Economia

Crollo della lira turca: la crisi spaventa i mercati e la Bce

La valuta di Ankara ha perso il 30 per cento da inizio anno, sotto accusa le scelte economiche di Erdoğan. L’instabilità monetaria rischia di coinvolgere le banche europee: l’Italia è esposta per 16,9 miliardi di dollari

«Se loro hanno i dollari, noi abbiamo dalla nostra la gente, la giustizia e Dio». Le parole rassicuranti del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan stridono con la drammatica situazione dei mercati finanziari. La lira turca ha perso nel giro di ventiquattro ore oltre il 12 per cento del suo valore contro il dollaro. Si tratta di un crollo molto grave, arrivato nel corso di un anno già parecchio difficile: da gennaio ad oggi la valuta di Ankara è arrivata a perdere 30 per cento. È la guerra sui dazi contro gli Stati Uniti a far traballare la moneta turca. Dopo l’annuncio da parte della Casa Bianca dell’intenzione di raddoppiare i dazi sulle importazioni dal paese di acciaio e alluminio la lira turca è arrivata al minimo storico nei confronti del dollaro Usa: 5,4364. Il crollo della moneta ha travolto pure il mercato obbligazionario, con i rendimenti sui bond decennali schizzati sopra al 20%, i credit-default-swap volati a 400 punti base (ai massimi dal 2009) e la Borsa di Istanbul sprofonda al -8,8 per cento.

EFFETTO TURCHIA. L’effetto domino si è esteso ai principali mercati europei. La Bce, secondo quanto riportato dal Financial Times, ha avviato delle verifiche sull’esposizione di alcuni istituti. È emerso che alcune importanti banche, come la spagnola Bbva, l’italiana UniCredit e la francese BNP Paribas, hanno prestato molto denaro alla Turchia e rischiano di subire forti perdite. Il 40 per cento del patrimonio del settore bancario turco, scrive il Financial Times, è costituito da titoli di debito denominati in valuta estera, i cui interessi devono quindi essere ripagati in monete rispetto alle quali la lira turca vale sempre meno. Stando ai dati della Banca dei regolamenti internazionali (Bri), il sistema bancario italiano è esposto per 16,9 miliardi di dollari verso la Turchia. Le nostre banche vengono nettamente dopo la Spagna (il Paese più esposto con 84 miliardi di dollari), la Francia (37), la Gran Bretagna (18,8) e gli Stati Uniti (17,7), e la Germania (17,5). In totale l’esposizione delle banche internazionali verso la Turchia è pari a 264,8 miliardi di dollari. Il timore di un contagio per le banche dell’Eurozona esposte al debito del governo turco, hanno spinto al ribasso le principali piazze europee con perdite particolarmente significative per Milano. A Piazza Affari l’indice Ftse Mib ha terminato in ribasso del 3% risentendo, oltre che dei pesanti ribassi accusati dal settore bancario, anche dalla nuova impennata dello spread, salito in chiusura a 267 punti, il livello più alto da due mesi.

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LE CAUSE. A scatenare questa ondata di vendite su lira e bond turchi concorrono diversi fattori: le debolezze strutturali dell’economia e delle imprese turche fortemente indebitate sui mercati internazionali; decisioni di Erdoğan che hanno aumentato moltissimo la quantità di moneta in circolazione nel paese, facendo quindi perdere valore alla moneta stessa, e da ultimo le tensioni diplomatiche con gli Stati Uniti seguite alla detenzione di un pastore evangelico americano. Non ha giocato a favore dell’economia turca la scelta del presidente Erdoğan di scegliere suo genero, Berat Albayrak, come nuovo ministro delle Finanze. Gli investitori l’hanno vista come una conferma della deriva autoritaria del governo turco. Ma a far precipitare la situazione sono i dazi all’import turco imposti da Trump: «Ho appena autorizzato – twitta il presidente Usa – il raddoppio dei dazi su acciaio e alluminio della Turchia mentre la sua valuta, la lira turca, scivola rapidamente contro il nostro dollaro molto forte!» Le tariffe passano al 20% sull’alluminio e al 50% sull’acciaio.

LE SOLUZIONI. Ora, secondo gli analisti, non restano che strade molto strette alla Turchia per uscire dalla crisi. un aumento dei tassi da parte dalla banca centrale, l’ammissione da parte del governo di aver bisogno dell’aiuto del Fondo monetario internazionale, oltre ad un drastico cambiamento di politica economica. Questa, per alcuni osservatori finanziari, citati dall’Ansa, sarebbe la ricetta necessaria per calmare i mercati sulla crisi turca. Ma anche alcune misure non strettamente economiche potrebbero aiutare a raffreddare le tensioni: Erdoğan dovrebbe ricucire i rapporti con gli Stati Uniti, risolvendo la controversia diplomatica sul caso del pastore detenuto Andrew Brunson, e ridare fiducia agli investitori inserendo nomi nuovi nella compagine di governo.

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