Cultura

La mia band suona ancora il rock: “nonnetti” sulla cresta dell’onda

Dalla rinascita di Loredana Bertè al ritorno in grande stile di Paul McCartney che canta il desiderio sessuale a 76 anni. I diversi modi dei divi del pop di affrontare la terza età: chi vuol restare giovane e chi ha il coraggio di raccontare la sua età

Il celebre critico rock americano Lester Bangs scrisse una volta un articolo intitolato “The Ol’ Fey Outlaws Ain’t What They Used To Be”, nel quale rimproverava i Rolling Stones per la loro età avanzata. Erano, secondo lui, «solo dei vecchietti… che stanno diventando scontrosi», derisi dagli hipster come «vecchi babbioni». Mick Jagger, in particolare, sembrava «sbrindellato, vecchio, usato». «Che i Rolling Stones durino venti o trent’anni, sarebbe una idea stupida», scriveva, aggiungendo con sicurezza: «Nessuno dura così a lungo». Vale la pena far notare che il pezzo fu pubblicato nel 1973, dopo l’uscita di “Goats Head Soup”. Mick Jagger e Keith Richards avevano appena compiuto 30 anni.
Non possiamo sapere cosa scriverebbe oggi Lester Bangs, quando l’età media delle rockstar supera i 65 anni. Il giornalista, infatti, è scomparso nel 1982. D’altro canto, Bangs pubblicava quell’articolo negli anni in cui si seguivano gli slogan dell’attivista Abbie Hoffman («non credete a nessuno che abbia più di 30 anni») ed erano gli stessi divi del rock a cantare “I hope I die before I get old” (“Spero di morire prima di diventare vecchio”, The Who in “My Generation) oppure a chiedersi: “Avresti ancora bisogno di me, mi daresti ancora da mangiare, quando avrò sessantaquattro anni?” (Paul McCartney in “When I’m Sixty-four”). Lo stesso Mick Jagger una volta dichiarò che si sarebbe sentito un idiota a cantare il rock a quarant’anni: eccolo lì ancora saltellare su un palco cantando “(I can’t get no) Satisfaction”, magari con il defibrillatore nel camerino (non si è mai sicuri a 75 anni).

E la mia banda suona il rock / Per chi l’ha visto e per chi non c’era / E per chi quel giorno lì / Inseguiva una sua chimera

FOREVER YOUNG. Come cambiano i tempi. Lo scorso 16 agosto, nessuno si è sottratto alla celebrazione dei 60 anni di Madonna, fatta eccezione per il Daily Mail. Risoluto nella sua missione di vecchia data di trovare la risposta più brutta possibile a qualsiasi situazione, il giornale britannico ha cercato di deriderla per la sua età: «Guarda chi è ancora alla ricerca disperata di attenzione… a 60 anni!». Ma la verità è che essere sessantenne mette Madonna nella junior league delle popstar. Il giorno prima del suo compleanno, Paul McCartney, 76 anni, aveva pubblicato il nuovo singolo “Fuh You”: prodotto da Taylor Swift e dal collaboratore di Beyoncé, Ryan Tedder, il ritornello esprime un desiderio lussurioso di un settantenne per il sesso e suoni sullo stile dei Maroon 5. Bob Dylan, che ha appena annunciato le prossime trentasei date del suo “Never Ending Tour”, ha compiuto lo scorso maggio 77 anni. E, contrariamente alle previsioni di Bangs, i Rolling Stones durano da 56 anni: i quattro membri ancora in tour hanno un’età collettiva di 297 anni; il loro ultimo album in studio è stato il più acclamato di quelli pubblicati negli ultimi decenni. Facendo un bilancio della carriera di Aretha Franklin sulla scia della sua recente scomparsa, è stato incoraggiante vedere come la “regina del soul” cercasse costantemente di rimanere contemporanea, attraversando la disco anni Settanta, il pop anni Ottanta, fino a collaborazioni con artisti del calibro di John Legend.
L’atteggiamento dei fan e degli artisti più giovani tende ad essere di riverenza piuttosto che segnato dall’iconoclastia del punk o degli albori del rock (“Lascia perdere Beethoven, facciamoci un rock” cantava Chuck Berry in “Roll over Beethoven” nel 1956): il rapper MC Skepta ha risposto alla chiamata per fare l’ospite nel singolo di “Lost” di Mick Jagger nel 2017, sebbene con risultati abbastanza dolorosi; un recente album di cover di Elton John ha raccolto contributi di tutti, da Lady Gaga a Demi Lovato fino ai Queens of the Stone Age. Lady Gaga e Diana Krall hanno partecipato al rilancio del novantenne crooner Tony Bennett sulle strade dello swing. In Italia, appartiene alla sessantasettenne Loredana Bertè (“Non ti dico no”) uno dei tormentoni dell’estate 2018, ed i suoi concerti registrano il sold out. E Ravazzi, idolo dei giovanissimi, duetta con i “nonni” Gianni Morandi e Al Bano.
L’appetito per la nostalgia musicale è tale che esiste un’intera mini-industria dedicata a dissotterrare artisti oscuri che non hanno suscitato alcun interesse in quello che apparentemente era il loro periodo di massimo splendore, trasformando la loro reputazione e dimostrando che l’età non è un ostacolo per diventare una stella di culto. Daptone Records ha trascinato “carneadi” del soul come Charles Bradley e Sharon Jones in un’estate di grandi consensi; a sessant’anni l’artista folk Vashti Bunyan ha conquistato un nuovo pubblico di hipsters ventenni trentacinque anni dopo che il suo album di debutto, “Just Another Diamond Day”, è finito nel cestino; il cantautore psichedelico Sixto Rodriguez si è ritrovato con un album di platino e un tour sold out dopo anni trascorsi nel dimenticatoio, tanto che si diceva fosse morto. In effetti, c’è anche un argomento un po’ macabro che suggerisce che più sei vecchio, più grande è il tuo disegno dal vivo.

