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Assegno di divorzio, ecco come cambiano i criteri di calcolo

Il semplice parametro dell’autosufficienza non basta. Il giudizio delle Sezioni unite supera quanto stabilito lo scorso anno nella sentenza Grilli-Lowenstein: «È necessario adottare un criterio composito, il patrimonio si costruisce in due»

In caso di divorzio non ci sono né vincitori, né vinti. Ciascuno è spinto da propri interessi, anche legittimi, come quello a chiudere definitivamente con un passato infelice. Il compito delle leggi è quello di evitare che il mantenimento crei disparità tra i coniugi. Ed è quanto emerso dalla sentenza delle Sezioni unite civili della Corte di Cassazione che ristabilisce il principio di solidarietà post matrimoniale. Gli esperti parlano di «correttivo» della sentenza Grilli-Lowenstein che, appena lo scorso, aveva completamente rivoluzionato il diritto di famiglia mandando in soffitta quel criterio del tenore di vita cui adeguare l’importo dell’assegno che, per 27 anni, era stato considerato dagli stessi giudici il riferimento principale. Così nel dare ragione a una ex moglie che, dopo 39 anni di matrimonio, aveva presentato ricorso contro il ridotto mantenimento in appello, la Cassazione stabilisce che l’assegno deve tornare ad essere uno strumento «assistenziale», che riequilibri le disparità fra lui e lei secondo principi costituzionali.

I NUOVI CRITERI. Il semplice criterio dell’autosufficienza però non basta. Un assegno che fosse parametrato solo su questo principio come deciso a maggio 2017, dicono i giudici, sarebbe lesivo del principio di compensazione dell’ex moglie e, in qualche misura, si collocherebbe al di fuori del diritto europeo che tutela «il principio di eguaglianza effettiva tra i coniugi». Ora le Sezioni unite provano a mettere un po’ di ordine cercando di raggiungere un equilibrio dopo un anno di polemiche. E lo fanno sottolineando innanzitutto che all’assegno di divorzio deve essere attribuita una funzione assistenziale e, nello stesso tempo, compensativa e perequativa. Nella nuova sentenza la Corte sostiene che è necessario «adottare un criterio composito che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali, dia particolare rilievo al contributo fornito dall’ex coniuge richiedente alla formazione del patrimonio comune e personale, in relazione alla durata del matrimonio, alle potenzialità reddituali future ed all’età dell’avente diritto».

DALLA PARTE DELLE DONNE. È una formulazione molto diversa da quella dello scorso anno che aveva suscitato molte proteste perché si escludeva dal calcolo il tenore di vita tenuto nel matrimonio valutando come unico parametro per stabilire l’ammontare dell’assegno «l’indipendenza o l’autosufficienza economica». Il nuovo orientamento, invece, prevede che nella valutazione si tenga conto del contributo dato dalla ex moglie «senza azzerare l’esperienza della relazione coniugale» nella quale ciascuno dei due, secondo i ruoli, ha contribuito alla formazione di un patrimonio comune. «La conduzione della vita familiare — scrivono i giudici — è frutto di decisioni libere e condivise alle quali si collegano doveri e obblighi che imprimono alle condizioni personali ed economiche dei coniugi un corso irreversibile». A fronte di un capitale comune costruito in anni di vita coniugale pare giusto che la moglie non subisca disparità: «Il principio di solidarietà —posto alla base del riconoscimento del diritto impone che l’accertamento relativo all’inadeguatezza dei mezzi e all’incapacità di procurarseli per ragioni oggettive sia saldamente ancorato alla ripartizione dei ruoli endofamiliari».

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SODDISFATTI I MATRIMONIALISTI. «Quanto stabilito Corte suprema non lascia più spazio a dubbi – dichiara su La Repubblica Gian Ettore Gassani, presidente nazionale dell’Associazione avvocati matrimonialisti italiani – perché finalmente si chiarisce che non è possibile equiparare tutti i matrimoni. Un conto è il matrimonio ‘mordi e fuggi’ che non prevede assegno, altro conto la relazione di una vita nella quale entrambi i coniugi hanno contribuito sostanzialmente alla relazione. Si chiarisce insomma che in caso di impegno il coniuge più debole ha diritto a qualcosa in più». Ad aprire il dibattito sui criteri dell’assegno di divorzio erano state le contraddizioni della sentenza di separazione tra l’ex ministro Vittorio Grilli e la sua prima moglie, Lisa Lowenstein. I giudici della Corte di Cassazione, in sezione semplice, avevano stabilito che il mantenimento non andava riconosciuto a chi era indipendente economicamente. «La sentenza Grilli era eccessiva – commenta Gassani – ora finalmente abbiamo la quadratura del cerchio. È stata ripristinata la giustizia sociale».

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