Italia

Allarme incendi, «Italia impreparata dal punto di vista strutturale»

Dopo il devastante rogo che ha provocato almeno 80 morti in Grecia, l'esperto Franco Ortolani fa il punto della situazione nel nostro Paese: «Mancano gli accumuli idrici nella zone boscate, ma i pericoli veri si presentano dopo il passaggio delle fiamme»

Ora che la fase dell’emergenza si è conclusa, in Grecia si sta cercando di capire quali siano state le cause dirette e indirette dei roghi che hanno devastato la periferia di Atene, causando almeno 80 morti e centinaia di feriti. Un incendio di probabile origine dolosa, divampato da punti diversi e alimentato dal clima torrido. «Con il vento forte – spiega l’esperto geologo Franco Ortolani – come quello che spirava in Grecia la scorsa settimana non servono a molto le fasce disboscate per evitare la propagazione dell’incendio». Le cause vanno ricercate nella scarsa attenzione verso il territorio. Per Ortolani, ordinario di Geologia alla Federico II di Napoli e senatore eletto nelle liste del M5s, il rischio incendi nelle aree urbanizzate, specie in quelle collinari, è rappresentato dall’abbondante vegetazione incolta, che diventa facile preda per il fuoco. «Teniamo presente che le vittime in Grecia, nella località Mati, si sono avute in un’area urbanizzata con giardini e boschetti che sono stati divorati dalle fiamme diffuse velocemente dal forte vento. Non credo che nelle città ubicate su versanti collinari non completamente urbanizzati siano stati messi a punto piani di intervento antincendio urbano, non rappresentato dal rischio incendio degli edifici ma dalla vegetazione tra gli stessi edifici».

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QUALE RISCHIO PER L’ITALIA? I roghi che hanno colpito la Grecia spaventano l’Italia, soprattutto nel ricordo di quanto accaduto la scorsa estate. «Speriamo che – afferma Ortolani – si sia provveduto ad organizzare un’attività antincendio più efficace di quella evidenziata lo scorso anno in occasone dell’“incendio del secolo” che ha distrutto il Parco Nazionale del Vesuvio».
Il meccanismo d’intervento in caso di incendi boschivi è stabilito dalla legge 353 del 2000, un testo che assegna maggiori competenze alle Regioni. Le attività si articolano in tre momenti differenti, a cominciare dalla prevenzione. Gli enti locali stipulano piani triennali per le proprie aree boscate e provvedono a svolgere interventi, come la pulitura del sottobosco e la realizzazione di fasce tagliafuoco, nei mesi invernali e primaverili. La seconda fase è quella della previsione: le Regioni sono tenute a emettere quotidianamente un bollettino circa il rischio di incendi. Il terzo momento è quello della lotta attiva, cioè la risposta agli incendi. Anche in questo caso le operazioni sono condotte dalle singole Regioni attraverso il personale di volontari, vigili del fuoco, operai forestali e carabinieri forestali, una flotta di persone a terra integrata da una trentina di mezzi aerei assegnati alle varie zona d’Italia.
«Dal punto di vista strutturale – osserva Ortolani – si evidenzia che mancano accumuli idrici in montagna nelle zone boscate che possano consentire una veloce ricarica idrica ai mezzi a pala rotante e a quelli terrestri. Una serie di laghetti in aree sicure geomorfologicamente per evitare dispendiose discese e risalite in quota ai mezzi antincendio».

ALLARME IDROGEOLOGICO. Purtroppo, però, i rischi per l’ambiente non possono dirsi conclusi una volta domate le fiamme. «La cenere che ricopre il suolo dopo l’incendio di un bosco – spiega il geologo – rappresenta un livello impermeabilizzante che favorisce lo scorrimento dell’acqua piovana. Se si verifica un nubifragio i versanti incendiati possono essere interessati dal ruscellamento che, nelle parti più inclinate, può originare un diffuso flusso fangoso-detritico che incanalandosi evolve rapidamente in un versamento rapido, in grado di causare danni considerevoli a manufatti e persone. Dall’inizio del nubifragio al sopraggiungere di flussi incanalati nelle aree urbane a valle ci vogliono da alcune decine di minuti ad oltre un’ora come verificato in altre zone precedentemente devastate da flussi fangoso-detritici».
È evidente che occorre elaborare un dettagliato piano di protezione delle aree a valle dei versanti incendiati. «Cosa fare, dopo, non è ancora diventato patrimonio della difesa dei cittadini – conclude Ortolani –. Innanzitutto bisognerebbe procedere con un intervento di pulizia degli alvei liberandoli da detriti vari, delimitare le aree devastate dal fuoco lungo i versanti suddividendole per bacini idrografici e conseguente individuazione delle aree urbane a valle potenzialmente interessate da flussi fangoso-detritici. Infine, è necessario attivare un sistema di allarme idrogeologico immediato consistente in una rete di pluviometri ubicati lungo i versanti incendiati che siano in grado di registrare le precipitazioni collegati con una centrale di monitoraggio».

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