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«I vigili vanno bruciati vivi»: scriverlo su Facebook non è reato

Il commento era apparso sulla pagina social della testata L'Adige. Per i giudici della Corte d'appello di Trento non è diffamazione ma «sfogo da bar in una agorà virtuale dalla memoria breve»

Scrivere su Facebook «I vigili vanno bruciati vivi con la benzina… feccia» non è diffamazione, bensì «un’espressione di pensiero e di libero esercizio di un’attività critica rivolta in maniera generica ad una intera categoria». I giudici della Corte d’appello di Trento hanno assolto l’autore del post, comparso sulla pagina Facebook della testata L’Adige, che, commentando un episodio in cui la polizia locale era intervenuta multando le persone che sostavano davanti a una scuola, si era lasciato andare a delle esternazioni poco piacevoli. Niente diffamazione, il fatto non sussiste. Il commento sul social, secondo la Corte, è paragonabile ad uno «sfogo da bar in una agorà virtuale dalla memoria breve».

LA SENTENZA. La Corte ha accolto il ricorso del “leone da tastiera” innanzitutto su un punto: il commento è stato pubblicato sul social network, circostanza che modifica la possibilità di diffusione rispetto a un blog e che inciderebbe sulla modalità di identificazione dell’autore del commento. L’imputato non ci ha pensato due volte a postare il suo commento in merito ad un episodio di presunta eccessiva severità della polizia locale. «I vigili vanno bruciati vivi»: un clic e il suo pensiero è apparso fra i commenti alla notizia sulla pagina Facebook della testata L’Adige. Era marzo 2015 e quella frase era apparsa eccessivamente violenta alla polizia locale di Trento. Si era, dunque, aperto un procedimento penale con il Comune che si era costituito parte civile. Il giudice di primo grado aveva dichiarato l’imputato colpevole del reato di diffamazione aggravata e condannato a venti giorni di reclusione ed al risarcimento del danno pari a 2.500 euro.

DIFFAMAZIONE A MEZZO SOCIAL. Per comprendere meglio la fattispecie del reato, occorre ricordare il contenuto dell’art. 595 del codice penale che punisce la diffamazione, in particolare il terzo comma: «se l’offesa (all’altrui reputazione) è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a cinquecentosedici euro». Gli elementi fondanti della norma sono pertanto l’offesa all’altrui reputazione, intesa come lesione delle qualità personali, morali, sociali, professionali di una persona, la comunicazione con più persone che siano almeno due, l’assenza della persona offesa, (viceversa se fosse presente si configurerebbe la fattispecie dell’ingiuria) ovvero l’impossibilità di percepire l’offesa da parte di costui. In questa fattispecie di reato la giurisprudenza da qualche anno ha inquadrato tutti quei comportamenti offensivi che si compiono attraverso le reti informatiche e le moderne tecniche di comunicazione: social network, chat, messaggistica e comunicazioni via mail destinate a più soggetti. Facebook e gli altri social, dunque, vengono infatti considerati alla stregua di un mezzo di pubblicità in quanto sono in grado di «raggiungere una vasta platea di soggetti, ampliando in tal modo la capacità diffusiva del messaggio lesivo della reputazione della persona offesa».

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FACEBOOK ANNULLA IL REATO. Ma nel caso in questione, secondo i giudici della Corte d’appello di Trento, si tratterebbe di «una, per quanto rozza, espressione di pensiero e di libero esercizio di un’attività di critica rivolta in maniera generica ad una intera categoria». La Corte rileva, inoltre, che la frase incriminata non si distanzia molto dalle scritte ricorrenti sui muri della città». Anzi, la Corte ne cita una specifica, ben nota ai cittadini di Trento, rivolta alle guardie carcerarie e ai giudici, che «campeggia da anni sui muri del vecchio carcere ed è stata ormai letta da molti più passanti degli utenti trentini che frequentano Facebook». Quello postato dall’utente sulla piazza virtuale appare dunque come un qualsiasi commento in una piazza reale: «un generico sfogo contro un atteggiamento ritenuto eccessivamente severo». A fare la differenza tra la diffamazione e il semplice sfogo sarebbe il contesto in cui è apparso il commento. I social media, concludono i giudici, «riproducono quelli che una volta erano sfoghi da bar, amplificandone la portata e, al tempo stesso, sgonfiandone la carica offensiva in una agorà virtuale dalla memoria breve». Leoni da tastiera fatevi avanti!

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