Cultura

Sting, Shaggy e il reggae

L'ex Police: «Fa parte del mio Dna musicale da decenni. Penso che sia una forma di musica rivoluzionaria all'interno del rock'n'roll». Mister Boombastic: «Sono cresciuto con le prime cose dei Police. Sono stati una sorta di porta di accesso per la musica reggae». Dal 26 luglio al via la tournée italiana

Ci può essere solo una domanda per cominciare questa intervista. Perché? Perché Sting e Shaggy dovrebbero collaborare insieme e fare una canzone, figuriamoci un intero album e perfino un tour? Perché l’esuberante tostapane giamaicano con una voce graffiante che ha “marchiato” canzoni degli anni ’90 come “Oh Carolina”, “Boombastic” e “It’s Not Me”, dovrebbe condividere le sue divertenti e rudi ballate con una controparte dalla voce più morbida, un autore di canzoni più serie come “Fields Of Gold” e “Every Breath You Take”?

L’INCONTRO. «È stato un incidente» ride Sting. «Ci siamo incontrati per fare una canzone insieme solo per divertimento, e ne abbiamo fatta un’altra per vedere se la prima era stata soltanto un colpo di fortuna. Dopo tre settimane circa, ci siamo resi conto che avevamo raccolto qualcosa che sembrava un disco. Penso che la gioia che deriva dalle tracce dell’album sia palpabile, ed è proprio questo il motivo per cui l’abbiamo fatto. Se avrà una vita ulteriore, saremo molto felici, ma anche se così non fosse, è comunque valsa la pena farlo».
«Ha pesato positivamente il fatto che nessuno dei due aveva qualcosa da dimostrare» interviene Shaggy. «Per quanto ciascuno possa avere il suo ego, quando eravamo nello studio non c’erano personalismi, ci stavamo solo seguendo l’un l’altro. E questo deriva dalla fiducia. Non è che abbiamo passato molto tempo prima di guadagnare quella fiducia, fa parte della magia. Incontri qualcuno ed è tutto un clic. Il classico colpo di fulmine. Mi sento come se conoscessi Sting da anni, ma l’ho incontrato solo due anni fa quando abbiamo cominciato a frequentarci. Onestamente non riesco a ricordare un momento in cui sono stato con lui che non sia stato piacevole». E poi – ammette mister Boombastic – «sono cresciuto con le prime cose dei Police, c’era un sacco di reggae nei loro brani. Sono stati una sorta di porta di accesso per la musica reggae, hanno portato questa forma d’arte nelle radio, trasformandola in mainstream. Puoi immaginare cosa abbiano rappresentato per noi giamaicani canzoni come “Roxanne” e tante altre dei Police».
«Il reggae fa parte del mio Dna musicale da decenni», tiene a sottolineare Sting. «Shaggy è un’autentica icona del reggae-dancehall, quindi possiede ovviamente un’energia. Conosco il reggae, rispetto il reggae e l’ho sempre interpretato con un certo livello di curiosità e interesse. Penso che sia una forma di musica rivoluzionaria all’interno del rock’n’roll. Negli anni Settanta il reggae ha trasformato tutto, ad esempio ha messo in rilievo l’importanza del bassista all’interno della band. Anche il modo in cui sono stati rovesciati i tamburi. Ha fatto una cosa straordinaria per il rock’n’roll, e questo mi ha influenzato molto. Ad oggi è ancora parte del mio modo di pensare come musicista e compositore. Lo stile reggae è alla base di tutto ciò che faccio».
Sting parla con evidente affetto della Giamaica. «Ho trascorso molto tempo lì negli anni Ottanta, vivendo per un po’ nella casa di Ian Fleming (il papà di 007, nda). Mi sono divertito molto (è comunque una bella casa) e ho scritto un sacco di canzoni di grande successo. Ha una magia che non puoi spiegare. Un giorno in un negozio di dischi a Notting Hill mi sono meravigliato di quanti album siano usciti da questa piccola isola e di quanto siano stati influenti. È abbastanza fenomenale. Non so quali siano le ragioni sociologiche. La musica sembra essere l’industria nazionale. Ho un grande affetto per la Giamaica: lo scorso gennaio ho tenuto un concerto per l’ospedale pediatrico ed ho avuto l’opportunità di rivedere i miei vecchi ritrovi. È ovviamente diverso. Kingston si è sviluppata in questi ultimi venticinque anni, ma il calore e la magia sono ancora lì, anche se non riesci a spiegarlo. Questa è la natura della magia».

