Politica

Il decreto dignità di Di Maio affossa il calcio

Lo stop totale alla pubblicità dei giochi rappresenta un duro colpo non soltanto per media nazionali, ma anche per tutto lo sport italiano. La serie A insorge: «Il calcio perderebbe milioni di risorse, a rischio tutta la filiera». Di Maio: «Non torneremo indietro»

Si avvicina l’intesa tra Lega e Movimento 5 Stelle sul Decreto dignità, il primo provvedimento economico della nuova legislatura che potrebbe vedere la luce già lunedì o martedì. Ma il punto che riguarda lo stop alla pubblicità del gioco d’azzardo ha gettato in agitazione il mondo dello sport. La decisione del ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, di vietare le sponsorizzazioni delle squadre da parte delle società di scommesse, è considerata come un “fallo” in grado di mettere in ginocchio l’intero sistema calcio. «Il fenomeno che voglio debellare con questa norma è l’azzardopatia. I malati d’azzardo in Italia sono circa un milione e io da ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali devo pensare innanzitutto i cittadini, alla loro salute e alla loro qualità di vita» scrive Luigi Di Maio in un lungo post su Facebook per rispondere alla lettera aperta, pubblicata a pagamento sul Corriere della Sera, del rappresentante in Italia di una società svedese del gioco d’azzardo online, Niklas Lindhal. «Quello che viene vietato è la pubblicità a un prodotto o servizio, non il prodotto in sé – sottolinea il vicepremier –. La logica che viene applicata è quella che ha portato al divieto della pubblicità sulle sigarette. Non torneremo indietro. Anzi: se come credo riscuoteremo successo, proporrò che la stessa legislazione venga applicata in tutti i Paesi dell’Unione Europea».

Oggi il rappresentante in Italia di una società svedese del gioco d'azzardo online, Niklas Lindhal, mi ha scritto una…

Pubblicato da Luigi Di Maio su Sabato 30 giugno 2018

UNA SCONFITTA PER IL CALCIO. Ma c’è un rovescio della medaglia che penalizza il mondo dello sport. Lo stop totale alla pubblicità dei giochi rappresenta un colpo duro non solo per il panorama dei media nazionali, ma anche per tutto lo sport italiano, legato agli introiti pubblicitari del settore del betting. Dei 200 milioni di euro che ogni anno il “sistema giochi” investe in comunicazione, la fetta più grossa circa 120 milioni, va proprio alle sponsorizzazioni. Con il calcio a fare la parte del leone. Secondo un report diffuso dalla Federazione italiana, in Serie A su un totale di 681 accordi di sponsorizzazione il 2% riguarda le scommesse. All’estero l’incidenza è maggiore con l’Inghilterra all’8% e la Turchia al 9% e nelle dieci top league si contano 23 sponsor di maglia del settore. Al momento in Serie A nessuna squadra ha una società di scommesse come jersey sponsor ma la metà dei club vanta accordi commerciali che vanno dalla cartellonistica allo stadio alle campagne di marketing con i calciatori. Per un club medio si tratta di contratti che oscillano tra 500 mila euro e un milione per le “piccole squadre”, molto di più per le cosiddette “big”.

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LE PROTESTE. «Sarebbe una mazzata per noi e non risolverebbe nemmeno il problema che si vuole affrontare. Dietro una norma di questo tipo c’è inconsapevolezza e leggerezza», commenta sulla Gazzetta dello Sport il presidente del Genoa, Enrico Preziosi. «Non si comprendono gli effetti devastanti che ci sarebbero sul calcio, in cui lavorano migliaia di persone – sottolinea –. Noi in passato abbiamo avuto una società di betting come sponsor di maglia, in futuro potremmo riaverla. È un’opportunità commerciale che non può essere negata». Per Claudio Fenucci, amministratore delegato del Bologna, il divieto di sponsorizzazioni previsto nel decreto dignità è «una follia». «Il calcio – spiega – perderebbe immediatamente 100 milioni di euro di risorse. E si tratterebbe del danno minore, perché il mancato incasso di quei soldi metterebbe a rischio tutta la filiera». Il direttore generale della Roma, Mauro Baldissoni, parla di un «provvedimento che sa di populismo, che trasformerebbe l’Italia in una enclave con il rischio del ritorno al toto nero».

LE QUESTIONI IRRISOLTE. «Vietare la pubblicità dei prodotti di gaming – sostiene Harrie Temmink, vicecapo della Unit “Public Interest Services” della Direzione Crescita della Commissione Europea – è un errore che impedirebbe di distinguere l’offerta di giochi illegali da quella legale e controllata dagli stati membri Ue». In Europa, infatti, il divieto di pubblicità riguarda esclusivamente gli operatori illegali. Come ricorda un’analisi pubblicata dall’agenzia specializzata Agimeg, nella Premier League inglese, la lega calcio più ricca e seguita al mondo, il 45% dei club ha una società di gaming on line come sponsor sulla maglia, tutte hanno sui cartelloni il logo delle società di gioco, e tutte hanno accordi con le compagnie di scommesse. Ma cosa accadrà quando una di queste squadre inglesi con sulla maglietta lo sponsor di una società di betting dovrà gareggiare con una squadra italiana? La bozza di decreto messa a punto da Di Maio, prevede una sanzione del 5% del valore della sponsorizzazione, con un minimo di 50 mila euro. Più che un divieto, in realtà, in questo modo sembrerebbe quasi una tassa sulle pubblicità alle agenzie di scommesse da destinare, come si legge nel documento, al fondo per il contrasto al gioco d’azzardo patologico. Resta da capire se le norme contenute nel decreto dignità che lunedì arriverà sul tavolo del Consiglio dei Ministri siano compatibili con i dettati comunitari.

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