e modalità diverse, da tutte le maggiori banche centrali del mondo. A seguito della grande crisi internazionale, avviatasi con il fallimento della Lehman Brothers nel 2008, dopo aver inutilmente ridotto i tassi a zero, i grandi banchieri centrali sono stati costretti a ricorrere a mezzi non convenzionali e il “Quantitative easing” di Mario Draghi è uno di questi.

LEGGI ANCHE: Sulla Flat Tax e la teoria dello “sgocciolamento” made in Salvini

QUANTITATIVE EASING. Il suo meccanismo è piuttosto semplice. Posto che i prezzi di un qualunque mercato vengono determinati dall’incontro tra offerta e domanda, se quest’ultima viene artificiosamente rafforzata, i prezzi dei titoli acquistati salgono e, di conseguenza, i tassi (il cui valore è inversamente correlato a quello dei prezzi) scendono. Sicché l’Italia (ma non solo) ha potuto godere di una significativa riduzione nel suo bilancio alla voce “spesa per interessi”, capitolo che rappresenta un vero macigno per i nostri conti pubblici, considerata la mole imponente del nostro debito pubblico. Ma da gennaio 2019 la mano benevola di Mario Draghi non ci sarà più e i Paesi periferici dell’eurozona, tra cui l’Italia, dovranno ricominciare a correre con le proprie gambe. La logica conseguenza sarà una inevitabile tendenza al rialzo degli interessi corrisposti dai nostri titoli di Stato, con un conseguente aggravio per le casse statali. Ma di quanto questi tassi aumenteranno? Difficile fare previsioni. Molto dipenderà da una variabile tanto importante quanto scarsamente considerata: la fiducia.

QUESTIONE DI FIDUCIA. Le più recenti e autorevoli teorie economiche hanno con crescente convinzione posto l’accento in dottrina sull’elemento emozionale quale variabile fondamentale nelle dinamiche che governano i processi economici, superando così la visione ortodossa che tendeva a trascurare l’interdipendenza tra i numeri dell’economia e i sentimenti collettivi. Tale relazione trova evidente conferma nell’evoluzione degli investimenti e dei risparmi in Italia dal 2012 in poi (si veda figura in basso), in coincidenza con la nota crisi finanziaria che ha visto lo spread superare i 600 punti base nel suo momento di picco massimo.

In quella drammatica circostanza, la reazione immediata degli Italiani, in preda al panico collettivo, fu quella di ridurre i consumi e aumentare i risparmi, a cui ha fatto seguito una riduzione degli investimenti che, infine, ha spianato la strada alla conseguente fase recessiva dalla quale non siamo ancora riusciti a divincolarci del tutto.

PANIC SELLING. La stessa interdipendenza tra emozioni ed economia che riteniamo possa avere un ruolo di fondamentale importanza anche nelle dinamiche con cui andranno a muoversi i tassi nel prossimo futuro. Infatti, qualora tra i detentori dei nostri titoli statali dovesse aumentare la percezione del rischio “ridenominazione” (ritorno alla lira), scatterebbe quello che in gergo viene definito il “panic selling” (vendite da paura), i cui effetti si tradurrebbero immediatamente in un aumento dei tassi, finanche a raggiungere livelli non più sopportabili per la nostra ancora fragile economia. Un classico caso, questo, per nulla inedito in economia, di profezia che si autodetermina. Insomma, l’economia non è solo numeri e radici quadrate. Basta osservare il rapporto tra investimenti e liquidità presente nel nostro sistema per trovare ulteriore conferma sull’importanza della fiducia nelle dinamiche dei cicli economici.

LEGGI ANCHE: Spread e debito, l’Italia sotto scacco dei mercati. Come ne usciamo?

LE PRIORITÀ DEL PAESE. L’osservazione di tale fenomeno è di fondamentale importanza per poter correttamente individuare le vere priorità su cui è necessario agire per rimettere in moto l’economia Italiana. Tenendo ben presente, ed è questo il punto che vogliamo rimarcare, che l’introduzione di liquidità nel sistema è il requisito di base per favorire una ripresa economica ma che è parimenti un errore ignorare il prerequisito della fiducia. Se vogliamo evitare spread alle stelle e recessioni dobbiamo (anzitutto ma non solo) evitare che gli investitori possano percepire rischi di ridenominazione in vecchie lire dei nostri titoli di Stato e, al contempo, generare un clima favorevole per gli investimenti attraverso una radicale sburocratizzazione e semplificazione del sistema nel suo complesso. Questo possiamo farlo domani mattina e senza sforare i parametri di Maastricht.

Tags

Giuseppe Cannizzaro

Laureato in economia aziendale, svolge l’attività di Consulente Finanziario dal 1984, per professione e per passione. Ha ricoperto l'incarico di esperto a titolo gratuito per le problematiche finanziarie presso il Comune di Messina dal 2014 al 2018, è C.T.U. presso il Tribunale di Messina, C.T.P. (consulente tecnico di parte) nell'ambito di contenziosi bancari. Ritiene fondamentale la collaborazione con professionisti di altri settori al fine di fornire alle famiglie servizi polispecialistici, integrati e sinergici di consulenza patrimoniale globalmente intesa. È esperto in contratti derivati che ritiene una pericolosa minaccia (sottostimata) per la tenuta del sistema economico/sociale mondiale.
Close