Cultura

I King Crimson a Pompei, la nuova incarnazione del Re Cremisi

Il debutto del tour italiano del leggendario gruppo di progressive rock. Una superformazione con tre batteristi e straordinari strumentisti perfettamente diretti da Robert Fripp. Niente effetti speciali (e telefonini vietati), la musica in primo piano. Una suite lunga mezzo secolo

«Abbraccia il momento», la voce accentata in inglese istruisce il pubblico all’inizio dello show, informando senza mezzi termini di non considerare nemmeno l’utilizzo di telefoni cellulari: «Usa le orecchie per registrare e i tuoi occhi per video». La voce è quella di Robert Fripp, il leader e uno dei membri fondatori del leggendario gruppo di progressive rock King Crimson, il cui primo album “In the Court of the Crimson King” nel 2019 compirà cinquant’anni. E il pubblico, in gran parte maschi di mezza età, obbedisce (fatte rare eccezioni, presto “spente” dal servizio d’ordine), aspettando il momento finale dell’inchino per sfoderare gli smartphone, accogliendo con una calorosa standing ovation la storica band e seguendo poi con attenzione e concentrazione le oltre due ore di concerto, condotte con una felice mancanza di distrazioni elettroniche e luci lampeggianti. A far da scenario alla prima tappa italiana del tour europeo “Uncertain Times”, l’anfiteatro di Pompei, luogo magico e storico per il rock, che da un paio di anni ha cominciato a strappare i migliori eventi al Teatro Antico di Taormina. Il tour, dopo la replica di stasera a Pompei, farà scalo a Roma (22 e 23 luglio, Cavea Auditorium Parco della Musica), Lucca (in Piazza Napoleone all’interno del Summer Festival il 25 luglio) e Venezia (27 e 28 luglio, Teatro La Fenice).

IL RE A OTTO TESTE. La nuova incarnazione del gruppo (e ce ne sono innumerevoli nella sua lunga storia di lascia e riprendi) è la più ampia e forse anche la migliore. Certamente, membri del passato come il cantante-chitarrista Adrian Belew e il batterista Bill Bruford, tra gli altri, mancheranno ai fan di lunga data. Ma non si può negare lo straordinario virtuosismo strumentale di questa line-up composta da musicisti che hanno preso parte a versioni precedenti o che hanno avuto un trascorso con Fripp. Il vero colpo d’occhio è il trittico di batteristi (Jeremy Stacey, Pat Mastelotto e Gavin Harrison), allineati ai piedi del palco. Dietro di loro ci sono, leggermente alzati, gli altri strumentisti: il sassofonista Mel Collins, nascosto da un muro insonorizzato, l’impassibile tastierista Chris Gibson, il portentoso bassista Tony Levin, che ha lavorato per King Crimson dagli anni ’80, così come il cantante ricciuto e chitarrista ritmico Jakko Jakszyk, e ovviamente la mente cremisi, il chitarrista e tastierista Robert Fripp. L’alto livello del gruppo è immediatamente evidente nell’interazione dei tre percussionisti, che vanno dalle parti ruggenti alle parti finemente sintonizzate, dove ognuno dei tre strumentisti ha il proprio stile e la propria tavolozza sonora di numerose campane, cimbali, gong e tom sintonizzati via e-drums per rottamare le percussioni metalliche. A questo si aggiunge Tony Levin, il cui inconfondibile stile di esecuzione integra la sezione ritmica con il suo modo di suonare percussivo, in particolare sul chapman stick, e allo stesso tempo crea il fondamento per le complesse melodie del gruppo. Queste ultime sono arricchite con le varie trame di Mel Collins, che usa diversi sax e flauti in un batter d’occhio. Il caratteristico suono di chitarra di Fripp fluttua sopra di tutto, spesso nell’interazione con Jakszyk.

GIOCO DI SQUADRA. Il concerto funziona non solo nei numerosi dettagli individuali, ma anche nel suo insieme. Ottimi solisti, ma con un gioco di squadra eccelso. E i due set che il gruppo suona – separati da una breve pausa – sembrano due lunghe suite, se non una suite lunga mezzo secolo. Molto probabilmente è dovuto alle dinamiche del gruppo: da forte a silenzioso, dalla composizione all’improvvisazione, dall’armonia alla disarmonia, dal romanticismo ai momenti schizoidi, dall’immersione indaco iniziale all’esplosione profondo rosso cremisi in chiusura. Soffici e duri, impeccabili e perfezionisti, i King Crimson fanno sempre un piccolo passo avanti. Sorprendono, meravigliano. In scaletta ci sono tutti i cavalli di battaglia della band. Tuttavia, sarebbe sbagliato parlare di un “Greatest Hits” o di un nostalgico tour. Anche se le canzoni suonate (principalmente da “In the Court of the Crimson King”, “Larks Tongues in Aspic” e “Red”) coprono la fase più popolare del gruppo, non si avverte la sensazione che la band si limiti a suonare ciò che i fan vogliono sentire. La musica è infatti in continua evoluzione, reinvenzione. Sebbene non si sia mai deviato troppo lontano dall’originale, quasi ogni canzone riprodotta mostra elementi nuovi o modificati, introduzioni brevi o ampi momenti di improvvisazione. Lo stesso vale per la sequenza di canzoni di quindici minuti alla fine del set, la cui forza in gran parte strumentale è sottolineata dall’ovazione del pubblico, così come “Starless” e “21st Century Schizoid man”, che rappresentano il climax emotivo finale del concerto.

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IL MISTERO. Non è facile, specialmente in un contesto rock, coinvolgere le persone con una musica sinuosa, intricata, sofisticata, che mette insieme jazz, free, folk, rock muscolare, groove funky, psichedelia. Che ai King Crimson riesca così facilmente, probabilmente è legato al loro innegabile talento giocoso, grazie al quale hanno trovato un perfetto equilibrio tra prog e rock, senza mai andare alla deriva in regni inutilmente simili o troppo esagerati. Al contrario, il mostro a otto teste di Robert Fripp usa un complesso songwriting per dare alle proprie composizioni maggiore profondità, fascino e ambizione, senza mai trascurare la componente emotiva, come dimostrano le stupende “Island” ed “Epitaph”. E, dopo quasi cinquant’anni, le loro canzoni mantengono ancora intatto il loro fascino.

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.
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