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Russia 2018, il cuore grande dell’Uruguay che batte per Tabarez

Una nazione di tre milioni di abitanti tutta stretta attorno all'allenatore della propria squadra di calcio, affetto da una neuropatia che gli permette di camminare a stento. Sabato sfida alla Francia per un posto in semifinale

Il soprannome di Oscar Washington Tabarez da solo dice tutto: “El Maestro”. Il ct dell’Uruguay, tra l’altro, è stato davvero un professore di educazione fisica, e il nomignolo ne è derivato facilmente. Ed è così che tutto il gruppo uruguagio, che sabato sfiderà la Francia per un posto in semifinale, non solo rispetta e segue il proprio allenatore, ma quasi lo venera. Tabarez siede sulla panchina della “Celeste” ormai da tanto. Purtroppo da qualche tempo è proprio costretto fisicamente a stare seduto, per colpa di una neuropatia cronica chiamata “sindrome di Guillain-Barré”, che lo obbliga a muoversi con la sedia rotelle o con l’ausilio di una stampella. Ma “El Maestro” a volte si ribella alla malattia che da due anni lo debilita nel corpo ma non nell’anima, quell’anima da condottiero che lo erge oggi a simbolo non solo di quell’Uruguay che ha contribuito a far tornare grande, ma dell’intero Mondiale russo.

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UN PROFESSIONISTA DEL FUTBOL. Tabarez da ragazzo fu difensore, ma tutti lo conosciamo per la sua avventura da allenatore. Ha avuto modo di lavorare anche in Italia, con Cagliari e Milan, seppur con alterne fortune. Ma è con la propria nazionale che “El Maestro” è diventato grandissimo: con la “Celeste” ha vinto la Copa America 2011, primo titolo dal ’95 per gli uruguagi, ed è persino riuscito ad arrivare in semifinale al Mondiale del 2010, a 40 anni dall’ultima volta per l’Uruguay. Quanto basta per entrare nei cuori di una nazione sì piccola, ma che vive di futbol e che in questa pazza Coppa del Mondo può anche pensare di fare il colpaccio. I ragazzi di Tabarez hanno una squadra ormai matura e piena di giocatori che sono all’ultima possibilità di incidere con la selezione: Godin, Cavani e Suarez fanno parte di quella fantastica generazione che ha portato la “Celeste” nuovamente ad essere una grande protagonista del panorama internazionale. Dal “Maracanazo”, giorno in cui l’Uruguay di Ghiggia fece piangere l’intero Brasile aggiudicandosi per la seconda volta la fu Coppa Rimet, sono passati 68 anni. Che sia tempo di tornare ad essere campioni? In Italia dovremmo tifare tutti per gli uomini del “Maestro” perché possono essere considerati dei garibaldini.

SPIRITO GARIBALDINO. L’aggettivo è scelto non a caso: con Montevideo condividiamo un eroe nazionale, quel Giuseppe Garibaldi che oltre a unire il nostro Paese contribuì all’indipendenza dell’Uruguay; e anche perché Cavani, Suarez & Co., oltre a far parte di una squadra molto italiana per il modo di giocare, sono degli uomini in missione per il proprio comandante. Il “Maestro” ogni tanto proprio non ce la fa a restare seduto a guardare. Si alza, e aiutato dalla fida stampella dà direttive e consigli ai propri giocatori, ai propri “figli”. Sostenuto da tutti i 23 della selezione, dal proprio staff e da un popolo intero che non ne vuole sapere di dover interrompere la storia d’amore che va avanti ormai da 12 anni. Forse andrebbe cambiato il soprannome di Oscar Washington Tabarez: non più (solo) “El Maestro”, ma il Guerriero, figlio della garra dei Charrua, popolo indigeno indomito del Guaranì, che lotta senza sosta. Per Tabarez adesso c’è la Francia, poi chissà. Di certo, purtroppo, resterà la sindrome. Ma a combatterla non sarà mai solo, perché tutti i suoi allievi non vedono l’ora di dargli una mano.

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