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“Porti chiusi”, seimila arrivi in Italia dall’avvio dell’operazione

Diminuiscono gli sbarchi: nello stesso periodo dello scorso anno furono 38mila. Intanto, il governo ha trasformato in uno caso i 177 migranti soccorsi dalla Diciotti fermi al Porto di Catania. Fumata nera a Bruxelles

L’asse Salvini-Di Maio sui migranti resiste, ma i rapporti dell’esecutivo gialloverde con l’Unione Europea si fanno sempre più difficili. L’11 giugno scorso il il vicepremier leghista, Matteo Salvini, d’intesa con il Ministro delle Infrastrutture grillino, Danilo Toninelli, ha lanciato l’operazione “Porti chiusi” impedendo alla Aquarius con a bordo 629 persone di approdare sulle coste italiane. Da allora sono sbarcati, secondo i dati ufficiali diffusi dal ministero dell’Interno, altri seimila migranti circa. Di sicuro si tratta di un numero inferiore a quelli delle estati scorse – nel 2017 da giugno ad agosto sbarcarono circa 38 mila migranti – ma di gran lunga superiore ai 177 migranti soccorsi dalla Diciotti, che il governo Conte ha trasformato in un caso internazionale e nell’ennesimo atto di forza contro l’Ue.

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NULLA DI FATTO A BRUXELLES. Intanto, dal vertice europeo non è arrivato alcun accordo sulla Diciotti. La richiesta dell’Italia non avrebbe riscosso il favore dei partner. Uno dei punti contrari è che il flusso di migranti pro-capite è molto al di sotto di quello in altri Stati membri e perciò, a loro avviso, non vi sarebbe necessità di condividere la responsabilità. L’imbarcazione della Guardia costiera, con a bordo 150 profughi che hanno iniziato lo sciopero della fame, resta ferma nel porto di Catania. Il ministro dell’Interno non molla: «I migranti non sbarcano». Ma è il premier Conte a mettere un punto fermo: «È noto a tutti che l’Italia sta gestendo da giorni, con la nave Diciotti una emergenza dai risvolti molto complessi e delicati. Ancora una volta misuriamo la discrasia, che trascolora in ipocrisia, tra parole e fatti. Bene. Se questi sono i fatti vorrà dire che l’Italia ne trarrà le conseguenze e, d’ora in poi, si farà carico di eliminare questa discrasia perseguendo un quadro coerente e determinato d’azione per tutte le questioni che sarà chiamata ad affrontare in Europa».

DALL’ACQUARIUS ALLA DICIOTTI. Dichiarazioni che confermano la linea dura intrapresa ad inizio estate dopo il caso della Aquarius. La nave della Ong Sos Mediterranee con 629 persone a bordo, per giorni al centro di uno scontro diplomatico tra Roma e Malta, è stata poi accolta dal governo spagnolo. Esito considerato come un successo del governo italiano: «Alzare la voce paga – aveva detto il ministro dell’Interno, Matteo Salvini -. Vogliamo porre fine a questo traffico di esseri umani. E, dunque, come abbiamo sollevato il problema per l’Aquarius lo faremo per tutte le altre navi». Ma così non è stato. Le “navi della speranza” hanno continuato a raggiungere le nostre coste anche se in numero inferiore rispetto all’estate dello scorso anno (6 mila migranti da giugno ad agosto, contro i 38 mila dello stesso periodo del 2017). In molti casi si tratta di imbarcazioni di piccole dimensioni o velieri con a bordo poche decine di migranti. La soluzione europea era arrivata in un vertice di fine giugno. «Sul territorio dell’Ue chi viene salvato secondo il diritto internazionale – è scritto nelle conclusioni – deve essere preso in carico sulla base di uno sforzo condiviso, attraverso il trasferimento in centri controllati istituiti in alcuni Stati membri, solo su base volontaria». Pochi giorni dopo sbarcano a Pozzallo 450 migranti solo dopo una lunga trattativa con altri Paesi europei che hanno dato disponibilità ad accoglierne una parte. Ma la collaborazione è durata poco: dal 20 agosto la nave Diciotti è ferma nel porto di Catania in attesa di una soluzione più o meno condivisa con l’Ue.

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