SI MUORE PER VECCHIAIA. Negli ultimi anni, la musica pop è ossessionata dallo spettro della mortalità. Mostri sacri sono scomparsi con una frequenza incredibile: Lou Reed, Prince, David Bowie, Leonard Cohen, George Michael, Chuck Berry e ora Aretha Franklin. Alcuni di loro hanno seguito la tradizionale narrazione pop del talento crudelmente strappato via da una prematura scomparsa, accompagnata da una speculazione sui retroscena ed i segreti delle loro vite private. Ma molti di loro non l’hanno fatto: a sessant’anni dall’iniziale esplosione del rock’n’roll, si è raggiunto il punto in cui le popstar cominciano a morire di vecchiaia.
Non si deve essere orribilmente cinici per suggerire che l’urgenza di partecipare a certi eventi come il festival del Desert Trip del 2016, fino a sborsare 1.599 dollari per un pass di tre giorni, fosse dettata dal desiderio di vedere i Rolling Stones, Neil Young, Roger Waters, the Who, Bob Dylan e Paul McCartney, perché non si era sicuri di avere un’altra opportunità. Due dei tour con maggior incasso nel 2018 sono stati i concerti di addio di Paul Simon e Elton John. E ce ne saranno altri a seguire.

TRE MODI DI FINIRE LA CARRIERA. La carriera della popstar più matura non è tuttavia basata esclusivamente sulla nostalgia. Può avere un effetto lucrativo: anche se non sembra molto divertente per Brian Wilson, apparentemente condannato a scortare “Pet Sounds” per il resto dei suoi giorni, sarà senza dubbio di parere diverso il suo direttore di banca. Neil Young sembra tornato sulle barricate come se avesse vent’anni e sembra improbabile che Kate Bush festeggi i suoi sessant’anni con un “All The Hits… And More! Tour”.
Quando hai accumulato una reputazione tale per assicurarti che il tuo nome definisca l’era del rock’n’roll e venga menzionato a fianco di Mozart e Beethoven dalla gente del 2518, ci sono tre opzioni standard per la fine della carriera. Si può rinunciare a rivivere le vecchie glorie come promemoria dei tuoi successi monumentali. Potresti inseguire lo zeitgeist (lo spirito del tempo), lavorare con un giovane talento per cercare di tornare all’avanguardia. O potresti scivolare nel rock tradizionale. Nel suo diciassettesimo album da solista, “Egypt Station”, Paul McCartney prova tutte e tre le vie. Dopo aver corteggiato i giovani produttori Mark Ronson e Paul Epworth nel suo album del 2013 piuttosto abbagliante, “New”, ed essersi sottoposto a una raffica di selfie con Kim Kardashian arrivando alla registrazione con Kanye West, adesso flirta con il mago del pop Greg Kurstin (Sia e Adele) e con Ryan Tedder. È una strategia ad alto rischio, come evidenziato sia dalla citata collaborazione Jagger-Skepta sia dalla carriera di Madonna, i cui album sono invariabilmente collegati alle tendenze della musica dance: piste da ballo su “Vogue”, trance e suono ambient costruito con William Orbit per “Ray of Light”, le escursioni musicali stile Daft Punk di “Confessions on a Dance Floor”.