Sting, Shaggy

PASSIONE GIAMAICA. Una passione nata in Gran Bretagna, negli anni Cinquanta e Sessanta. «Come sapete, a Wallsend, nella periferia a nord di Newcastle upon Tyne dove sono cresciuto, viveva una comunità indigena molto influente, così ascoltavo calypso tutte le sere. Si sentivano anche ska e blue beat. Poi, negli anni Settanta, Bob Marley venne a Londra. Questo mi ha galvanizzato in molti modi: prima di tutto la sua voce, che era straordinaria, e poi il suo messaggio politico, il suo messaggio spirituale e il suo messaggio sociale, che è stato qualcosa che ho preso a cuore. Era il mio mentore, senza dubbio».
La politica affiora in “44/876”, l’album pubblicato da Sting & Shaggy. «Il nostro compito principale era soprattutto quello di divertire, avevamo bisogno di assicurarci che la musica fosse intrattenimento. Ma avevamo anche bisogno di dire qualcosa, siamo in una fase della nostra vita in cui siamo uomini cresciuti – abbiamo famiglie – e il clima politico oggi è molto rischioso e non può essere ignorato. Forse quando avevo 25 anni non sarei stato così ansioso di affrontarlo, ma ora è una situazione diversa. Penso che sia nostro dovere e responsabilità come musicisti usare questa piattaforma per esprimere le nostre opinioni, attaccare i problemi e almeno invocare una sorta di conversazione. È nostro dovere farlo. Qui troviamo un modo per farlo e, nonostante l’oscurità del clima politico, lasciamo spazio per un po’ di speranza, un po’ di divertimento e un po’ di sole».
«Penso che ci siano due strategie quando inserisci un messaggio politico in una canzone», spiega Sting. «Uno è rabbia, e c’è sempre un posto per questo sentimento, ma l’altro è attraverso un sorriso, o attraverso la speranza. Penso che sia una strategia più intelligente. Potrebbe esserci un momento di rabbia, ma sentiamo che al momento c’è abbastanza luce alla fine del tunnel, per usare la frase di Shaggy. Spero che sia vero».
È l’era di Trump, della Brexit, dei populismi e dei rigurgiti nazionalisti e xenofobi. È il momento per i musicisti di far sentire la propria voce?
«Penso che la musica abbia una funzione molto importante in momenti come questo per dare alle persone un sorriso, una ragione per pensare che le cose possano migliorare, perché la situazione è piuttosto terribile. Ne sono consapevole, e la musica ha un ruolo molto ampio nel farvi fronte».

IL CONCERTO. Dal disco alla partnership sul palco, il cui debutto ha scioccato il pubblico. È accaduto ai Grammy. Il singolo “Do Not Make Me Wait” è stato presentato come una versione semi-improvvisata di “Englishman In New York”, canzone con cui si apre lo spettacolo che i due stanno portando in tour nel mondo. «È stato uno shock per le persone! Sapevamo che sarebbe successo ovviamente», ride Shaggy. «La caratteristica fondamentale dell’intero progetto è la sorpresa», dice l’ex frontman dei Police. «La combinazione di noi due insieme è sorprendente. C’è un metodo nella nostra pazzia».
Sting e Shaggy, Shaggy e Sting. I due si alternano per tutto il concerto, mescolando le canzoni del loro album con i successi del britannico durante il suo periodo nei Police e con i classici della discografia del giamaicano. Una festa di suoni caraibici, durante la quale “Oh Carolina” di Shaggy danza e si abbraccia con “We’ll be together” dell’inglese, mentre “Roxanne” e “Boombastic” s’incrociano e si confondono nel pirotecnico finale dello show, prima dei bis che prevedono “Desert Rose”, “It Wasn’t Me”, “Every Breath You Take” e “Fragile”.
Insieme saranno in concerto il primo agosto al Teatro antico di Taormina. E per entrambi si tratta di un ritorno. Ma se Sting è ormai diventato un frequentatore assiduo del Teatro antico (è alla terza volta), per l’ex marine giamaicano è un debutto: «Quando venni qui per la prima volta erano i tempi di “Boombastic” (luglio 1996 nda), ero un fresco reduce della Guerra del Golfo» ricorda Shaggy. «Suonai in un bellissimo locale (il Tout Va, nda), che mi dicono che adesso non c’è più. Fu un concerto molto coinvolgente e divertente, con gente di ogni età. Spero che accada anche questa volta».

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GLI APPUNTAMENTI. Il tour italiano di Sting e Shaggy salperà il 26 luglio da Santa Margherita di Pula (Cagliari) per fare poi scalo il 28 luglio a Roma, il 29 luglio a Verona, il 30 luglio a Napoli, il primo agosto al Teatro antico di Taormina, il 3 agosto ad Ascoli Piceno, il 4 agosto a Trani e il 5 agosto a Cattolica.

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.
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