Fortunatamente, in “Egypt Station”, sono soltanto tre le tracce che tentano, senza successo, di inserirsi nel pop moderno. Poi c’è una raffica di allusioni ai settantenni (“Non penso di poter aspettare… quanto tempo possiamo organizzare un’introduzione formale?”), più adatta ai pensionati, come nella citata “Fuh You” o in “I Don’t Know”, una ballad sull’età che avanza e i dubbi che si porta dietro (“Ci sono corvi fuori dalla mia finestra, cani alla porta di casa / Non so come andare avanti”). McCartney descrive ogni canzone come una stazione sul cammino della vita. È un tema che si dipana sulle tracce che rimandano alle sue prime ere, dove si trova la vera magia di “Egypt Station”. L’età di McCartney si mostra a volte. La sua voce scricchiola qua e là, e ha qualche problema nel sostenere le note, ma il suo songwriting mostra a malapena la ruggine dei tempi. L’ex beatle è ancora uno dei più grandi del mondo nel collegare i punti tra versi e cori; alcune delle canzoni qui sono le più melodicamente più forti degli ultimi anni. Ricorda il suo uso di droghe (“Happy With You”), le amicizie (“Confidante”) e il piano di vita (la straordinaria “Dominoes”), mentre dedica ancora spazio all’odio contro Trump per quasi sette minuti (“Despite Repeated Warnings”) e costruisce piccole opere d’arte da aggiungere alla sua già impressionante collezione. E riesce nell’impresa con alcune canzoni davvero difficili come “Who Cares” e “Caesar Rock”. Forse il disco va avanti un po’ troppo a lungo, e alcuni brani cadono in quel pop moderno e dimenticabile che ha appesantito i dischi di McCartney negli ultimi trent’anni, ma c’è un rinnovato senso di energia nella leggenda che ha ridisegnato la musica popolare nel XX secolo. Macca ha ancora qualcosa da dire. Non si arrende ancora, come indica il lungo, toccante, assolo di chitarra nel conclusivo medley beatlesiano “Hunt You Down/Naked/C-Link“.

INVECCHIA ANCHE IL PUBBLICO. Non sono soltanto gli artisti che stanno invecchiando: anche il loro pubblico. Non c’è motivo per cui non si possa fare musica che rifletta l’età attuale, esattamente nello stesso modo in cui la musica con cui si è raggiunta la fama riflette la vita negli anni. Dopo anni di stasi, Johnny Cash ha trasformato le sue fortune lavorando col produttore Rick Rubin e facendo una serie di dischi nei quali, nonostante le versioni di brani di Nick Cave e Nine Inch Nails, non ha fatto nulla per nascondere la sua età: gli album degli American Recordings suonano come il lavoro di un uomo nell’autunno dei suoi anni.
La carriera di Dylan è stata riaccesa dall’uscita di “Time Out of Mind”, un album che, come scriveva un critico, «ha trasformato Dylan da icona apparentemente obsoleta a vecchio visionario saggio da un giorno all’altro», perché trattava esplicitamente i temi dell’invecchiamento e della mortalità. L’album di Leonard Cohen, “You Want It Darker”, sembrava un passo in un affascinante territorio inesplorato per la musica rock: finora, non sono stati fatti molti album sul processo di invecchiamento dal punto di vista di un ottuagenario. Adesso sembra molto più probabile che i “nonnetti del rock” continueranno a fare musica piuttosto che ritirarsi in silenzio: dopotutto, la musica pop ha imparato a vedere i suoi anziani non più come “vecchi babbioni”.

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.
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